Scienza e Fede Archivi - Biblioteca http://bibliotecaneval.altervista.org/category/scienza-e-fede/ NEVAL Mon, 13 Oct 2014 17:43:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.8.2 http://bibliotecaneval.altervista.org/favicon.ico Scienza e Fede Archivi - Biblioteca http://bibliotecaneval.altervista.org/category/scienza-e-fede/ 32 32 Fatima, 13 ottobre 1917 – Il miracolo del sole http://bibliotecaneval.altervista.org/fatima-13-ottobre-1917-il-miracolo-del-sole/ Mon, 13 Oct 2014 17:43:30 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=11605 Antonio Socci pagina ufficiale 13 ottobre 2014   FATIMA, 13 OTTOBRE 1917 – IL MIRACOLO DEL SOLE Bisogna pregare oggi la Madonna perché si affretti il trionfo del Suo Cuore Immacolato… perché siamo già nel tempo della prova https://www.youtube.com/watch?v=cGngOT79GYY    

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Antonio Socci pagina ufficiale
13 ottobre 2014
 

FATIMA, 13 OTTOBRE 1917 – IL MIRACOLO DEL SOLE

Bisogna pregare oggi la Madonna perché si affretti il trionfo del Suo Cuore Immacolato… perché siamo già nel tempo della prova

https://www.youtube.com/watch?v=cGngOT79GYY

 

 

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Eterologa e adozioni gay: il vescovo contro i giudici http://bibliotecaneval.altervista.org/eterologa-e-adozioni-gay-il-vescovo-contro-i-giudici/ Sun, 07 Sep 2014 15:38:34 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=11064   05-09-2014  di Massimo Introvigne  Share on facebookShare on twitter http://www.lanuovabq.it/it/articoli-eterologa-e-adozioni-gay-il-vescovo-contro-i-giudici-10233.htm     L’arcidiocesi di Torino ha anticipato l’intervista all’arcivescovo mons. Cesare Nosiglia che apparirà sul numero del 7 settembre 2014 del settimanale diocesano La Voce del Popolo. L’Arcivescovo di Torino, come aveva già fatto in occasione di eventi simili in passato, fa sentire la sua voce […]

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  05-09-2014 

di Massimo Introvigne 

 

L’arcidiocesi di Torino ha anticipato l’intervista all’arcivescovo mons. Cesare Nosiglia che apparirà sul numero del 7 settembre 2014 del settimanale diocesano La Voce del Popolo. L’Arcivescovo di Torino, come aveva già fatto in occasione di eventi simili in passato, fa sentire la sua voce in modo chiaro e coraggioso contro le invasioni di campo della magistratura in tema di fecondazione artificiale e di adozioni omosessuali. E lo fa senza timore di precisare, in tema di fecondazione artificiale, che la Chiesa considera inaccettabile anche la sua versione omologa: e tanto più quella eterologa, che ora i giudici hanno sdoganato.

«Si direbbe», afferma l’arcivescovo, «che in Italia le questioni di rilevanza bioetica vengano gestite nei tribunali anziché nelle appropriate sedi legislative». Dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha aperto le porte alla fecondazione artificiale eterologa è doveroso, precisa il prelato, che almeno «al più presto vengano date norme sicure che regolamentino la questione su tutto il territorio nazionale per evitare il far west, le derive eugenetiche e l'instaurarsi di un subdolo mercato procreativo animato dalla “patologia del desiderio” e dalla logica del figlio a tutti i costi». Ma soprattutto occorre ricordare che «la generazione di una persona non può essere confusa con la produzione di un oggetto fatto a dimensione dei propri bisogni e della propria insaziata sete di genitorialità».

Opportunamente, Nosiglia ricorda che «il magistero della Chiesa è intervenuto più volte sul problema della procreazione medicalmente assistita» e cita due documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede, le istruzioni Donum vitae (1987) e Dignitas personae (2008). Da queste si ricava il no della Chiesa alla fecondazione artificiale in genere, posto che il figlio non può mai essere considerato «come il prodotto di un intervento di tecniche mediche e biologiche: ciò equivarrebbe a ridurlo a diventare l'oggetto di una tecnologia scientifica. Nessuno può sottoporre la venuta al mondo di un bambino a delle condizioni di efficienza tecnica valutabili secondo parametri di controllo e di dominio». «Questa osservazione», precisa l’arcivescovo, «vale già per la fecondazione omologa, cioè per la procreazione artificiale realizzata con i gameti dei coniugi». No, dunque, anche all’omologa. Ma «a maggior ragione», insiste l’arcivescovo, il no della Chiesa «risulta ineludibile per la fecondazione eterologa, ottenuta mediante l'incontro di gameti di almeno un donatore estraneo alla coppia. Così si priva il nascituro della relazione filiale con le sue origini parentali e c'è il rischio di ostacolare la maturazione della sua identità personale».

Ma le coppie che non possono avere figli, si obietta, soffrono: e questa, ammette il prelato, «è una sofferenza che tutti debbono comprendere e adeguatamente considerare. Da parte degli sposi il desiderio di un figlio è naturale: esprime la vocazione alla paternità e alla maternità inscritta nell'amore coniugale». Ma questo non toglie che «il figlio non è qualche cosa di dovuto e non può essere considerato come oggetto di proprietà»; «non esiste, come invece si vorrebbe far credere, un “diritto al figlio”». Che fare, allora? Piuttosto che puntare sulla fecondazione artificiale occorrerebbe, secondo Nosiglia, «favorire maggiormente le adozioni» anche perché «la coppia adottante vive al suo interno la stessa situazione genitoriale. Al contrario se una coppia ricorre all'eterologa quando solo uno dei due partner è sterile, si rischia di creare, con l'intrusione del terzo (il donatore), un grave disagio psicologico in chi non ha capacità generative: un disagio che potrebbe nel tempo compromettere la serena crescita anche del figlio».

La seconda invasione di campo della magistratura ha portato all’affermazione secondo cui due donne omosessuali hanno diritto ad adottare un figlio. «Bisognerà adeguare il detto, antico come il mondo», si chiede ironicamente l’arcivescovo, «che di mamma ce n’è una sola? Credo di no e nessun giudice potrà mai cambiare questo fatto naturale e indiscutibile». La sentenza che ha permesso questo tipo di adozione, afferma Nosiglia, «è preoccupante sotto due profili: quello giuridico perché la magistratura dovrebbe applicare le leggi non sostituirsi ad esse. In secondo luogo questa sentenza non tiene in alcun conto il diritto primario di un bambino di rapportarsi nella sua crescita a un padre e una madre, soggetti insostituibili nella vita di un figlio. Ogni uomo ha il diritto di conoscere e rapportarsi con chi lo ha generato e fino a prova contraria la generazione esige l’apporto determinante di un uomo e di una donna».

La domanda da porre ai giudici, secondo l’arcivescovo, è la stessa, che si tratti di fecondazione artificiale o di adozioni da parte di coppie omosessuali: «se ogni desiderio pure legittimo di una persona debba trovare accoglienza e riconoscimento sia giuridico, sia legislativo a scapito di altri diritti (non desideri) primo tra tutti quelli di un bambino che non è un prodotto da comprare, vendere, possedere e manovrare come un oggetto a proprio piacimento». Nosiglia si augura che il Convegno ecclesiale di Firenze del 2015, trattando dei diversi modelli di umanesimo presenti nella società italiana, possa denunciare questi «aspetti problematici e devastanti perché lesivi spesso della integrità dell’essere uomo nelle sue radici naturali e sociali. È una cultura succube dell'individualismo, attenta sempre ai diritti e mai ai doveri». Più in generale, «occorre che la famiglia sia promossa nella sua identità naturale e sociale. La precarietà anche culturale di cui è fatta oggetto la indebolisce sempre più nelle sue vitali funzioni di cardine del futuro della società». «C’è bisogno», conclude l’arcivescovo di Torino, «di spezzare le catene di individualismi, che rappresentano un costo sociale altissimo e non producono alcun ritorno positivo sulla comunità nel suo insieme».

 

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Francesco: “La scienza, una sfida che impegna tutti” http://bibliotecaneval.altervista.org/francesco-la-scienza-una-sfida-che-impegna-tutti/ Fri, 27 Jun 2014 20:20:21 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=10108   26/06/2014     SPECOLA VATICANA Il Papa incontra un gruppo di giovani astronomi partecipanti al corso organizzato dalla Scuola di Astrofisica della Specola vaticana MICHELANGELO NASCA ROMA Vedendo i vostri volti, ha detto papa Francesco incontrando i giovani astronomi partecipanti al Corso estivo organizzato dalla Scuola di Astrofisica della Specola Vaticana, “mi sembra di […]

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26/06/2014
   

Specola vaticana

SPECOLA VATICANA

Il Papa incontra un gruppo di giovani astronomi partecipanti al corso organizzato dalla Scuola di Astrofisica della Specola vaticana

MICHELANGELO NASCA
ROMA

Vedendo i vostri volti, ha detto papa Francesco incontrando i giovani astronomi partecipanti al Corso estivo organizzato dalla Scuola di Astrofisica della Specola Vaticana, “mi sembra di ammirare un mosaico che comprende popoli di ogni parte del mondo. È giusto che tutti i popoli abbiano accesso alla ricerca e alla formazione scientifica. L’auspicio che tutti i popoli possano godere dei benefici della scienza è una sfida che ci impegna tutti, specialmente gli scienziati”.

La Specola vaticana è una delle più antiche istituzioni di ricerca astronomiche del mondo direttamente dipendente dalla Santa Sede. La sua origine risale alla seconda metà del secolo XVI.  Guidati da esperti professori, i giovani astronomi, che hanno partecipato al corso, si sono dedicati allo studio delle galassie e al confronto scientifico, condividendo le tradizioni e culture religiose di appartenenza. “Quanto più profondamente – diceva Pio XII nel febbraio 1948 ai soci della Pontificia Accademia delle Scienze – il cultore del sapere e della scienza spinge la sua indagine nelle meraviglie della natura, tanto più sperimenta la propria insufficienza a penetrare ed esaurire la ricchezza del concetto della costruzione divina e delle leggi e norme che la governano”.

Papa Francesco ha accolto con grande interesse i docenti e gli allievi del Corso estivo organizzato dalla Specola Vaticana, sul tema “Galassie: vicine e lontane, giovani e vecchie”; una scuola internazionale, questa, che riunisce professori e alunni provenienti da tutte la parti del mondo, nell’affascinante e difficile compito di studiare l’universo. “Questa iniziativa – ha osservato il Pontefice – semplice e concreta mostra come le scienze possano essere uno strumento adatto ed efficace per promuovere la pace e la giustizia. Anche per questo la Chiesa è impegnata nel dialogo con le scienze a partire dalla luce offerta dalla fede, poiché è convinta che la fede può allargare le prospettive della ragione, arricchendola”.

La Scuola di Astrofisica della Specola vaticana diventa così un’opportunità per i giovani che, attraverso lo studio scientifico dell’universo, si pongono alla ricerca delle verità scientifiche e offrono un contributo alla conoscenza e alla cultura del nostro tempo. Un binomio – scienza, fede – più volte messo a tema da Giovanni Paolo II: “La verità – scriveva il Pontefice polacco nella Lettera a Padre George V. Coyne, direttore della Specola vaticana, nel giugno dell’88 – è che la Chiesa e la comunità scientifica verranno a contatto inevitabilmente; le loro opzioni non comportano isolamento. I cristiani non potranno non assimilare le idee prevalenti riguardanti il mondo, idee che oggi vengono influenzate profondamente dalla scienza. Il solo problema è se essi lo faranno con senso critico o senza riflettervi, con profondità ed equilibrio o con la superficialità che avvilisce il Vangelo e ci fa vergognare di fronte alla storia. Gli scienziati, come tutti gli esseri umani, dovranno prendere decisioni su ciò che in definitiva dà senso e valore alla loro vita e al loro lavoro; faranno questo bene o male, con quella profondità di riflessione che si acquista con l’aiuto della sapienza teologica, o con una sconsiderata assolutizzazione delle loro conquiste al di là dei loro giusti e ragionevoli limiti”.

Anche papa Francesco, nel corso dell’udienza, ha incoraggiato i giovani astronomi a seguire il dialogo tra la scienza e la fede: “La Chiesa si rallegra del mirabile progresso scientifico riconoscendo l’enorme potenziale che Dio ha dato alla mente umana, come una madre si rallegra ed è giustamente orgogliosa quando i suoi figli crescono ‘in sapienza, età e grazia’ (Lc 2,52)”. Il Papa, inoltre, ha invitato i partecipanti al corso a condividere le conoscenze acquisite sull’universo con i propri connazionali; “Solo una piccolissima parte della popolazione mondiale – ricorda Francesco – ha accesso a tali conoscenze, che aprono il cuore e la mente ai grandi interrogativi che l’umanità da sempre si pone: Da dove veniamo? Dove andiamo? Che senso ha questo universo di centomila milioni di galassie?… La ricerca di risposte a queste domande ci predispone all’incontro con il Creatore, Padre buono, poiché ‘in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo’ (At 17,28)”. 

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PADRE CRESPI: LA BIBBIA AVEVA RAGIONE http://bibliotecaneval.altervista.org/padre-crespi-la-bibbia-aveva-ragione/ Sat, 07 Jun 2014 22:27:40 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=9899 da: http://www.ilcrivello.altervista.org/indice.htm PADRE CRESPI: LA BIBBIA AVEVA RAGIONE SCOPERTE ARCHEOLOGICHE DA FAR CROLLARE LA STORIA "UFFICIALE" DELL'UMANITA': LE INCREDIBILI (E TACIUTE) SCOPERTE DI PADRE CRESPI   (a cura di Claudio Prandini)     Don Carlo Crespi     INTRODUZIONE DON CARLO CRESPI, UOMO DI SCIENZA E DI CARITÀ (*)     di Laura Cerri “Non è quello che […]

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PADRE CRESPI:

LA BIBBIA AVEVA RAGIONE

SCOPERTE ARCHEOLOGICHE DA FAR CROLLARE LA STORIA "UFFICIALE"

DELL'UMANITA': LE INCREDIBILI (E TACIUTE) SCOPERTE DI PADRE CRESPI

 

(a cura di Claudio Prandini)

 

 

Don Carlo Crespi

 

 

INTRODUZIONE

DON CARLO CRESPI, UOMO DI SCIENZA E DI CARITÀ (*)

    di Laura Cerri

“Non è quello che si riceve, ma quello che si dà, ciò che conta per la nostra gioia”  (don Primo Mazzolari)

 

“Se la fede ci fa essere credenti, e la speranza ci fa essere credibili, è solo la carità che ci fa essere creduti”  (don Tonino Bello)

***

Arrivava a confessarne spesso anche  tre alla volta, di penitenti: seduto nel confessionale per un tempo infinito, di giorno e di notte,  la stola violacea sulle spalle, in mano la corona del Rosario che continuava a sgranare,  prestava orecchio attento e paziente alle parole sussurrate, attraverso le grate regolamentari, da  due donne, l’una a sinistra e l’altra a destra, e  da un uomo, ritto invece davanti a lui. Contemporaneamente. Ascoltava confessava assolveva benediva in serie, verrebbe da  dire, e a ritmi supersonici. Come facesse, non si sa.

E’ ben vero, tuttavia, che, conoscendo i suoi … polli, diceva  a qualcuno, prima che prendesse posto,  di mettersi da parte e lasciar confessare  gli altri, poi  ascoltava  lui solo. 

Fatto sta, comunque, che era a richiestissimo, da persone di ogni categoria, inclusi prelati, per il suo stile sobrio, ma carico di umanità, bontà e tenerezza,  e così passava  ore e ore – anche 16 di fila, senza toccar cibo – a confessare: il legno dell’inginocchiatoio del suo confessionale, dato il gran numero di penitenti che vi si inginocchiavano, era talmente logoro e consumato che  si era formata una sorta di buco, di cunetta.

Ma non era quella soltanto l’unica stranezza di questo straordinario personaggio, geniale e intelligentissimo, colto e insieme semplice, dalla vita spartana e frugale, ma soprattutto di una bontà, generosità e disponibilità disarmanti.

Un carattere comunque forte, il suo, avvezzo al comando. Basta un aneddoto: “Alle cinque in punto inizierai a recitare il Rosario” – aveva detto un giorno a un chierico, e quest’ultimo si era affrettato ad ubbidire, in perfetto orario, anche se in chiesa, in quel momento, lui, don Carlo Crespi, non era ancora arrivato.  Che tuttavia,   una volta giunto  sul posto, non si fece scrupoli a rimproverarlo: “Perché hai cominciato?”  “Ma padre, mi aveva detto alle cinque in punto”- si giustificò il chierico. E lui allora, deciso, di rimando:  “Perbacco, il punto lo metto io!”

Ecco, era fatto così, don Carlo Crespi Croci, nato a Legnano il 29 maggio 1891 da Daniele, fattore della più vasta tenuta agricola della zona,  e da Luisa Croci, terzo di tredici figli.

LA FORMAZIONE

Ha  dodici anni, Carlo, quando incontra i salesiani presso il Collegio Sant’Ambrogio di Milano, dove completa gli studi ginnasiali.

“Quando studiavo al Collegio – ricorderà lui stesso – la Vergine mi mostrò un sogno rivelatore : mi vidi vestito da sacerdote con una lunga barba sopra un vecchio pulpito, mentre predicavo di fronte a tanta gente. Il pulpito però non sembrava una chiesa, ma una capanna …”

Frequenta quindi il liceo salesiano di Valsalice, e si sente chiamato alla vita religiosa. Emetterà la professione perpetua nel 1910 e verrà ordinato sacerdote nel 1917. Compie studi di filosofia e teologia, ma anche di scienze naturali, matematica e musica, materie che insegnerà a Padova e a Verona, e, sempre assecondando i molteplici  interessi della sua mente poliedrica, segue anche corsi di ingegneria e idraulica.

Diventerà, tra l’altro, un grande pianista e un esperto compositore.

All’università di Padova scopre poi  l’esistenza di un microorganismo fino ad allora sconosciuto, destando l’interesse del mondo scientifico.

Come soldato, partecipa per un breve periodo alla prima guerra mondiale.

Ma la sua strada è quella che gli ha indicato, nella visione, la Vergine Maria: diventare missionario. 

Suo campo di missione sarà allora l’Ecuador, sia per preparare il materiale necessario a partecipare alla grande Esposizione Missionaria Vaticana dell’anno santo 1925 e a quella salesiana di Torino, sia anche e soprattutto per mettere in opera un vasto piano di azione missionaria in quella terra.

Infatti, prima di partire, don Carlo scrive a un suo superiore: ”Ora vorrei una parola che mi assicuri che la mia povera opera sarà veramente spesa tra i Kivari (o Shuar,popolazione autoctona, che vive nella foresta amazzonica), perché solo per loro ho tenuto tante conferenze … Lascio la famiglia, lascio la patria, lascio soprattutto splendidi ideali musicale e scientifici, soltanto per seguire la fortissima vocazione …”

UOMO DI STUDIO

Così, il 24 marzo 1923, nel porto di Genova, l’attenzione di tutti  era richiamata da un giovane sacerdote, don Carlo appunto, che andava e veniva irrequieto per far caricare sul vapore una sessantina di grosse casse destinate alle missioni salesiane dell’Ecuador. Dal contenuto, queste casse,  quanto mai vario: macchine fotografiche e cinematografiche, da presa, proiettori, una macchina “grafofono”per scrivere la lingua degli indigeni, e poi teodoliti, pluviometri, bussole, arnesi vari da lavoro, medicine, vestiti … e tanto altro ancora .

Ma la ricchezza e la carica maggiore le portava dentro di sé lo stesso don Carlo, per il suo carattere vulcanico, dalla dinamica urgente e travolgente, e per la sua eccezionale  volontà e  capacità di agire.

Sbarcato a Guayaquil, don Crespi si diresse a Quito e subito dopo a Cuenca, dove rimarrà  per tutta la vita.

In pochi mesi, da scienziato e naturalista qual era,  si dedicò a formare  una importante collezione di oltre 600 esemplari di felci, scoprendo nuove specie che da lui presero il nome di “Crespiane”.

E presto, con una ventina di portatori, si addentrò nel folto della foresta amazzonica, impervia e millenaria, visitando centri missionari, e capanne di indigeni sparse a lunga distanza nel groviglio della giungla, passando interminabili giornate a piedi, irte di rischi, attraversando fiumi impetuosi su tronchi d’albero scanalati, alloggiando in capanne improvvisate con rami e foglie, o dormendo in quelle degli indigeni sul nudo suolo o su stuoie, sotto il sole tropicale e le piogge torrenziali.  Suo intento era quello di studiare usi, costumi, cultura e lingua degli Shuar, filmando, per la prima volta in tutta la regione, il loro modo di vivere e molte delle innumerevoli meraviglie della foresta amazzonica, per raccogliere materiale per l’Esposizione.

Si recherà, l’anno seguente, con le sue pellicole, negli Stati Uniti, dove , nell’università di Columbia, prenderà parte attiva a un convegno di famosi naturalisti e glottologi e sarà nominato Membro dell’Istituto Interamericano, per i suoi apporti e meriti scientifici.

Si recherà anche a Roma, all’Esposizione Missionaria, portando, dalle missioni salesiane, numerosi pezzi e non pochi animali della foresta, vivi, in gabbie sulle quali una targhetta indicava il mittente, per così dire, cioè i Salesiani appunto, che quegli animali avevano spedito per nave. Don Crespi ricordò poi  per tutta la vita, ridendone  di gusto, che la gente che usciva dall’ambiente dell’Esposizione, a cui partecipavano molte altre congregazioni missionarie, commentava ammirata:

“Bestie come i Salesiani, nessuno!” 

 A don Carlo  si deve anche un importante Museo Archeologico, frutto di audacia e costanza, ricco di  favolosi pezzi risalenti a un’epoca sconosciuta, che gli Shuar, dei quali  si era conquistato la fiducia, gli avevano consegnato nel corso di decenni: statuette, oggetti d’oro o laminati d’oro, d’argento e bronzo, scettri, elmi, dischi, placche, spesso intagliati magistralmente con arcaici geroglifici che, a tutt’oggi, nessuno ha saputo decifrare. Tanti reperti, insomma, di culture precolombiane di varie provincie dell’Ecuador, che fecero del Museo la meta di innumerevoli turisti e scienziati (anche se non tutto – va riconosciuto – era autentico, per l’inganno in cui talvolta cadde padre Crespi, ad opera di imbroglioni, che, approfittando della sua fiducia e buona fede, lo convinsero a scambiare pezzi autentici della sua collezione con altri, di nessun valore).

Al Museo Archeologico si aggiunse anche una pinacoteca di opere di diverse epoche e scuole dell’Ecuador e dell’Europa.

APOSTOLO DEI POVERI

Pensava e progettava in grande, don Carlo, anche e soprattutto in campo missionario e di apostolato, con una dinamica rivoluzionaria, con programmi ambiziosi per le scuole, per l’agricoltura, per una colonizzazione disciplinata ed efficace.

Un lavoro enorme, sempre in favore dei poveri: fece installare a Macas, in piena foresta amazzonica, la luce elettrica, vi portò una macchina e attrezzi di falegnameria e meccanica,  quasi tutto trasportato a spalla lungo un tragitto di oltre 150 chilometri.

Aprì una scuola agricola a Cuenca, facendo arrivare dall’Italia macchinari e personale specializzato. Organizzò anche laboratori di taglio e cucito per le ragazze misere della città.

E in poco tempo, come per incanto, attuò quella che venne definita la revoluciòn blanca in campo scolastico e culturale: per volontà e merito suo sorsero infatti il Normal Orientalista, il Collegio Tecnico, la Quinta Agronomica, Il Teatro salesiano, la Gran Casa della Comunità, e in particolare l’Istituto “Cornelio Merchàn”, grandioso edificio per le scuole  elementari e professionali per alunni poveri.

Per questi ragazzi del popolo, don Crespi era un vero padre: ogni mattina i più bisognosi ricevevano anche la colazione, a volte pure il vestito. In varie occasioni don Carlo utilizzò la tela donatagli da qualche benefattrice per una nuova tonaca, in sostituzione di quella, ormai troppo logora, che portava, per ricavarne invece alcuni pezzi per pantaloncini. Del resto, era sempre in mezzo ai poveri, facendo catechismo ai ragazzi di strada, la domenica pomeriggio, e dando loro, oltre al divertimento, il pane quotidiano.

Quando si muoveva tra gli allievi della sua grande Scuola Merchàn o nell’affollatissimo oratorio festivo, aveva sempre una mano piena di caramelle, che distribuiva a chi gli veniva a tiro, mentre nell’altra reggeva una piccola campanella, con cui richiamava l’attenzione e che, con frequenza, batteva leggermente in testa al ragazzo interessato. Alla sua morte, un giornalista di Cuenca ha scritto: “Chi di noi non ha ricevuto da don Crespi una carezza, una caramella e … un colpo di campanello in testa?”

Una banda musicale con 150 strumenti animava le sfilate religiose e patriottiche, l’oratorio riempiva di felice chiasso il cortile dell’istituto, ogni domenica. La filodrammatica e il cinematografo, poi,  erano attesi con ansia nei giorni festivi dai ragazzi delle strade: insomma, con padre Crespi tutto si  tramutava in sana  allegria, specialmente nella vita dei piccoli, che erano la sua ragione di essere. Secondo la regola di san Francesco di Sales: “Fare il bene e farlo con gioia è un doppio bene”. E la domenica aveva luogo anche la sfilata di oltre un centinaio di poveri, per ricevere da lui un fagottino di riso, di farina o di zucchero.

 

Don Carlo si moltiplicava , per così dire: era  un uomo che non riposava mai! Infatti, mentre durante il giorno dirigeva  e finanziava le sue opere, di notte continuava  l’azione che aveva lasciato incompiuta.  E giorno e notte la gente bisognosa accorreva  a lui in code interminabili, ed egli metteva  la mano nella larga tasca della sua veste nera e il denaro si materializzava  come per incanto. Generazioni di persone si susseguirono nel tempo beneficiando del suo cuore generoso e tenero.

Prediligeva i poveri, ma il più povero era lui stesso: la sua umiltà si vedeva nella veste che portava, logora fino a sfilacciarsi, nelle scarpe rotte e nel pasto frugale, nella sua stanzetta angusta, quasi misera, arredata dal solo letto di  legno. Il suo riposo notturno era di cinque ore, e a volte meno, perché non c’era praticamente notte in cui non fosse chiamato per assistere e confessare moribondi. Ai colpi alla porta d’ingresso della sua povera casa, rispondeva immediatamente: “Vengo!”

NELLA LUCE E NELLA GIOIA DI DIO

Don Crespi non aspirò mai ai premi o alla popolarità, ma la sua personalità si imponeva e piovevano su di lui i più alti riconoscimenti per la sua opera in campo scientifico, artistico e culturale. Ogni onorificenza, però,  veniva da lui riferita, rapportata, per così dire, a ciò che più gli stava a cuore: i suoi poveri.

Così, “Eccellenza – rispose, quando il presidente della repubblica dell’Ecuador gli mise sul petto una medaglia d’oro  – il padre Crespi non cerca medaglie, ma pane, riso, zucchero, per i suoi bambini poveri”.

E ancora, quando venne insignito del titolo di Canonico onorario: “Che direbbero i miei ragazzi se mi vedessero con sottana e fascia paonazzi?”, e non entrò mai in esercizio di questa nomina.

E in altra occasione, per il conferimento dell’ennesima medaglia, esclamò, in mezzo a un enorme pubblico:”Le mie medaglie d’oro sono i miei ragazzi più poveri”.

Con il passare degli anni si diraderanno i suoi interessi scientifici e accademici, diventando sempre più preponderante la dedizione ai poveri e ai ragazzi abbandonati. Perché alla base del suo immenso lavoro e delle sue molteplici attività era la volontà di imitare Cristo nel suo amore preferenziale per i miseri, nel suo avvicinarsi ai piccoli, nella sua sollecitudine per i peccatori, dimenticando se stesso,  con una grande umiltà, riflessa nella semplicità dei suoi gesti.

La sua devozione per la Madonna fu centrale e permanente: forse la causa di canonizzazione, che è stata avviata nel 2006, farà scoprire la verità su due visioni che egli ebbe della Vergine, mentre celebrava la messa solenne in suo onore.

Così come sull’apparizione di Santa Teresina del Bambin Gesù, nel 1937, mentre era gravemente ammalato, tanto che i medici lo davano per spacciato. Ma la piccola santa di Lisieux gli avrebbe detto  che la sua malattia non era mortale, e lui subito si sentì guarito.

Il 30 aprile 1982 don Carlo Crespi giunse al termine della sua vita, lunga e laboriosa, amato e venerato dall’intera città di Cuenca come un patriarca biblico, un’icona di santità e di sapienza.

Chi l’ha conosciuto ancora lo ricorda nei suoi quotidiani e frenetici spostamenti tra il confessionale, affollatissimo ancora fino a poche settimane prima della sua morte, e l’altare, tra il santuario, dove trascorreva parte del suo tempo, immerso nella preghiera a Maria Ausiliatrice, e la scuola, il sorriso di bimbo che spuntava immancabile sulle labbra, pur seminascoste dal folto barbone candido, gli occhi vivacissimi che ballavano allegramente, le dita della mano destra che perennemente  sgranavano  un vecchio rosario.

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(*) La scorsa settimana i collaboratori della causa di beatificazione e di canonizzazione del Servo di Dio Carlo Crespi Croci (Legnano 1891 – Cuenca 1982), eroico missionario salesiano in Ecuador, hanno consegnato al Sottosegretario della Congregazione delle Cause dei Santi, mons. Marcello Bartolucci, la parte suppletiva degli Atti dell`Inchiesta diocesana, come era stato richiesto dalla medesima Congregazione con Lettera del 20 agosto 2008. Il lavoro che ora attende i medesimi Collaboratori è quello di preparare la cosiddetta "Positio", cioè il dossier che deve documentare al meglio l`eroicità della vita e delle virtù del Servo di Dio.

Responsabile ultimo della Positio è il Relatore nominato dalla Congregazione delle Cause dei Santi, il rev.mo Padre Cristoforo Bove, o.f.m. conv., al quale sono già state affidate numerose Cause della nostra Famiglia, come quella di Mamma Margherita, di Francesco Convertini, di Elia Comini, di Ottavio Ortiz, di Giuseppe Arribat e di Stefano Ferrando, e anche la Causa del Servo di Dio Albino Luciani (Giovanni Paolo I).

 

 

 

 

LE SCOPERTE DI PADRE CARLO CRESPI E GLI ARTEFATTI CHE

 FANNO TRABALLARE L’ARCHEOLOGIA CONVENZIONALE

Fonte web

La storia di Padre Crespi è una delle più enigmatiche mai raccontate: una civiltà sconosciuta, manufatti incredibili, enormi quantità d'oro, simboli appartenenti ad una lingua sconosciuta e strane rappresentazioni che collegano l'America Precolombiana agli antichi Sumeri. La cronaca degli eventi, e il modo in cui sono stati trattati, secondo molti rivela ancora una volta una cospirazione per nascondere la verità sulla storia dell'umanità.

Padre Carlo Crespi nacque a Milano nel 1891 e morì nel 1982.

E’ stato un prete missionario salesiano che ha vissuto nella piccola città di Cuenca, in Ecuador, per più di 50 anni, dedicando la sua vita al culto e alle opere di carità.

Il religioso era una persona dai molti talenti: è stato educatore, botanico, antropologo, musicista, ma soprattutto un grande umanista.

Nel 1927, la sua vocazione missionaria lo ha portato a vivere fianco a fianco con gli indigeni ecuadoregni, facendosi carico degli indigeni e conquistandosi il rispetto della tribù dei Jibaro, i quali cominciarono a considerarlo come un vero amico.

Come segno di riconoscenza, nel corso dei decenni gli indigeni hanno donato a Padre Crespi centinaia di manufatti archeologici risalenti ad un’epoca sconosciuta, spiegando che si trattava di oggetti trovati in un tunnel sotterraneo che si trovava nella giungla dell’Ecuador. Molti di essi erano in oro, intagliati con geroglifici di una lingua sconosciuta e che ancora oggi nessuno è stato in grado di decifrare.

Gli oggetti erano stati recuperati dagli indios in una caverna molto profonda, detta in spagnolo Cueva de los Tayos, posizionata nella regione amazzonica conosciuta come Morona Santiago. La grotta, che si trova a circa 800 metri sul livello del mare, fu chiamata Tayos a causa dei caratteristici uccelli quasi ciechi che vivono nelle sue profondità.

Essendo un uomo di cultura, Padre Crespi presto si rese conto che gli straordinari manufatti presentavano inquietanti analogie con l’iconografia delle antiche civiltà mesopotamiche, suggerendo un qualche collegamento tra culture sviluppatesi su versati opposti del pianeta.

Come riporta Yuri Leveratto nel suo approfondito resoconto, Crespi era convinto che le lamine e le placche d’oro a lui donate, e da lui studiate, indicassero senza ombra di dubbio che il mondo antico medio-orientale antecedente al diluvio universale fosse in contatto con le civiltà che si erano sviluppate nel Nuovo Mondo, già presenti in America a partire da sessanta millenni fa.

Secondo Padre Crespi, gli arcaici segni geroglifici che erano stati incisi, o forse pressati con degli stampi, non erano altro che la lingua madre dell’umanità, l’idioma che si parlava prima del diluvio universale. Nella sua ingenuità di uomo di fede e di cultura, il religioso non si rese conto che le sue idee mettevano fortemente in discussione le teorie consolidate dell’archeologia convenzionale (ufficiale).

Visto che i manufatti donatigli avevano formato una collezione di oggetti davvero numerosa, nel 1960 Crespi chiese e ottenne dal Vaticano l’autorizzazione per creare un museo nella missione salesiana di Cuenca.

Quello di Cuenca è stato il più grande museo che sia mai stato creato in Ecuador, almeno fino al 1962, quando un misterioso incendio distrusse completamente la struttura, e la maggior parte dei reperti fu perduta per sempre. Tuttavia, Crespi pare sia riuscito a salvare alcuni pezzi nascondendoli in un luogo a lui solo noto.

Nel 1969, Juan Moricz, un ricercatore ungherese naturalizzato argentino, esplorò a fondo la caverna, trovando molte lamine d’oro che riportavano delle incisioni arcaiche simili a geroglifici, statue antiche di stile mediorientale, e altri numerosi oggetti d’oro, argento e bronzo: scettri, elmi, dischi, placche. Fu Crespi ad indicare a Moricz come entrare nella caverna e come trovare la giusta via nel labirinto senza fondo situato nelle sue profondità.

Nel 1972, fu lo scrittore svedese Erik Von Daniken a diffondere la notizia del ritrovamento del ricercatore ungherese. Quando la notizia dello strano ritrovamento di Moricz si sparse nel mondo, molti studiosi decisero di esplorare la caverna con spedizioni private.

Una delle prime e più ardite spedizioni fu quella condotta nel 1976 dal ricercatore scozzese Stanley Hall alla quale partecipò l’astronauta statunitense Neil Armstrong, il primo uomo che mise piede nella Luna, il 21 luglio 1969. Si narra che l’astronauta riferì che i tre giorni nei quali rimase all’interno della grotta furono ancora più significativi del suo leggendario viaggio sulla Luna.

Verso la fine degli anni ’70, Gabriele D’Annunzio Baraldi visitò a lungo Cuenca, dove conobbe sia Carlo Crespi che Juan Moricz. In quell’occasione Carlo Crespi confidò all’italo-brasiliano che la Cueva de los Tayos era senza fondo e che le migliaia di diramazioni sotterranee non erano naturali, ma bensì costruite dall’uomo nel passato.

Secondo Crespi la maggioranza dei reperti che gli indigeni gli consegnavano provenivano da una grande piramide sotterranea, situata in una località segreta. Il religioso italiano confessò poi a Baraldi che, per timore di futuri saccheggi, ordinò agli indigeni di coprire interamente di terra detta piramide, in modo che nessuno potesse mai più trovarla.

Baraldi notò che in molte placche e lamine d’oro erano ricorrenti vari segni: il sole, la piramide, il serpente, l’elefante. In particolare la placca dove venne incisa una piramide con un sole nella sua sommità venne interpretata da Baraldi come una gigantesca eruzione vulcanica che avvenne in epoche remote.

Quando Carlo Crespi morì, nell’aprile del 1982, la sua fantasmagorica collezione d’arte antidiluviana fu sigillata per sempre, e nessuno poté mai più ammirarla. Vi sono molte voci sulla sorte dei preziosissimi reperti raccolti pazientemente dal religioso milanese. Secondo alcuni furono semplicemente inviati in segreto a Roma, e giacerebbero ancora adesso in qualche caveau del Vaticano.

Molti archeologi convenzionali hanno accusato Padre Crespi di essere un impostore o semplicemente un visionario, il quale ha spacciato come autentiche delle lamine d’oro che erano semplicemente dei falsi o delle copie di manufatti medio-orientali. Ma a prescindere dalle accuse dell’establishment archeologico, restano le fotografie e le numerose testimonianze di molti studiosi a prova della loro veridicità.

Come scrive Leveratto nel suo articolo, l’impressione che si ha a leggere questa vicenda è che qualcuno abbia voluto occultare i fantastici pezzi archeologici collezionati e studiati dal religioso milanese. Ma perché? Eppure, come hanno dimostrato gli studi di Richard Cassaro, i paralleli tra le culture mesopotamiche e quelle precolombiane sono palesemente evidenti.

Perchè gli archeologi di epoca vittoriana ritenevano pacifica l’esistenza di una cultura madre antecedente che avrebbe poi generato culture figlie con lo stesso sistema iconografico, simbolico e religioso? E perchè oggi questa ipotesi è avversata ferocemente da archeologi militanti che negano a tutti i costi questa possibilità? Perchè non ricercare pacificamente? Quale valenza avrebbe per l’umanità sapere che discendiamo da un unica, avanzata civiltà globale antidiluviana?

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IL MISTERO DELLA BIBLIOTECA METALLICA

DI PADRE CARLO CRESPI

Fonte web

Il Padre italiano Carlo Crespi (1891-1982), era giunto nella selva amazzonica ecuadoriana nel 1927. 

Con il tempo aveva ammassato, presso la sua missione salesiana di Cuenca, una fantasmagorica collezione di manufatti antichi d’inestimabile valore storico e archeologico: statuette d’oro di stile mediorientale, numerosi oggetti d’oro, argento o bronzo: scettri, elmi, dischi, placche, e molte lamine metalliche che riportavano delle incisioni arcaiche simili a geroglifici, la cosiddetta “biblioteca metallica”.



Tra le varie lamine, una di esse era lunga circa 20 pollici e riportava 56 segni stampati, come fosse un alfabeto più antico di quello dei Fenici (foto a sinistra del testo).

Padre Carlo Crespi era molto anziano quando fu girato il video di Stanley Hall, che riporto nel corpo articolo, e forse era anche confuso, ma nell’ultima parte del video (esattamente nel punto: 4 min. e 18 sec), si vede benissimo che la biblioteca metallica, da lui gelosamente custodita, era reale. 

Osservando al rallentatore l’ultima parte del video, dove si vedono le placche metalliche, si nota che vi sono impressi dei segni o una sorta di geroglifici, come se si fosse voluto rappresentare la storia di un popolo. 

Carlo Crespi ha sempre dichiarato a tutti i suoi intervistatori che tutti i reperti del suo museo, gli erano stati consegnati, nel corso degli anni, da indigeni Suhar, che a loro volta li avevano raccolti nella Cueva de los Tayos.

Ecco una sua dichiarazione, ripetuta più volte a vari ricercatori:

Tutto quello che gli indios mi hanno portato dalla caverna risale a epoche antiche, prima di Cristo. La maggioranza dei simboli e di alcune rappresentazioni preistoriche risalgono ad epoche antecedenti il Diluvio.

Padre Carlo Crespi

Il religioso italiano sosteneva che i reperti da lui custoditi fossero d’origine antidiluviana e fossero stati nascosti nella caverna da discendenti di popoli mediorientali che erano scampati al diluvio. 

Molte persone che mi hanno contattato durante questi anni, hanno argomentato che il “tesoro” di Padre Carlo Crespi fosse costituito da falsi o, da pezzi veri, che però non provenivano dalla Cueva de los Tayos.

E’ una possibilità, però a mio parere qualcosa di vero in questa storia della Cueva de los Tayos c’è, per vari motivi. 

Innanzitutto il Padre Carlo Crespi, non ha mai tenuto conferenze sulla sua collezione e non si è mai fatto pubblicità allo scopo di guadagnarci soldi o fama, anzi era piuttosto schivo e controverso. 

Che bisogno avrebbe avuto quindi di inventarsi tutto e raggruppare una montagna di manufatti falsi? 

C’è poi la possibilità che sia stato ingannato da astuti artigiani: a tale proposito lo scrittore Richard Wingate, scrive:

E’ stato detto che i reperti di Padre Crespi siano dei falsi che gli furono consegnati da indigeni. Però in seguito i segni scolpiti in alcuni suoi reperti sono stati individuati come geroglifici egizi, ieratico egizio, punico e demotico.

Come avrebbero potuto, gli indigeni Suhar o improvvisati artigiani della zona di Cuenca, riportare delle iscrizioni in lingue antiche, nei reperti che consegnavano a Crespi?

E' vero che tutti o alcuni dei suoi manufatti potrebbero essere stati veri, ma non provenienti dalla Cueva de los Tayos, ma anche in questo caso perché lui avrebbe divulgato che gli furono consegnati dagli indigeni Suhar? Non avrebbe guadagnato nulla dicendo ciò.

Alcuni reperti di Crespi sono stati analizzati da riconosciuti archeologi: per esempio il professor Miloslav Stingi, membro dell’Accademia delle scienze di Praga, dopo aver analizzato alcuni reperti di Padre Crespi disse:

Il sole è spesso parte centrale di alcuni reperti incaici, ma l’uomo non è stato mai messo sullo stesso piano rispetto al sole, come vedo in alcuni di questi reperti. Vi sono rappresentazioni di uomini con dei raggi solari che si dipartono dalle loro teste, e vi sono uomini rappresentati con punti, come fossero stelle uscendo da loro stessi. Il simbolo sacro del potere è sempre stato la mente, ma in questi reperti la mente o il capo, è rappresentata simultaneamente come il sole o una stella.

Con questa dichiarazione Stingi, propende per sostenere che alcuni dei reperti di Crespi non hanno una derivazione indigena (che sia andina o amazzonica), ma hanno origine differente. 

Osservate con attenzione la placca d’oro che riporto qui sotto: è una piramide con alla sua sommità un sole. 



Molto stranamente i gradini della piramide sono 13 e il sole posto nella sua sommità ricorda l’occhio onniveggente. Ai lati vi sono poi due felini, due elefanti e due serpenti. Alla base della piramide vi sono le lettere di un alfabeto arcaico, che secondo alcuni ricercatori sarebbe un proto-fenicio.

La piramide, il sole posto alla sua sommità e i 13 gradini sono indubbiamente simboli massonici. Sappiamo che la Massoneria ha origini che si rimontano alla notte dei tempi, e pertanto questa potrebbe essere una placca aurea di culture medio-orientali. Notiamo inoltre che gli elefanti non sono presenti in Sud America (se non prima del diluvio, i mastodonti, che si sono estinti con gli altri animali della megafauna nel 9500 a.C.), e questo rafforza la tesi che l’oggetto in questione abbia un’origine non americana. 

Per quanto riguarda i felini, essi non sono puma o giaguari (tipici delle culture andine e amazzoniche), ma gatti, animali sacri dell’antico Egitto. 

Il serpente poi è un simbolo universale adorato in tutte le culture del mondo antico, come immagine del rigenerarsi della vita, e metafora dell’utero della donna (sta, infatti, negli anfratti dei fiumi). 

Un ultimo particolare: nel lato sinistro rispetto al sole vi sono 4 piccoli circoli, mentre nel lato destro vi sono 5 piccoli circoli. Si tratta dei 9 pianeti del sistema solare?

Anche in questo reperto si possono notare alcuni particolari importanti: 

Innanzitutto ritroviamo la piramide, questa volta formata da 5 livelli. 

Nei primi tre vi sono dei simboli di un alfabeto antico, non decifrato. Quindi un elefante, simbolo non tipico delle culture sud-americane, e sulla cima un sole con dieci raggi. 

La biblioteca metallica è stata mai vista al di fuori del fantasmagorico museo di Padre Carlo Crespi?

In effetti ci sono state altre persone che affermarono di essere state all’interno della Cueva de los Tayos e aver visto con i loro occhi altre lamine della biblioteca metallica, primo tra tutti l’ungherese naturalizzato argentino Juan Moricz, che dichiarò di aver portato a termine una spedizione nel 1965 guidato da indigeni Suhar.

Nella seconda spedizione, guidata da Juan Moricz nel 1969, alla quale partecipò Gaston Fernandez Borrero, non furono però trovate alcune tracce della biblioteca metallica, ma solo stalattiti e stalagmiti. 

Dopo la seconda spedizione Juan Moricz fece un tentativo di ufficializzare la sua scoperta, il 21 luglio 1969, dichiarando di fronte ad un notaio di aver individuato nella caverna, oggetti importanti dal punto di vista archeologico. 

Varie persone mi hanno scritto sostenendo che Moricz fosse in mala fede, e che lui, dopo aver visto la collezione di Carlo Crespi e aver ascoltato la sua probabile provenienza, pensò di divulgare la storia che aveva trovato la biblioteca metallica all’interno della caverna, per ottenerne soldi e fama. 

Anche questa è una possibilità, considerando che Moricz non mostrò mai nessuna fotografia dei suoi ritrovamenti. 

Ci sono però altre dichiarazioni, come quella del maggiore Petronio Jaramillo, tratta dal libro “Oltre le Ande” di Pino Turolla. 

Jaramillo, che dichiarò di essere entrato nella caverna nel 1956, descrisse alcuni manufatti antichi e le famose lamine metalliche, ma anche in questo caso non ci sono fotografie e pertanto si può concludere che la biblioteca metallica è stata vista e fotografata solo ed esclusivamente nel museo di Padre Carlo Crespi.

Quando Padre Carlo Crespi morì, nel gennaio del 1982, la sua meravigliosa collezione d’arte mediorientale (e antidiluviana), fu portata via dal museo di Cuenca, verso una destinazione ignota.

Alcune voci sostennero che il Banco Centrale dell’Ecuador abbia acquisito, il 9 luglio 1980, per la somma di 10.667.210 $, circa 5000 pezzi archeologici in oro e argento dalla missione salesiana. 

Il responsabile del museo del Banco Centrale dell’Ecuador, però, Ernesto Davila Trujillo, smentì categoricamente che l’entità di Stato acquisì la collezione privata di Padre Crespi. 

Secondo altre persone i reperti di Padre Crespi furono inviati in segreto a Roma, ed oggi si troverebbero in qualche cavò del Vaticano.

A questo punto sorge una considerazione: se i reperti di Padre Carlo Crespi, inclusa la biblioteca metallica, erano dei falsi, perché sono stati fatti sparire? 

Se fossero stati dei falsi sarebbero stati venduti all’incanto in qualche mercatino di periferia, a poco prezzo. 

Assumendo pertanto che la maggioranza di quei reperti erano veri, ma che non provenissero dalla Cueva de los Tayos, perché sarebbero stati custoditi proprio nella missione salesiana di Padre Carlo Crespi? 

Che bisogno avrebbe avuto il legittimo proprietario (l’ordine dei Salesiani? Il Vaticano?), d’inviarli a Cuenca? 

Forse per nasconderli? In questo caso però Carlo Crespi non li avrebbe mai mostrati a nessuno. 

Come si vede il mistero della biblioteca metallica di Padre Carlo Crespi, è ancora attuale: nessuno può essere certo della sua reale provenienza, e tantomeno della sua attuale ubicazione. 

Il fatto che sia stata occultata potrebbe essere una prova non solo della sua autenticità, ma anche del suo inestimabile valore e forse, del suo scomodo significato.

 

 

APPROFONDIMENTO

 

PADRE CARLO CRESPI, IL VERO SCOPRITORE DEL

TESORO DELLA CUEVA DE LOS TAYOS (+ VIDEO)

 

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Miracolo: paralitica da 11 anni guarisce pregando nel Santuario di Pompei http://bibliotecaneval.altervista.org/miracolo-paralitica-da-11-anni-guarisce-pregando-nel-santuario-di-pompei/ Sat, 12 Apr 2014 17:59:07 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=9406   Michelina, 74 anni: «Ho sentito un bruciore in tutto il corpo e un intenso profumo di fiori». di Rosa Benigno POMPEI. Per i fedeli “è un segno”. La Madonna non compie miracoli solo se si viaggia fino a Lourdes, Fatima o Medjugorje. La fede, infatti, ha guarito Michelina Comegna, 74 anni, a pochi chilometri […]

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Michelina, 74 anni: «Ho sentito un bruciore in tutto il corpo e un intenso profumo di fiori».

di Rosa Benigno

POMPEI. Per i fedeli “è un segno”. La Madonna non compie miracoli solo se si viaggia fino a Lourdes, Fatima o Medjugorje. La fede, infatti, ha guarito Michelina Comegna, 74 anni, a pochi chilometri da casa, mentre prendeva la Comunione a Pompei, durante la messa di domenica 23 marzo, nel Santuario dedicato alla Beata Vergine del Santo Rosario.
Michelina, che abita a Castellammare di Stabia, era affetta da una paralisi al braccio e alla gamba destra, da quanto – 11 anni fa (il 4 aprile) – subì un ictus, mentre era intenta a preparare i carciofi per i suoi cari. Madre di cinque figli maschi e nonna di 12 nipoti, in quel momento stava combattendo con un cancro al seno di cui era stata operata la prima volta. Dopo l’ictus, che la bloccò a letto per 3 anni, è stata operata altre 4 volte. E sottoposta a continui cicli di chemio e radioterapie. Un calvario che molti conoscono. Che umilia e debilita.
«Ma io ho sempre pregato la Madonna che mi restituisse solo la capacità di camminare – racconta Michelina – Con cinque figli maschi era mio marito ad assistermi in tutto. Mi doveva accompagnare anche in bagno. E io mi vergognavo tanto…». Ora Michelina cammina e si muove per casa con piena efficienza. Le resta un cuore malandato e un polmone “bruciato” dalla radioterapia. Ma lei e il marito, Giovanni Passaro, con cui è sposata da 55 anni, ora sono felici ed emozionati. Monsignor Giuseppe Adamo, vicario del Santuario mariano, conferma di essere stato testimone del racconto della donna. In ogni caso aggiunge: «So che esibiranno certificati medici per l’attestazione di quanto è accaduto; noi effettueremo le dovute verifiche».
Tutto è successo alla messa delle ore 10, celebrata da monsignor Adamo. La signora Comegna si è messa in fila per prendere la Comunione. «Ho ricevuto l’Eucaristia e, mentre tenevo ancora in bocca la Comunione, ho cominciato a sentire un forte bruciore che dai piedi saliva alle gambe e veniva su per il corpo, mentre avvertivo un intenso profumo di fiori – spiega la donna – Era tutto talmente forte, che ho cominciato a spaventarmi. Ho dimenticato che mi trovato in Chiesa, perché il bruciore mi ha fatto pensare che stessi andando a fuoco e mi sono guardata intorno convinta di vedere gli abiti avvolti dalle fiamme».
«Mi sono tolta la sciarpa, il soprabito, avevo caldo ed ero in un bagno di sudore – continua la signora – Mio marito credeva che io stessi avendo un malore. Gli ho detto che stavo provando una grande gioia e che avevo bisogno di camminare».
E il marito racconta: «Si è alzata e a passo svelto ha percorso la navata. Temevo che potesse cadere. Ma lei andava spedita e non aveva più nessun segno della paralisi dell’ictus».
Michelina, con mitezza, mostra la sua stampella sorreggendola con la mano guarita: «Ora a Pompei voglio andare a piedi».
I coniugi Passaro hanno già fatto stampare in argento una piccola gamba e un braccio che consegneranno alla Basilica di Pompei “per grazia ricevuta”.

L'ARCIVESCOVO CAPUTO: «QUI MOLTI EVENTI PRODIGIOSI»
In Basilica non si sbilanciano: «Tocca alla medicina dare certezze scientifiche di quanto accaduto

POMPEI. È una prudente dichiarazione quella che l’ufficio comunicazioni sociali del Santuario della Beata Vergine del Santo Rosario rilascia a nome di Monsignor Tommaso Caputo, Arcivescovo di Pompei, in merito alla notizia dell’improvvisa guarigione di Michelina Comegna. «Rilevando che la signora afferma di aver vissuto un’esperienza di benessere della quale ringrazia Dio e la Vergine Maria – è scritto nella nota del Santuario – l’Ufficio delle Comunicazioni Sociali del Santuario di Pompei dichiara di attendere che vengano fatti i debiti accertamenti scientifici prima di pronunciarsi. Fin dalla fondazione di questo santuario, numerosi eventi prodigiosi sono avvenuti per intercessione della Vergine di Pompei e del Beato Bartolo Longo. Alla medicina tocca dare certezze scientifiche in merito».  E, infatti, anche il Vicario generale del Santuario, monsignor Giuseppe Adamo che ha assistito di persona al fenomeno, è prudente e racconta: «Di intercessioni della Madonna ne ho ascoltate tante in confessionale, ma poi non tutti tornano con certificati medici, anche perché per un ammalato è difficile sottoporsi a nuove sofferenze e tornare negli ospedali per le verifiche dei medici. Preferiscono vivere con gioia la loro guarigione e dimenticare le pene».

 

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I metodi naturali come rimedio all’infertilità hanno successo in oltre il 70% dei casi http://bibliotecaneval.altervista.org/i-metodi-naturali-come-rimedio-allinfertilita-hanno-successo-in-oltre-il-70-dei-casi/ Wed, 26 Mar 2014 10:06:21 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=9089   Hanno probabilità doppia di successo rispetto alla fecondazione in vitro (che, tra l'altro, è invasiva, frustrante e costosa)   di Benedetta Frigerio I metodi naturali dimostrano un'efficacia crescente nella risoluzione delle patologie dell'infertilità. Al contrario avviene per le tecniche di fecondazione in vitro che hanno un'efficacia minore, non curano le malattie e prevedono percorsi […]

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Hanno probabilità doppia di successo rispetto alla fecondazione in vitro (che, tra l'altro, è invasiva, frustrante e costosa)
 
di Benedetta Frigerio

I metodi naturali dimostrano un'efficacia crescente nella risoluzione delle patologie dell'infertilità. Al contrario avviene per le tecniche di fecondazione in vitro che hanno un'efficacia minore, non curano le malattie e prevedono percorsi invasivi, frustranti e costosi.
A dirlo sono i risultati di un protocollo presentato dalla dottoressa Elena Giacchi, ginecologa del centro studi e ricerche per la regolamentazione naturale della fertilità dell'Università Cattolica. I dati sono stati presentati durante il convegno "La ricerca della gravidanza nell'infertilità di coppia" (28 febbraio – 1 marzo, Roma).

I NUMERI
Su una casistica di 297 coppie che hanno seguito i metodi naturali, il 71 per cento è riuscita a concepire un bambino», spiega a tempi.it la dottoressa Giacchi, ricordando che questi sono gli studi preliminari e che il campione sarà triplicato. Evidente la differenza di successo fra natura e provetta: secondo gli ultimi dati del ministero della Salute, fra 2005 e 2011, la percentuale delle gravidanze con tecniche Icsi e Fivet era di circa il 20 per cento rispetto ai cicli iniziati, che aumenta o diminuisce a seconda dell'età: nel 2009 per le donne tra i 30 e 35 anni era circa del 25 per cento e per quelle tra i 40-42 anni del 14,5.

CURARE LE CAUSE
«Dalle analisi – prosegue Giacchi – emerge anche l'efficacia dei metodi naturali nel rintracciare le cause dell'infertilità. Attraverso il metodo sintotermico Roetzer si è scoperto che il 19 per cento delle coppie che lo ha utilizzato soffriva di una patologia. Di quelle che hanno seguito il Camen ad avere una patologia era il 12 per cento delle coppie, mentre con il Billing, che possiede la casistica più grande, si sale al 40».
Una scoperta importante, perché permette a chi ha una patologia di curarla, «cosa che non accade durante i percorsi di fecondazione artificiale, che anzi cercano di aggirare il problema con metodi invasivi, innaturali e violenti». Anche i costi sono diversi: un solo ciclo di fecondazione assistita costa circa 3.750 euro più 1.000 euro di medicazioni, con cifre che poi si moltiplicano a seconda del numero di tentativi. Senza contare gli altri migliaia di euro necessari al congelamento e al trasferimento degli embrioni. Medua Boioni Dedé, vice presidente della Confederazione italiana centri Rnf, spiega che «per seguire i nostri corsi non si paga: ad affiancare le coppie sono esperti che operano gratuitamente. Se ci sono costi, sono solo legati ai normali esami ospedalieri nel caso di sospetto di patologie».

LA NATURA È POTENTE
Eppure questo percorso non è pubblicizzato, spesso viene immaginato come inefficace perché naturale: «Abbiamo un'idea sbagliata della natura, che invece è potente e che occorre conoscere e seguire nella sua intelligenza. Per questo, anche se quella dei metodi naturali non è una tecnica né un approccio medico, ha esiti migliori». Inoltre, «accogliendo la persona e facendo un percorso con la coppia si riescono a sciogliere molti nodi. Spesso, volere a tutti costo un figlio che non arriva, fa spostare l'attenzione dall'amore fra uomo e donna alla gravidanza, causando un'ansia da prestazione di cui ne risentirà sia il rapporto sia il corpo, rendendo il concepimento difficile. Quando, invece, le persone sono aiutate a capire che solo curando la coppia si creano le condizioni più adatte per generare, imparano anche per il futuro che cosa significhi essere genitori: i figli hanno bisogno innanzitutto una madre e un padre che si amano». «Chi segue questi metodi non vuole un figlio a tutti i costi, infatti sta già accettando la possibilità di un limite naturale. Anzi, seguire i nostri corsi aiuta a comprendere la realtà e l'importanza di rispettarla per vivere serenamente. Forzandola, come nei processi di fecondazione artificiale, non si fa che soffrire e generare sofferenza». E il 30 per cento di coppie che non riesce a concepire? «Per generare non occorre concepire: l'amore fra uomo e donna può far crescere un altro tipo di consapevolezza. Che poi può sfociare nell'accoglienza dell'adozione».

 
Titolo originale: Presentati i nuovi dati sui metodi naturali come rimedio all'infertilità: hanno successo nel 71 per cento dei casi
Fonte: Tempi, 02/03/2014

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Vaticano: Reliquie di San Pietro. E’ di nuovo giallo (2) http://bibliotecaneval.altervista.org/vaticano-reliquie-di-san-pietro-e-di-nuovo-giallo-2/ Tue, 19 Nov 2013 11:01:17 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=7633 Martedì 19 Novembre 2013    (Adnkronos) – Per questo motivo Ferrua invitava Paolo VI a non proclamare come vera reliquia di San Pietro quelle ossa, ma piu' semplicemente gli suggeriva di scegliere ''una dicitura niente impegnativa'': come, ad esempio, quella di reliquie degli antichi cristiani ritrovate vicino alla tomba dell'apostolo. Benelli chiese alla Guarducci un […]

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Martedì 19 Novembre 2013   

(Adnkronos) – Per questo motivo Ferrua invitava Paolo VI a non proclamare come vera reliquia di San Pietro quelle ossa, ma piu' semplicemente gli suggeriva di scegliere ''una dicitura niente impegnativa'': come, ad esempio, quella di reliquie degli antichi cristiani ritrovate vicino alla tomba dell'apostolo.

Benelli chiese alla Guarducci un contro-memoriale a quello di Ferrua da sottoporre a Paolo VI: nel documento (anche questo pubblicato per la prima volta) l'archeologa respingeva tutte le illazioni e i sospetti del gesuita, portando anche le prove di quanto da lei sostenuto circa l'autenticita' delle reliquie. E sulla base delle argomentazioni dell'archeologa, il Papa decise ufficialmente per la veridicita' del ritrovamento.

La notizia dell'imminente uscita del libro ''Le chiavi sulla pietra'' ha provocato la reazione di padre Ferrua, oggi novantaquattrenne, il quale ha definito ''indelicata'' la pubblicazione degli inediti carteggi. Ma non solo: il gesuita dell'Istituto di archeologia cristiana ha ribadito all'Adnkronos che ''non c'e' nessun motivo per ritenere le ossa rinvenute sotto la basilica vaticana come quelle di Pietro. In quella cassetta che noi trovammo durante gli scavi degli anni Quaranta non c'erano resti umani. Evidentemente siamo di fronte ad una montatura: sono state prese ossa da un'altra parte e poi si e' voluto attribuirle all'apostolo''. Il gesuita ha ricordato, inoltre, che sul tavolo da lavoro di Paolo VI c'era una teca con una reliquia dove si leggeva ''Si dice che siano ossa di San Pietro''.

 

http://www.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1995/04/27/Altro/VATICANO-RELIQUIE-DI-SAN-PIETRO-E-DI-NUOVO-GIALLO-2_131400.php

 

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Il miracolo del sole che a Fatima danzò nel cielo è scientificamente credibile http://bibliotecaneval.altervista.org/il-miracolo-del-sole-che-a-fatima-danzo-nel-cielo-e-scientificamente-credibile/ Fri, 08 Nov 2013 00:42:55 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=7443   Nessuno credeva ai tre pastorelli, allora il 13 luglio 1917 chiesero alla Madonna un miracolo (che fu visto da migliaia di testimoni)   di Lorenzo Bertocchi S.L. Jaki, sacerdote benedettino morto nel 2009, plurilaureato, membro onorario dell'Accademia Pontificia delle Scienze sosteneva di conoscere il vero segreto di Fatima, segreto "banale". Vediamo perché. Il 13 […]

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Nessuno credeva ai tre pastorelli, allora il 13 luglio 1917 chiesero alla Madonna un miracolo (che fu visto da migliaia di testimoni)
 
di Lorenzo Bertocchi

S.L. Jaki, sacerdote benedettino morto nel 2009, plurilaureato, membro onorario dell'Accademia Pontificia delle Scienze sosteneva di conoscere il vero segreto di Fatima, segreto "banale". Vediamo perché.
Il 13 ottobre 1917 circa 50.000 persone si trovavano alla Cova da Iria insieme ai tre pastorelli, oggi elevati agli onori degli altari, e furono testimoni oculari di un fatto inspiegabile, il sole – raccontano le cronache – "danzò nel cielo". Da uomo di scienza quale era P. Jaki si mise ad indagare sulla natura del fenomeno: come è possibile che la stella del nostro sistema planetario possa variare la sua posizione in cielo senza manifestare sconvolgimenti di sorta?
Disponendo di un minimo di nozioni astronomiche si comprende la ragionevolezza della domanda. Certamente "nulla è impossibile a Dio", ma è pur vero che "quando Dio fa un miracolo ricorre quanto più possibile a meccanismi naturali". Anche le guarigioni miracolose – fa notare P.Jaki – sono spesso accompagnate da un improvviso calore attraverso il corpo che fa pensare ad una connessione tra guarigione stessa e aumentato metabolismo cellulare, fenomeno di per sé naturale. A partire da questo presupposto l'indagine che ha svolto sul "miracolo del sole" ha preso le mosse da un'attenta analisi delle testimonianze disponibili valutate con l'occhio dello scienziato.
La mattina del 13 ottobre 1917 a Fatima pioveva. L'analisi condotta su quanto raccontato dai testimoni oculari (S.L. Jaki – God and the Sun at Fatima, Ed. Real View Books 1999) ha fatto spostare l'attenzione del nostro ricercatore dal sole alle nubi. Così egli arriva ad ipotizzare che il cosiddetto "miracolo del sole" possa essere inteso, invece, come un miracolo di natura "meteorologica" senza perdere il suo carattere di straordinarietà. P. Jaki parla di una "lente di aria" formatasi in un cielo nuvoloso a circa 500 m dal suolo, caratterizzata da cristalli di ghiaccio capaci di rifrangere i raggi solari nei colori dell'arcobaleno. Due correnti avrebbero poi agito su questa "lente" da due direzioni diverse provocando un movimento ellittico alla stessa. Le testimonianze, infatti, attestano che sulla Cova da Iria l'aria, insolitamente fredda, si scaldò improvvisamente a livello del terreno, segno di una inversione termica che spinse verso il basso la "lente" già mossa lateralmente da una corrente d'aria in quota: il risultato appunto è una "danza". Si tratta di un fenomeno estremamente raro, anzi lo si può definire quasi unico considerando che tale "lente d'aria" deve aver avuto una grande stabilità per non disgregarsi e la "danza", per essersi verificata così come è stata descritta dalle cronache dell'epoca, deve essere stata causata da uno stesso tipo di impulso dato però da due correnti d'aria diverse.
Questa spiegazione non toglie nulla all'evento miracoloso, anche perché occorre aggiungere come l'evento fosse stato previsto con 3 mesi di anticipo da tre piccoli campagnoli analfabeti. Questa interpretazione allora ha il pregio di non presentare contraddizioni logiche o difficoltà di tipo scientifico perché, come ha ben spiegato P. Jaki, "un mistero logico dovrebbe essere grandemente preferito ad un altro illogico".
Il "vero segreto di Fatima"– il suo perenne messaggio – per P.Jaki sta nel fatto che la silenziosa vita quotidiana di fede e pietà rimane di capitale importanza nei progetti che Dio ha per l'uomo.
Nessuno credeva ai tre pastorelli, allora il 13 luglio 1917 chiesero alla Signora delle Apparizioni un miracolo, per far sì che il messaggio loro affidato fosse creduto. E la fede cristiana è radicata su eventi miracolosi, piaccia o non piaccia. Così Dio, nella sua infinita bontà, è sempre intervenuto nella storia per "convertire" alla Sua Parola gli uomini con il cuore indurito.
Non è secondario indagare su questi segni straordinari che hanno accompagnato tutta la vicenda di Fatima e ne hanno in qualche modo sottolineato un messaggio in sé veramente semplice. Infatti, al di là delle pur importanti interpretazioni sui "segreti" di Fatima relativi alle guerre, al comunismo, alle vicende del papato e della Chiesa, resta per tutti questa necessità di vivere perseverando sui principi fondamentali della fede. Banale? Forse sì, ma i misteri di Fatima sono lì proprio ad indicarci che probabilmente ce ne dimentichiamo facilmente.

 
Fonte: Libertà e persona, novembre 2013

 

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Ratzinger a Odifreddi: “Mai mascherato abusi su minori” http://bibliotecaneval.altervista.org/ratzinger-a-odifreddi-mai-mascherato-abusi-su-minori/ Tue, 24 Sep 2013 21:29:04 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=6645 24/09/2013  BENEDETTO XVI SCRIVE AD ODIFREDDI La lettera di Benedetto XVI al matematico pubblicata sul quotidiano "Repubblica", dialogo serrato e qualche bacchettata MARCO TOSATTI ROMA Dopo la risposta di papa Bergoglio a Eugenio Scalfari, è adesso la volta di Benedetto XVI di scrivere: a Piergiorgio Odifreddi, matematico, e critico super mediatico della religione e di […]

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24/09/2013 
Benedetto XVI scrive ad Odifreddi

BENEDETTO XVI SCRIVE AD ODIFREDDI

La lettera di Benedetto XVI al matematico pubblicata sul quotidiano "Repubblica", dialogo serrato e qualche bacchettata

MARCO TOSATTI
ROMA

Dopo la risposta di papa Bergoglio a Eugenio Scalfari, è adesso la volta di Benedetto XVI di scrivere: a Piergiorgio Odifreddi, matematico, e critico super mediatico della religione e di quella cattolica in particolare. Odifreddi aveva scritto un libro, “Caro papa ti scrivo”, in risposta all’opera di papa Ratzinger “Introduzione al Cristianesimo”.

Benedetto XVI gli ha risposto; una lettera troppo lunga per essere riportata integralmente sul quotidiano romano che la ospita, ma che sarà riportata in un nuovo libero di Odifreddi, ben felice, pensiamo, anche da un punto di vista editoriale di essere quello che definisce “un unicum nella storia della Chiesa: un dialogo fra un papa teologo e un matematico ateo”.

"Non tacere su mali Chiesa. Ma fede lascia scia luminosa", questa frase riassume un pensiero denso e profondo, quello del Papa teologo.

“Caro papa ti scrivo” voleva essere, ricorda Odifreddi, una “luciferina introduzione all’ateismo”; e il protagonista di innumerevoli talk show televisivi si dice sorpreso: riceve una risposta “con un’offerta di ringraziamenti per la lealtà della trattazione, era la realizzazione del massimo delle aspettative possibili, in un mondo che di solito non ne realizza che il minimo”.

Sono undici pagine fitte, quelle della risposta al libro del papa emerito; che dice di aver letto “Alcune parti con godimento e profitto. In altre parti, invece, mi sono meravigliato di una certa aggressività e dell'avventatezza dell'argomentazione”. In primo luogo ribatte all’accusa di Odifreddi che la teologia sarebbe fantascienza. “La fantascienza esiste, d'altronde, nell'ambito di molte scienze”, dice Benedetto, e porta alcuni esempi: “Il grande Jacques Monod ha scritto delle frasi che egli stesso avrà inserito nella sua opera sicuramente solo come fantascienza. Cito: "La comparsa dei Vertebrati tetrapodi… trae proprio origine dal fatto che un pesce primitivo "scelse" di andare ad esplorare la terra, sulla quale era però incapace di spostarsi se non saltellando in modo maldestro e creando così, come conseguenza di una modificazione di comportamento, la pressione selettiva grazie alla quale si sarebbero sviluppati gli arti robusti dei tetrapodi. Tra i discendenti di questo audace esploratore, di questo Magellano dell'evoluzione, alcuni possono correre a una velocità superiore ai 70 chilometri orari…".

Sul tema degli abusi nella Chiesa Benedetto reagisce in maniera netta. “Mai ho cercato di mascherare queste cose. Che il potere del male penetri fino a tal punto nel mondo interiore della fede è per noi una sofferenza che, da una parte, dobbiamo sopportare, mentre, dall'altra, dobbiamo al tempo stesso, fare tutto il possibile affinché casi del genere non si ripetano. Non è neppure motivo di conforto sapere che, secondo le ricerche dei sociologi, la percentuale dei sacerdoti rei di questi crimini non è più alta di quella presente in altre categorie professionali assimilabili. In ogni caso, non si dovrebbe presentare ostentatamente questa deviazione come se si trattasse di un sudiciume specifico del cattolicesimo”. E soprattutto, se è giusto esporre il male nella Chiesa, “Non si deve però, tacere neppure della grande scia luminosa di bontà e di purezza, che la fede cristiana ha tracciato lungo i secoli… È vero anche oggi che la fede spinge molte persone all'amore disinteressato, al servizio per gli altri, alla sincerità e alla giustizia”.

La bacchetta più severa però Ratzinger la riserva a Odifreddi in tema di storia. “Ciò che Lei dice sulla figura di Gesù non è degno del Suo rango scientifico. Se Lei pone la questione come se di Gesù, in fondo, non si sapesse niente e di Lui, come figura storica, nulla fosse accertabile, allora posso soltanto invitarLa in modo deciso a rendersi un po' più competente da un punto di vista storico. Le raccomando per questo soprattutto i quattro volumi che Martin Hengel (esegeta dalla Facoltà teologica protestante di Tübingen) ha pubblicato insieme con Maria Schwemer: è un esempio eccellente di precisione storica e di amplissima informazione storica. Di fronte a questo, ciò che Lei dice su Gesù è un parlare avventato che non dovrebbe ripetere”. Che poi nell’esegesi siano state scritte anche cose poco serie, Ratzinger non ha difficoltà ad ammetterlo. Ma rifiuta invece l’accusa di Odifreddi secondo cui  “Avrei presentato l'esegesi storico-critica come uno strumento dell'anticristo. Trattando il racconto delle tentazioni di Gesù, ho soltanto ripreso la tesi di Soloviev, secondo cui l'esegesi storico-critica può essere usata anche dall'anticristo – il che è un fatto incontestabile”.

E infine Benedetto XVI passa a porre domande, più che a rispondere. “Se Lei vuole sostituire Dio con "La Natura", resta la domanda, chi o che cosa sia questa natura. In nessun luogo Lei la definisce e appare quindi come una divinità irrazionale che non spiega nulla”. E continua: “Vorrei, però, soprattutto far ancora notare che nella Sua religione della matematica tre temi fondamentali dell'esistenza umana restano non considerati: la libertà, l'amore e il male. Mi meraviglio che Lei con un solo cenno liquidi la libertà che pur è stata ed è il valore portante dell'epoca moderna”. L'amore non compare nel libro di Oidfreddi, e anche sul male non c'è alcuna informazione. “Qualunque cosa la neurobiologia dica o non dica sulla libertà, nel dramma reale della nostra storia essa è presente come realtà determinante e deve essere presa in considerazione. Ma la Sua religione matematica non conosce alcuna informazione sul male. Una religione che tralascia queste domande fondamentali resta vuota”.

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Gli scatti proibiti della Sindone http://bibliotecaneval.altervista.org/gli-scatti-proibiti-della-sindone/ Sat, 21 Sep 2013 21:44:32 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=6578 12/09/2013      SINDONE, LA FOTO ABUSIVA Un abusivo la ritrasse prima del fotografo ufficiale MAURIZIO LUPO TORINO Le prime foto ufficiali della Sacra Sindone scattate nel Duomo di Torino da Secondo Pia il 28 maggio 1898, dopo due provini effettuati il 25 maggio, vennero precedute da una serie di scatti clandestini, finora ignoti, realizzati […]

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12/09/2013 
 

 
Sindone, la foto abusiva

SINDONE, LA FOTO ABUSIVA

Un abusivo la ritrasse prima del fotografo ufficiale

MAURIZIO LUPO
TORINO

Le prime foto ufficiali della Sacra Sindone scattate nel Duomo di Torino da Secondo Pia il 28 maggio 1898, dopo due provini effettuati il 25 maggio, vennero precedute da una serie di scatti clandestini, finora ignoti, realizzati da un fotografo non autorizzato, tale A. Gallo. Agì di notte, prima del 27 maggio e sviluppò le sue lastre il 1° giugno.

È quanto annuncia il Museo della Sindone, diretto da Gian Maria Zaccone, che ha ricevuto in dono le fotografie di Gallo da suoi discendenti, la famiglia Beltramo Ceppi di Milano.

Il «positivo»  La notizia è di rilevante importanza per la storia della sacra reliquia. Perché le istantanee realizzate rivelano anch’esse, nella versione «positiva» del telo, l’immagine di un uomo. Immagine che era stata messa in dubbio dagli anticlericali, che insinuarono che quell’effetto fosse frutto di un fotomontaggio.

La scoperta verrà presentata a Torino, in occasione della mostra che Enzo Ferraro cura dal 14 al 29 settembre nella Chiesa del Santo Sudario , in via san Domenico 28. Per festeggiare i 15 anni d’apertura dell’attiguo Museo, avvenuta nel 1998, espone le nuove acquisizioni. Tra queste, sono le foto di Gallo a incuriosire di più. Anche perché sono le prime a ritrarre i pellegrini che fecero visita al Duomo durante l’Ostensione del 1898. Ma per capire bene lo «scoop» di Gallo è necessario ricordare che il set fotografico di Secondo Pia fu allestito fra molte difficoltà. Casa Savoia, proprietaria della Sindone, temeva che le foto del telo potessero diventare oggetto di speculazioni economiche. Così fu deciso che un solo fotografo, Pia, potesse fare le riprese.
 

La principessa La Sindone era esposta sull’altare maggiore del Duomo. Pia per fare i provini, la sera del 25 maggio, si servì di due fari ferroviari, schermati da due vetri smerigliati, che per il calore però esplosero.. Tanto il 27 maggio indusse la principessa Clotilde di Savoia a far proteggere con una lastra di vetro il telo. Così fu costretto a riprenderlo Pia. Con lui lo fecero di nascosto anche tre fotografi dilettanti e abusivi: . Il gesuita Gian Maria Sanna Solaro, il salesiano Natale Noguier, il tenente Saverio Fino, responsabile della sicurezza del Duomo.

Invece nelle lastre di Gallo non si nota il vetro protettivo. Quindi fece le sue foto prima del 27 maggio. I suoi discendenti dicono che per scattarle si nascose in un confessionale. Ma è più probabile che si sia mescolato fra importanti pellegrini che ebbero accesso alla Sindone di notte, quando era già sfollato il grande pubblico.

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