Santi e Beati Archivi - Biblioteca http://bibliotecaneval.altervista.org/category/santi-e-beati/ NEVAL Sat, 13 Dec 2014 00:42:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.8.2 http://bibliotecaneval.altervista.org/favicon.ico Santi e Beati Archivi - Biblioteca http://bibliotecaneval.altervista.org/category/santi-e-beati/ 32 32 La Vergine di Guadalupe http://bibliotecaneval.altervista.org/vergine-guadalupe/ Sat, 13 Dec 2014 00:42:50 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12369 12 dicembre 2014  http://divinarivelazione.org/index.php?option=com_content&view=article&id=650%3Ala-vergine-di-guadalupe&catid=149&lang=it&Itemid=922   Il codice dell’amore di Dio   In un tempo in cui nell’Europa occidentale milioni di fedeli lasciavano la Chiesa cattolica entrando in quella protestante, la Vergine Maria appare in Messico, ad un indio di nome Juan Diego. Il numero di conversioni conseguenti a questa storia, in cui la protagonista è […]

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12 dicembre 2014 

Il codice dell’amore di Dio
 
la-madonna-di-guadalupeIn un tempo in cui nell’Europa occidentale milioni di fedeli lasciavano la Chiesa cattolica entrando in quella protestante, la Vergine Maria appare in Messico, ad un indio di nome Juan Diego. Il numero di conversioni conseguenti a questa storia, in cui la protagonista è la Madre di Dio, bilanciò le ferite alla Chiesa di Suo Figlio che avvenivano costantemente nell’Europa continentale. 
 
La storia dell’apparizione della Vergine di Guadalupe fu il grande impulso per la conversione delle Americhe, ma è ancora oggi per tutti noi, una grande lezione di Evangelizzazione.
 
Secondo il più antico resoconto scritto in Nahuatl, da Nican Mophua, la Vergine di Guadalupe apparve il 12 dicembre 1531 a Juan Diego consegnandogli un messaggio per il vescovo Juan de Zumàrraga. La richiesta di Maria era la costruzione di un nuovo santuario in Suo onore in cima alla collina del Tepeyac. È proprio in questo luogo, che la Vergine di Guadalupe fece crescere delle rose – ricordiamoci che era inverno- e chiese a “Juanito, il più piccolo dei suoi figli”, di trasportare le rose nella sua tilma al Vescovo. Fu proprio quando Juan Diego consegnò le rose al Vescovo che l’immagine della Vergine, impressa sulla tilma dell’indio, fu scoperta.Questa tilma era fatta da fibre d’ agave che normalmente durano al massimo 20 anni. Tuttavia oggi, la tilma miracolosa, con la sua incredibile immagine della Vergine Maria, è rimasta intatta nel suo stato originale da 500 anni. 
 
Per gli indigeni era molto importante il linguaggio dei segni e i loro codici che venivano usati per comunicare. Santa Maria di Guadalupe viene ad evangelizzarci, viene per portarci Cristo attraverso il linguaggio universale dei segni. Secondo gli esperti, l’immagine della Vergine di Guadalupe, ha un significato particolare.
 
L’immagine della Vergine di Guadalupe è quella di una ragazza messicana. Indossa una tunica rosa e un manto turchese dal bordo dorato decorato con stelle a loro volta dorate. Le sue mani sono giunte. È circondata dal sole ed è in piedi sopra la luna che è sorretta da un angelo. La Vergine di Guadalupe è un’icona della fede cattolica.
 
“Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto.” (Ap 12,1-2) La Vergine di Guadalupe si trova in piedi davanti al sole perché lei è la madre della Luce del Mondo. I messicani a quel tempo adoravano il dio Huitzilopochtli, il cui simbolo erano i raggi del sole e anche il dio della notte simboleggiato ovviamente con la luna. Questa donna in piedi davanti al sole e sopra la luna voleva significare per i messicani che era più potente dei loro falsi dei.
 
Il mantello turchese della Vergine simboleggia per gli indiani la regalità e la verginità e l’angelo ai suoi piedi la nobilita, poiché solo una regina può essere portata sulle spalle. Il manto è decorato con una brillante costellazione. Nel 1980 gli studiosi Mario Rojas Sanchez e Juan Homero Hernandez Illescas studiarono queste stelle e scoprirono che la costellazione presente nel manto della Vergine è la stessa della mattina del 12 dicembre 1531, ovvero del giorno in cui apparve. Questo significa che Maria è la Regina dell’Universo.
 
nostra-signora-di-guadalupeIl volto della Madonna e quello dell’angelo sotto i suoi piedi è quello tipico dei meticci, le persone nate dalle unioni con gli europei dopo la scoperta dell’America. Questo mostra come la Fede Cattolica sia per tutti! La Vergine ha uno sguardo affabile rivolto verso il basso; verso coloro che la mirano. Gli dei indigeni venivano tradizionalmente dipinti con uno sguardo inquietante dritto verso gli spettatori, i quali conseguentemente ne venivano intimoriti. La Vergine di Guadalupe guarda invece verso il basso, ma verso di noi, per ricordarci che l’Amore Misericordioso di Dio è per tutti gli uomini. Per questo dice a Juan Diego “Non sono forse io tua madre?”.
 
La Madonna è incinta e la cinta che le cinge i fianchi simboleggia la sua verginità perché lei è la sempre Vergine Madre di Dio. Il fiore rappresentato all’altezza del suo grembo per gli indigeni significava “sempre in movimento e l’Infinito”. Questo significa che Lei è la madre del Dio Eterno.
 
La Vergine è in piedi sopra la luna che è usata dall’uomo per calcolare il tempo e questo significa che lei è “fuori dal tempo”, risiede infatti nell’Eternità! L’angelo sotto la luna ha tre ali colorate simili a quelle di un’aquila che simboleggiano la fondazione del Messico.
 
Molti scienziati hanno analizzato l’immagine della Vergine di Guadalupe e sono tutti arrivati alla stessa conclusione. Dicono che si tratta di un’immagine archetipa (cioè non è stata realizzata da mani umane) mentre gli esperti di arte la considerano un lavoro realizzato prima del 1531. Ma né nella creatività dei più grandi artisti rinascimentali, né nel talento dei restauratori è mai comparso un uso dei colori e una tecnica così affascinante come in quest’immagine. È un lavoro che cresce in fascino, fama e devozione per i suoi ammiratori e per coloro che guardano a lei ricordandosi le Sue parole: “Non sono forse io tua madre?”.
 
La Santa Madre Chiesa è intervenuta nella storia della Vergine di Guadalupe nominandola, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, patrona delle Americhe, e patrona di tutti i bambini non nati.
 
Fissiamo ora lo sguardo sulla Vergine di Guadalupe e chiediamole una protezione speciale in quest’anno della Fede in modo che lei, che è la fontana della fede, possa rinforzare la nostra fede e quella del mondo intero. Santa Vergine di Guadalupe, aumenta la nostra fede.

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L’IMMACOLATA E I (DIVERSI) PAPI…. http://bibliotecaneval.altervista.org/limmacolata-i-diversi-papi/ Wed, 10 Dec 2014 23:29:42 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12352  Antonio Socci pagina ufficiale   9 dicembre 2014 Un lettore mi ha scritto:  Le regalo questo impietoso confronto: “Maria, quel giorno in cui ricevette l’annuncio dell’Angelo, era tutta raccolta e al tempo stesso aperta all’ascolto di Dio. In lei non c’è ostacolo, non c’è schermo, non c’è nulla che la separi da Dio. Questo è il […]

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9 dicembre 2014
Un lettore mi ha scritto: 
Le regalo questo impietoso confronto:

“Maria, quel giorno in cui ricevette l’annuncio dell’Angelo, era tutta raccolta e al tempo stesso aperta all’ascolto di Dio. In lei non c’è ostacolo, non c’è schermo, non c’è nulla che la separi da Dio. Questo è il significato del suo essere senza peccato originale: la sua relazione con Dio è libera da qualsiasi pur minima incrinatura; non c’è separazione, non c’è ombra di egoismo, ma una perfetta sintonia: il suo piccolo cuore umano è perfettamente «centrato» nel grande cuore di Dio”.
BENEDETTO XVI, 8/12/12

“Il Vangelo non ci dice nulla: se ha detto una parola o no… Era silenziosa, ma dentro il suo cuore, quante cose diceva al Signore! ‘Tu, quel giorno – questo è quello che abbiamo letto – mi hai detto che sarà grande; tu mi ha detto che gli avresti dato il Trono di Davide, suo padre, che avrebbe regnato per sempre e adesso lo vedo lì!’. La Madonna era umana! E forse aveva la voglia di dire: ‘Bugie! Sono stata ingannata!’: Giovanni Paolo II diceva questo, parlando della Madonna in quel momento. Ma Lei, col silenzio, ha coperto il mistero che non capiva e con questo silenzio ha lasciato che questo mistero potesse crescere e fiorire nella speranza”.
FRANCESCO, 20/12/13 

Osservo due cose: 
Anzitutto papa Bergoglio contraddice quanto afferma il Catechismo a proposito della Madonna sotto la Croce:
“La sua fede non ha mai vacillato, Maria non ha cessato di credere ‘nell’adempimento’ della parola di Dio. Ecco perché la Chiesa venera in Maria la più pura realizzazione della fede”. 

In secondo luogo Bergoglio contraddice il Concilio Vaticano II e attribuisce a Giovanni Paolo II l’esatto contrario di quanto scrisse nella “Redemptoris Mater”. 
.
Valutate voi stessi:
.
“Tale benedizione raggiunge la pienezza del suo significato, quando Maria sta sotto la Croce di suo Figlio (Gv 19,25). Il Concilio afferma che ciò avvenne «non senza un disegno divino»: «Soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all'immolazione della vittima da lei generata», in questo modo Maria «serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla Croce» (Lumen Gentium 58): l'unione mediante la fede, la stessa fede con la quale aveva accolto la rivelazione dell'angelo al momento dell'annunciazione. Allora si era anche sentita dire: «Sarà grande…, il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre…, regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,32). Ed ecco, stando ai piedi della Croce, Maria è testimone, umanamente parlando, della completa smentita di queste parole. Il suo Figlio agonizza su quel legno come un condannato. «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori…; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima»: quasi distrutto (Is 53,3). Quanto grande, quanto eroica è allora l'obbedienza della fede dimostrata da Maria di fronte agli «imperscrutabili giudizi» di Dio! Come «si abbandona a Dio» senza riserve, «prestando il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà» (Dei Verbum, 5) a colui, le cui «vie sono inaccessibili» (Rm 11,33). Ed insieme quanto potente è l'azione della grazia nella sua anima, come penetrante è l'influsso dello Spirito Santo, della sua luce e della sua virtù! Mediante questa fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione. (…) Ai piedi della Croce Maria partecipa mediante la fede allo sconvolgente mistero di questa spoliazione. È questa forse la più profonda «kenosi» della fede nella storia dell'umanità. Mediante la fede la madre partecipa alla morte del Figlio, alla sua morte redentrice; ma, a differenza di quella dei discepoli che fuggivano, era una fede ben più illuminata. 
(GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Mater 18-19)
 
 

Foto: L’IMMACOLATA E I (DIVERSI) PAPI….

Un lettore mi ha scritto: 
Le regalo questo impietoso confronto:

“Maria, quel giorno in cui ricevette l’annuncio dell’Angelo, era tutta raccolta e al tempo stesso aperta all’ascolto di Dio. In lei non c’è ostacolo, non c’è schermo, non c’è nulla che la separi da Dio. Questo è il significato del suo essere senza peccato originale: la sua relazione con Dio è libera da qualsiasi pur minima incrinatura; non c’è separazione, non c’è ombra di egoismo, ma una perfetta sintonia: il suo piccolo cuore umano è perfettamente «centrato» nel grande cuore di Dio”.
BENEDETTO XVI, 8/12/12

“Il Vangelo non ci dice nulla: se ha detto una parola o no… Era silenziosa, ma dentro il suo cuore, quante cose diceva al Signore! ‘Tu, quel giorno - questo è quello che abbiamo letto - mi hai detto che sarà grande; tu mi ha detto che gli avresti dato il Trono di Davide, suo padre, che avrebbe regnato per sempre e adesso lo vedo lì!’. La Madonna era umana! E forse aveva la voglia di dire: ‘Bugie! Sono stata ingannata!’: Giovanni Paolo II diceva questo, parlando della Madonna in quel momento.  Ma Lei, col silenzio, ha coperto il mistero che non capiva e con questo silenzio ha lasciato che questo mistero potesse crescere e fiorire nella speranza”.
FRANCESCO, 20/12/13 

Osservo due cose: 
Anzitutto papa Bergoglio contraddice quanto afferma il Catechismo a proposito della Madonna sotto la Croce:
“La sua fede non ha mai vacillato, Maria non ha cessato di credere ‘nell’adempimento’ della parola di Dio. Ecco perché la Chiesa venera in Maria la più pura realizzazione della fede”. 
In secondo luogo Bergoglio contraddice il Concilio Vaticano II e attribuisce a Giovanni Paolo II l’esatto contrario di quanto scrisse nella “Redemptoris Mater”. 
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Valutate voi stessi:
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“Tale benedizione raggiunge la pienezza del suo significato, quando Maria sta sotto la Croce di suo Figlio (Gv 19,25). Il Concilio afferma che ciò avvenne «non senza un disegno divino»: «Soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all'immolazione della vittima da lei generata», in questo modo Maria «serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla Croce» (Lumen Gentium 58): l'unione mediante la fede, la stessa fede con la quale aveva accolto la rivelazione dell'angelo al momento dell'annunciazione. Allora si era anche sentita dire: «Sarà grande..., il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre..., regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,32). Ed ecco, stando ai piedi della Croce, Maria è testimone, umanamente parlando, della completa smentita di queste parole. Il suo Figlio agonizza su quel legno come un condannato. «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori...; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima»: quasi distrutto (Is 53,3). Quanto grande, quanto eroica è allora l'obbedienza della fede dimostrata da Maria di fronte agli «imperscrutabili giudizi» di Dio! Come «si abbandona a Dio» senza riserve, «prestando il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà» (Dei Verbum, 5) a colui, le cui «vie sono inaccessibili» (Rm 11,33). Ed insieme quanto potente è l'azione della grazia nella sua anima, come penetrante è l'influsso dello Spirito Santo, della sua luce e della sua virtù! Mediante questa fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione. (…) Ai piedi della Croce Maria partecipa mediante la fede allo sconvolgente mistero di questa spoliazione. È questa forse la più profonda «kenosi» della fede nella storia dell'umanità. Mediante la fede la madre partecipa alla morte del Figlio, alla sua morte redentrice; ma, a differenza di quella dei discepoli che fuggivano, era una fede ben più illuminata.  
(GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Mater 18-19)

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La Chiesa giapponese rilancia il «samurai di Cristo» http://bibliotecaneval.altervista.org/chiesa-giapponese-rilancia-samurai-cristo/ Tue, 09 Dec 2014 01:17:56 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12334 8/12/2014  http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/37943/     UNA STATUA DI JUSTO TAKAYAMA UKON I vescovi si impegnano per la canonizzazione di Justo Takayama Ukon, un feudatario che, pur di non rinunciare alla fede, ha scelto la via dell'umiliazione e dell'esilio. Un modello per l'oggi PAOLO AFFATATO ROMA   E' un martire anche se non è stato ucciso in odium […]

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8/12/2014 

http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/37943/

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Una statua di Justo Takayama Ukon

UNA STATUA DI JUSTO TAKAYAMA UKON

I vescovi si impegnano per la canonizzazione di Justo Takayama Ukon, un feudatario che, pur di non rinunciare alla fede, ha scelto la via dell'umiliazione e dell'esilio. Un modello per l'oggi

PAOLO AFFATATO
ROMA

 

E' un martire anche se non è stato ucciso in odium fidei. E' un martire anche se non ha versato il sangue durante l'ondata di violente persecuzioni anticristiane che per quasi 300 anni hanno attraversato il paese del Sol levante. E' un martire perchè, da ricco e potente che era, ha scelto la via della povertà, dell'umiliazione e della perfetta obbedienza alla volontà di Dio.

Ai vescovi nipponici, i 188 martiri giapponesi proclamati a Nagasaki nel 2008, tutti passati a fil di spada tra il 1603 e il 1639, non bastano. O, meglio, sono altrettanto affezionati e devoti alla figura di Justo Takayama Ukon, feudatario e samurai che – spiegano in un comunicato ufficiale appena rilasciato – ha preferito la "strada stretta" piuttosto che quella della comodità.

Ukon ha conspevolente scelto la via della sequela di Cristo, povero, obbediente e crocifisso, piuttosto che scendere a compromessi. Non ha esitato a rinunciare a una posizione sociale di alto rango, a nobiltà e ricchezza, a una vita di agi e lusso, pur di restare aggrappato intimamente a Cristo e pubblicamente fedele al Vangelo.

Il suo modello e la sua testimoniananza, spiegano i presuli nipponici, sono oltremodo preziosi per la comunità dei credenti e dei non credenti di oggi. Ukon è un "samurai di Cristo" che, nel conservare l'onore della coscienza, "ha combattuto la buona battaglia", del tutto nonviolenta, del discepolo di Gesù.

"Ukon ha mantenuto chiaro il percorso che lo avrebbe portato a Dio", affermano i vescovi. "Nella nostra epoca che propone diversi pseudo-valori che promettono felicità, i cristiani possono imparare dalla vita di Ukon a seguire il Signore senza deviazioni o errori", spiegano. Ukon è il primo giapponese, che non è parte di un gruppo di martiri, ad aver spinto la Conferenza episcopale a impegnarsi  per la sua canonizzazione. La sua è una storia di santità individuale.

Siamo a metà del sec. XVI. Nato da una famiglia di proprietari terrieri, Ukon si converte al cristianesimo a 12 anni, quando entra in contatto con i missionari gesuiti, seguendo le orme di suo padre. Il Vangelo era stato introdotto in Giappone dal gesuita Francesco Saverio nel 1549 e si era rapidamente diffuso.

Quando lo shogun Toyotomi Hideyoshi sale al potere, i suoi consiglieri lo invitano a vietare la pratica del cristianesimo. Tutti i grandi feudatari accettano la disposizione, tranne Ukon. Perderà le sue proprietà, la sua carica, il suo status sociale, l'onore e la rispettabilità. Diverrà un vagabondo e sarà costretto all'esilio. Con altri 300 cristiani giapponesi fuggirà a Manila dove, appena 40 gorni dopo l'arrivo, ammalatosi, morirà il 4 febbraio 1615.

I cristiani giapponesi avevano tentato di portarlo alla gloria degli altari già nel XVII secolo, ma la politica isolazionista del paese impedì agli investigatori canonici di raccogliere le prove necessarie per attestarne la santità. Trecento anni dopo, nel 1965, il clero locale ha riesumato la sua figura dal dimenticatoio e oggi i vescovi giapponesi rilanciano con forza la vita del samurai di Cristo.

Raggiunto da Vatican Insider, Isao Kikuchi,  vescovo di Niigata e missionario verbita, spiega il perchè: "Ukon Takayama ha mostrato una fede senza compromessi. Oggi in Giappone viviamo una vita piena di compromessi. Siamo facilmente attratti dal guadagno facile da uno stile di vita che porta a dimenticare Dio. Ad esempio, dopo il disastro di Fukushima del 2011, molti giapponesi si dissero convinti di doversi convertire a uno stile di vita più semplice, in modo da consumare meno energia. Ma è stato un fuoco di paglia: nessuno lo ha fatto davvero. In tale situazione, qualcuno che ha rinunciato alla comondità e alle ricchezze per la fede è un modello per tutti".

Inoltre, aggiunge il vescovo Kikuchi, "Ukon non è stato giustiziato, come altri martiri in Giappone. Oggi molti credenti pensano che il martirio non abbia nulla a che fare con loro, poichè non c'è pericolo di essere uccisi a causa di Cristo. La vita di Ukon dice a tutti noi che non è solo la morte in odium fidei a fare un martire: anche rinunciare a tutto per Dio è una via di martirio".

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Viene da inginocchiarsi leggendo la vita diEdmund Campiom. Storia di un amore che non è di questo mondo. http://bibliotecaneval.altervista.org/viene-inginocchiarsi-leggendo-vita-diedmund-campiom-storia-amore-non-mondo/ Fri, 05 Dec 2014 12:40:43 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12286 5 dicembre 2014 http://www.iltimone.org/32497,News.html     di Pigi Colognesi  Penso che nessuno quest’oggi [ieri, 2 dicembre, ndr] ricorderà – ed è un significativo indice del fatto che il patrimonio della Chiesa è decisamente più vasto e ricco di quanto abitualmente ci rendiamo conto –, nessuno, dunque, ricorderà che oggi è la festa di sant’Edmund Campion. […]

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5 dicembre 2014

http://www.iltimone.org/32497,News.html

 
 
Viene da inginocchiarsi leggendo la vita di Edmund Campion. Storia di un amore che non è di questo mondo

di Pigi Colognesi 

Penso che nessuno quest’oggi [ieri, 2 dicembre, ndr] ricorderà – ed è un significativo indice del fatto che il patrimonio della Chiesa è decisamente più vasto e ricco di quanto abitualmente ci rendiamo conto –, nessuno, dunque, ricorderà che oggi è la festa di sant’Edmund Campion. Io ne ho conosciuto la vicenda leggendo il romanzo storico di Robert Hugh Benson (l’autore dell’indimenticabile Il padrone del mondo) che chiude la trilogia dedicata alle tristi ed eroiche vicende dei cattolici dopo lo scisma anglicano. Il titolo inglese suona Come rack! Come rope!, secca assonanza di due termini che indicano la tortura il primo – si tratta del cavalletto dentato con cui venivano slogate e dilacerate le membra dei processati – e la morte attraverso impiccagione il secondo. «Vieni ruota! Vieni forca!» (così il titolo della traduzione italiana) è la frase che Edmund Campion ha pronunciato prima di morire. Non una malsana attrazione verso la morte, ma la certezza che accettarla rappresenta la massima testimonianza possibile a ciò che rende autentica, e immortale, la vita.

Edmund Campion nasce nel 1540 in una nobile famiglia inglese cattolica e quando i suoi genitori decidono di passare all’anglicanesimo, anch’egli si adegua per poter proseguire gli studi nella prestigiosa Oxford. Ma quanto più approfondisce la teologia e la storia, tanto più si rende conto che è la Chiesa di Roma che ha conservato il patrimonio autentico del cristianesimo originario. A 29 anni, pur avendo ricevuto promesse di diventare vescovo anglicano, lascia tutto e fugge nella cattolica Irlanda, diventa gesuita e, dopo un periodo a Praga, viene inviato, quarantenne, in Inghilterra. Ovviamente deve esercitare il suo ministero verso i sempre più perseguitati cattolici in modo clandestino. Ma non senza ardimento: fa stampare (strumento tecnologico molto avanzato per i tempi) 400 copie di un opuscolo in cui spiega le contraddizioni dell’anglicanesimo di stato e, addirittura, sfida i teologi fedeli alla regina Elisabetta ad una pubblica controversia. Diventa il ricercato numero uno del Regno e viene arrestato il 16 luglio 1581.

Trasferito alla Torre di Londra, non cede né alle torture né alle lusinghiere proposte della regina stessa. Sale al patibolo il 1 dicembre. Sono storie – il romanzo di Benson, dove si mescolano figure storiche come Campion e personaggi immaginari come il protagonista che ne ripercorre i passi, ce ne fa partecipare con estrema vivezza – che lasciano a bocca aperta per l’enormità delle sfide che questi uomini hanno affrontato e per il coraggio indefettibile che hanno mostrato. Vien subito in mente quanti cristiani sono chiamati oggi, letteralmente, alla stessa dolorosa prova.

Ma in fondo ciò che commuove di più non è il coraggio, ma quanto ricordò Paolo VI il 25 ottobre 1970 canonizzando padre Campion ed altri 39 martiri dello stesso periodo: «Molto si è detto e si è scritto su quell’essere misterioso che è l’uomo: sulle risorse del suo ingegno, capace di penetrare nei segreti dell’universo e di assoggettare le cose materiali utilizzandole ai suoi scopi; sulla grandezza dello spirito umano che si manifesta nelle innumerevoli opere della scienza e dell’arte; sulla sua nobiltà e la sua debolezza; sui suoi trionfi e le sue miserie. Ma ciò che caratterizza l’uomo, ciò che vi è di più intimo nel suo essere e nella sua personalità, è la capacità di amare, di amare fino in fondo, di donarsi con quell’amore che è più forte della morte e che si prolunga nell’eternità». L’amore di sant’Edmund Campion.

 

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L’incredibile storia di Claude Newman, il condannato a morte convertito dalla medaglia miracolosa http://bibliotecaneval.altervista.org/lincredibile-storia-claude-newman-condannato-morte-convertito-dalla-medaglia-miracolosa/ Wed, 03 Dec 2014 00:24:42 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12252  3 dicembre 2014         Dio dona a tutti gli uomini la sua grazia e la sua benevolenza. Per farlo si serve sempre, in modo visibile o nascosto, della Mediatrice di tutte le grazie, la Madonna. L'avvenimento, accaduto nel 1944 nel sud degli Stati Uniti ne è una straordinaria e consolante riprova. Ne fu […]

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 3 dicembre 2014  
 
 
L'incredibile storia di Claude Newman, il condannato a morte convertito dalla medaglia miracolosa

 

Dio dona a tutti gli uomini la sua grazia e la sua benevolenza. Per farlo si serve sempre, in modo visibile o nascosto, della Mediatrice di tutte le grazie, la Madonna. L'avvenimento, accaduto nel 1944 nel sud degli Stati Uniti ne è una straordinaria e consolante riprova. Ne fu protagonista padre Robert O'Leary SVD (1911-1984), missionario nel Mississippi, che lasciò per i posteri una registrazione audio dal titolo: «La conversione del prigioniero Claude Newman». Questa è la storia che raccontò. 

**** 

Claude Newman (1923-1944), un uomo di colore, a soli 5 anni era stato separato dalla madre Floretta e mandato a Bovina, una piccola località ad est della città di Vicksburg, in Mississippi. Lì, insieme al fratello più grande, crebbe con la nonna Ellen Newman. 

Fin da bambino Claude dovette prender parte al pesante lavoro nelle piantagioni di cotone, dove lavorava anche Sid Cook, l'uomo che nonna Ellen aveva sposato nel 1939. Dopo aver assistito ai continui maltrattamenti e alla percosse che l'amata nonna subiva da parte del marito, il pomeriggio del 19 dicembre 1942 Claude lo uccise con un colpo d'arma da fuoco. Aveva 19 anni. Cercò di fuggire, ma dopo alcune settimane fu arrestato e condannato a morte sulla sedia elettrica. 

Nel 1943 Claude Newman si trovava in prigione a Vicksburg, in attesa della sua esecuzione. Divideva la cella con altri quattro detenuti. Una sera i cinque conversavano tra di loro quando, in un momento di silenzio, Claude notò una specie di fogliolina appesa con una cordicella al collo di uno dei prigionieri. Incuriosito domandò di cosa si trattasse. ll giovane compagno di cella rispose bruscamente: «È una medaglia». Claude chiese ulteriori spiegazioni. L'altro detenuto era cattolico, ma non sapeva spiegare il senso e lo scopo di quella medaglia, se la strappò dal collo e, bestemmiando, la buttò ai piedi di Claude gridando: «Su, prenditela!». 

Claude, senza dire una parola, raccolse la medaglia miracolosa e, con il permesso delle guardie, se l'appese al collo. Si sentiva attirato da quell'oggetto e lo voleva portare come ornamento. 

La stessa notte stava dormendo sulla sua branda, quando all'improvviso fu svegliato da qualcuno che gli aveva toccato il polso. Più tardi raccontò a padre O'Leary: «Davanti a me stava la donna più bella che Dio abbia mai creato». Claude, si spaventò, non sapeva cosa fare. Ma la Signora lo tranquillizzo dicendo: «Se mi vuoi come madre e vuoi diventare mio figlio, fai chiamare un sacerdote cattolico». Dopo di che la Signora scomparve e il giovane gridò ad alta voce: «Chiamatemi un sacerdote cattolico!».

Così padre O'Leary la mattina seguente andò da Newman, il quale gli confidò quanto era accaduto la notte. Poi chiese di ricevere un'istruzione religiosa. Il religioso era scettico, ma promise di assolvere a quella richiesta.

Tornato nella sua parrocchia, padre O'Leary raccontò al suo parroco l'avvenimento. Il giorno dopo si recò puntualmente nella prigione per la prima lezione. Lì dovette constatare che Claude Newman non sapeva né leggere né scrivere, perché non aveva mai frequentato la scuola e la sua ignoranza riguardo la fede era ancora piu grande. Non sapeva nulla di nulla. Non conosceva Gesù e sapeva solo che esisteva Dio.

Cosi Claude venne istruito, ma la cosa sorprendente è che i suoi compagni di cella lo seguirono fedelmente. Dopo alcune settimane, un giorno, durante la catechesi, padre O'Leary disse: «Allora ragazzi, oggi parliamo del sacramento della confessione». Claude subito rispose: «Oh, su questo sono informato! La Signora mi ha detto che noi, quando ci confessiamo, non ci inginocchiamo davanti al sacerdote, ma davanti alla croce di Suo Figlio. E quando ci pentiamo davvero dei nostri peccati e li confessiamo, il sangue che Lui ha versato per noi scorre su di noi e ci purifica dai nostri peccati».

Padre O'Leary rimase impietrito. «Oh, non sia arrabbiatol», si scusò Claude, «non ho voluto precederla». «Non sono arrabbiato, solo sorpreso. Allora hai visto di nuovo la Signora?», domandò il religioso turbato. Ma solo quando i due si ritrovarono per alcuni istanti in disparte, Newman rispose serio: «La Signora mi ha detto, se lei avesse dei dubbi o delle esitazioni, che avrei dovuto ricordarle la promessa che lei fece alla Madonna in Olanda, nel 1940, mentre era in trincea, e della quale lei aspetta ancora l'adempimento». «Poi», cosi ricordò O'Leary, «Claude mi descrisse precisamente in cosa era consistita la promessa. Questo incredibile fatto mi convinse totalmente che, riguardo le apparizioni, Claude stesse dicendo la verità».

Ritornato nel gruppo, egli continuo ad incoraggiare i suoi quattro compagni: «Non abbiate paura della confessione! Davvero voi dite i vostri peccati a Dio e non al sacerdote. Sapete, la Madonna mi ha spiegato: noi parliamo attraverso il sacerdote a Dio e Dio, attraverso il sacerdote, parla a noi».

La settimana dopo P. O'Leary preparò, per i suoi cinque prigionieri, una lezione sul Santissimo Sacramento dell'altare. Claude gli fece comprendere che la Madre di Dio lo aveva istruito anche su questo argomento. Con il permesso del sacerdote, iniziò a spiegare: «La Madonna mi ha detto che  l'Ostia ha solo l'apparenza di un pezzo di pane, ma in verità è suo Figlio. Ella mi ha anche spiegato che Gesù rimane solo per breve tempo dentro di me, come rimase dentro di lei prima della sua nascita a Betlemme. Perciò dovrei passare il tempo con lui come ha fatto lei durante la sua vita: amandolo, adorandolo, lodandolo, chiedendo la sua benedizione e ringraziandolo. In quei minuti non dovrei pensare a nessuno e a nulla, ma passare il tempo con lui solo».

Conclusa la catechesi, i cinque prigionieri ricevettero il battesimo il 16 gennaio del 1944. Quattro giorni dopo avrebbe dovuto aver luogo l'esecuzione di Claude.

Il giorno precedente lo sceriffo Williamson gli disse: «Claude, puoi esprimere un ultimo desiderio. Cosa vuoi?». E lui rispose: «Voi siete tutti agitati. Anche le guardie sono confuse, ma non capite: solo il mio corpo morirà, io andrò a stare con Lei. Perciò vorrei organizzare una festa». «Cosa intendi?» chiese lo sceriffo. «Un party», rispose Claude con calma. «Potrebbe chiedere a padre O'Leary di organizzare una festa con dolci e gelato e permettere ai prigionieri del secondo piano di muoversi liberamente nella sala principale, in modo che tutti possiamo festeggiare?» «Qualcuno potrebbe aggredire il sacerdote… » avvertì uno dei sorveglianti. Claude si rivolse ai suoi compagni e chiese: «Ragazzi, non lo farete, vero?». Allora il sacerdote andò a far visita ad una ricca benefattrice della parrocchia la quale provvide ai dolci e al gelato. Cosi i prigionieri ebbero il loro party.

Alla fine, nella stessa sala, su desiderio di Claude, tutti poterono vivere un'ora santa di preghiera. Meditarono la Via Crucis, pregarono per Claude e per la salvezza delle loro anime. I prigionieri ritornarono nelle loro celle e P. P'Leary si recò in cappella. Andò a prendere l'Eucarestia e fece fare a Claude la Comunione. Poi i due rimasero ancora in preghiera inginocchiati.

Il sacrificio d'amore per un caso disperato

Quindici minuti prima dell'esecuzione, lo sceriffo Williamson salì le scale, correndo e gridando ad alta voce: «Proroga, proroga, il governatore ha data una proroga di due settimane!». Presso gli uffici competenti, lo sceriffo e l'avvocato di zona avevano tentato tutto il possibile per salvare la vita di Claude. Quando ne fu informato, egli cominciò a piangere. P. O'Leary e Williamson pensavano che fossero lacrime di gioia e di sollievo.

Ma Claude, singhiozzando fortemente, balbettava: «Voi non capite nulla! Se aveste visto solo una volta il "Suo" volto e guardato nei "Suoi" occhi, non vorreste vivere neanche un giorno di più. Dove ho sbagliato?», chiedeva al religioso, «che Dio mi rifiuta di tornare in patria? Perché dovrei vivere per altre due settimane sulla terra?».

O'Leary ebbe un'idea: ricordò a Claude James Hughes, un altro detenuto, che aveva condotto una vita totalmente immorale, anch'egli condannato a morte; mentre Claude veniva educato nella fede cattolica, James aveva iniziato a nutrire un profondo odio verso di lui.

«Forse Maria desidera che tu offra questa rinuncia di non essere ancora presso di Lei per la conversione di Hughes», disse. «Perché non offri a Dio ogni momento lontano dalla Madonna per questo prigioniero, per far sì che non resti lontano da Dio per  l'eternità?». Claude fu d'accordo e pregò il suo interlocutore di insegnargli le preghiere necessarie. Per due settimane offrì tutto quello che poté per James Hughes.

Alla fine Cluade Newman fu giustiziato e padre O'Leary commentò: «Mai aveva visto prima qualcuno andare incontro alla morte cosi sereno». Anche i testimoni ufficiali e i giornalisti ne furono sbalorditi e non riuscivano a comprendere come il volto di un condannato a morte sulla sedia elettrica potesse esprimere tanta serenità».

Le ultime parole di Claude furono per il religioso: «Padre, mi ricorderò di lei e quando avrà un desiderio, si rivolga a me ed io chiederò alla bella Signora».

Era il 4 febbraio 1944. La notizia dell'esecuzione di Claude Newman fu pubblicata il giorno stesso sul «Vicksburg Evening News»: «Questa mattina alle ore 7.00, nella prigione federale di Warren, mediante sedia elettrica, si é svolta l'esecuzione capitale di Claude Newman, un uomo di colore di vent'anni. Egli é stato accompagnato da padre O'Leary. Prima dell'esecuzione Newman, che in prigione é diventato cattolico, ha detto: "Sono pronto ad andare!"»

Salvato all'ultimo momento

Tre mesi dopo, il 19 maggio 1944, doveva aver luogo l'esecuzione di James Hughes, l'uomo che aveva odiato profondamente Claude Newman. Padre O'Leary raccontò: «Era il tipo più disonesto e immorale che avessi mai conosciuto. Il suo odio contro Dio e contro tutto ciò che è spirituale è impossibile descriverlo».

Poco prima di essere accompagnato dallo sceriffo nella cella dell'esecuzione, il medico del carcere chiese a Hughs almeno di inginocchiarsi e recitare il Padre Nostro. Come risposta, costui, bestemmiando, gli sputò in faccia.

Appena Hughs fu fissato sulla sedia, lo sceriffo fece un ultimo tentativo: «Se avesse ancora da dire qualcosa, lo dica ora!». La risposta fu un'altra bestemmia. Ma poi, all'improvviso, ammutolì. Fissando con occhi sbarrati dallo spavento un angolo della stanza, ad alta voce gridò: «Portatemi un sacerdote!».

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Poiché la legge di Mississippi prescrive la presenza di un sacerdote alle esecuzioni capitali, O'Leary era già nella stanza, ma nascosto dietro alcuni giornalisti, perché Hughs aveva minacciato di bestemmiare Dio, se avesse visto un «pretaccio».

O'Leary andò immediatamente dal condannato, il quale gli disse: «Sono cattolico, ma a diciotto anni, per la mia vita immorale, mi sono allontanato dalla Chiesa». Poi tutti uscirono. Rimasero solo il sacerdote e il prigioniero. James Hughs si confessò come un bambino, con profondo pentimento.

Quando tutti rientrarono nella stanza, lo sceriffo domandò con curiosità: «Padre, cosa ha provocato il cambiamento di Hughes?». «Non lo so», rispose O'Leary. Lo sceriffo si rivolse al condannato: «Cosa ti ha fatto cambiare idea?» «Si ricorda l'uomo di colore, Claude Newman, che mi era tanto antipatico?», chiese un Hughes totalmente diverso. «Stava qui in quell'angolo e dietro di lui, con le mani sulle spalle di Claude, la Santa Vergine. Poi Claude mi ha detto: "Ho offerto la mia morte in unione con Cristo sulla Croce per la tua salvezza. La Madonna ha ottenuto per te la grazia di vedere il luogo dell'inferno a cui sei destinato, se non dovessi pentirti". E in quell'attimo ho chiesto ad alta voce un prete». Poco dopo James Hughes fu giustiziato. Si era convertito all'ultimo momento.

 

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Il dialogo interreligioso: San Francesco e il Sultano http://bibliotecaneval.altervista.org/dialogo-interreligioso-san-francesco-sultano/ Tue, 02 Dec 2014 20:57:10 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12244  http://www.riscossacristiana.it/il-dialogo-interreligioso-san-francesco-il-sultano/ 1 dicembre 2014 By Redazione   Tratto dalla “Leggenda Maggiore” di san Bonaventura da Bagnoregio, questo racconto dell’incontro tra il Santo di Assisi e il Sultano ci insegna cos’è il “dialogo”, quello vero: l’invito alla conversione a Nostro Signore Gesù Cristo. Un ottimo promemoria in tempi di dialoghi spensierati e visite (con preghiere!) nelle moschee…  Ogni […]

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Tratto dalla “Leggenda Maggiore” di san Bonaventura da Bagnoregio, questo racconto dell’incontro tra il Santo di Assisi e il Sultano ci insegna cos’è il “dialogo”, quello vero: l’invito alla conversione a Nostro Signore Gesù Cristo. Un ottimo promemoria in tempi di dialoghi spensierati e visite (con preghiere!) nelle moschee…  Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti non è per nulla casuale.

Un ringraziamento di tutto cuore alla cara amica e collaboratrice Rita Bettaglio, che ci ha inviato il brano.

PD

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zzsfrncsc“A tredici anni dalla sua conversione, partì verso le regioni della Siria, affrontando coraggiosamente molti pericoli, alfine di potersi presentare al cospetto del Soldano di Babilonia.

Fra i cristiani e i saraceni era in corso una guerra implacabile: i due eserciti si trovavano accampati vicinissimi, l’uno di fronte all’altro, separati da una striscia di terra, che non si poteva attraversare senza pericolo di morte. Il Soldano aveva emanato un editto crudele: chiunque portasse la testa di un cristiano, avrebbe ricevuto il compenso di un bisante d’oro. Ma Francesco, l’intrepido soldato di Cristo, animato dalla speranza di poter realizzare presto il suo sogno, decise di tentare l’impresa, non atterrito dalla paura della morte, ma, anzi, desideroso di affrontarla.

Confortandosi nel Signore (1Sam 30,6), pregava fiducioso e ripeteva cantando quella parola del profeta: infatti anche se dovessi camminare in mezzo all’ombra di morte, non temerò alcun male, perché tu sei con me (Sal 22,4).

Partì, dunque, prendendo con sé un compagno, che si chiamava Illuminato ed era davvero illuminato e virtuoso.

Appena si furono avviati, incontrarono due pecorelle, il Santo si rallegrò e disse al compagno: «Abbi fiducia nel Signore (Sir 11,22), fratello, perché si sta realizzando in noi quella parola del Vangelo: “Ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”».

Avanzarono ancora e si imbatterono nelle sentinelle saracene, che, slanciandosi come lupi contro le pecore, catturarono i servi di Dio e, minacciandoli di morte, crudelmente e sprezzantemente li maltrattarono, li coprirono d’ingiurie e di percosse e li incatenarono. Finalmente, dopo averli malmenati in mille modi e calpestati, per disposizione della divina provvidenza, li portarono dal Sultano, come l’uomo di Dio voleva. Quel principe incominciò a indagare da chi, e a quale scopo e a quale titolo erano stati inviati e in che modo erano giunti fin là.

Francesco, il servo di Dio, con cuore intrepido rispose che egli era stato inviato non da uomini, ma da Dio Altissimo, per mostrare a lui e al suo popolo la via della salvezza e annunciare il Vangelo della verità.

E predicò al Soldano il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo, con tanto coraggio, con tanta forza e tanto fervore di spirito, da far vedere luminosamente che si stava realizzando con piena verità la promessa del Vangelo: «Io vi darò un linguaggio e una sapienza a cui nessuno dei vostri avversari potrà resistere o contraddire» (Lc 21,15).

Anche il Soldano, infatti, vedendo l’ammirevole fervore di spirito e la virtù dell’uomo di Dio, lo ascoltò volentieri e lo pregava vivamente di restare presso di lui. Ma il servo di Cristo, illuminato da un oracolo del cielo, gli disse: «Se, tu col tuo popolo, vuoi convertirti a Cristo, io resterò molto volentieri con voi. Se, invece, esiti ad abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo, dà ordine di accendere un fuoco il più grande possibile: io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così, almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa». Ma il Soldano, a lui: «Non credo che qualcuno dei miei sacerdoti abbia voglia di esporsi al fuoco o di affrontare la tortura per difendere la sua fede» (egli si era visto, infatti, scomparire immediatamente sotto gli occhi, uno dei suoi sacerdoti, famoso e d’età avanzata, appena udite le parole della sfida).

E il Santo a lui: «Se mi vuoi promettere, a nome tuo e a nome del tuo popolo, che passerete alla religione di Cristo, qualora io esca illeso dal fuoco, entrerò nel fuoco da solo. Se verrò bruciato, ciò venga imputato ai miei peccati; se, invece, la potenza divina mi farà uscire sano e salvo, riconoscerete Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio, come il vero Dio e signore, salvatore di tutti» (1Cor 1,24; Gv 17,3 e 4,42).

Ma il Soldano gli rispose che non osava accettare questa sfida, per timore di una sedizione popolare. Tuttavia gli offrì molti doni preziosi; ma l’uomo di Dio, avido non di cose mondane ma della salvezza delle anime, li disprezzò tutti come fango.

Vedendo quanto perfettamente il Santo disprezzasse le cose del mondo, il Soldano ne fu ammirato e concepì verso di lui devozione ancora maggiore. E, benché non volesse passare alla fede cristiana, o forse non osasse, pure pregò devotamente il servo di Cristo di accettare quei doni per distribuirli ai cristiani poveri e alle chiese, a salvezza dell’anima sua. Ma il Santo, poiché voleva restare libero dal peso del denaro e poiché non vedeva nell’animo del Soldano la radice della vera pietà, non volle assolutamente accondiscendere.

Vedendo, inoltre, che non faceva progressi nella conversione di quella gente e che non poteva realizzare il suo sogno, preammonito da una rivelazione divina, ritornò nei paesi cristiani.”

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Mario Borzaga: martire, non crociato http://bibliotecaneval.altervista.org/mario-borzaga-martire-non-crociato/ Mon, 01 Dec 2014 17:40:10 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12222 1/12/2014          (©www.marioborzaga.it) (©WWW.MARIOBORZAGA.IT) P. BARZAGA MENTRE CURA UN AMMALATO Mentre procede la causa di beatificazione, la testimonianza evangelica del missionario si diffonde in Laos: in arrivo tre nuovi sacerdoti PAOLO AFFATATO ROMA Lo spessore di un missionario sta nel suo essere attaccato a Cristo, abbandonato alla sua volontà, obbediente, come Cristo stesso, fino […]

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1/12/2014 
     

 
P. Barzaga mentre cura un ammalato

(©www.marioborzaga.it)

(©WWW.MARIOBORZAGA.IT) P. BARZAGA MENTRE CURA UN AMMALATO

Mentre procede la causa di beatificazione, la testimonianza evangelica del missionario si diffonde in Laos: in arrivo tre nuovi sacerdoti

PAOLO AFFATATO
ROMA

Lo spessore di un missionario sta nel suo essere attaccato a Cristo, abbandonato alla sua volontà, obbediente, come Cristo stesso, fino al possibile martirio. E' la via tracciata da Mario Borzaga, il giovane missionario degli Oblati di Maria Immacolata , martirizzato nel 1960 in Laos, il piccolo paese comunista del sudest asiatico, insieme con il catechista laotiano Paul Thoj Xyooj.

Come già rilevato da Vatican Insider, la causa di beatificazione dei due sta procedendo speditamente : e il 27 novembre la Consulta dei teologi della Congregazione vaticana per le cause dei Santi ha dato voto positivo al processo di Borzaga e del catechista Paolo, segnando un ulteriore, decisivo passo avanti. Toccherà ora ai cardinali consultori dare il loro placet, per poi lasciare il tutto al decreto papale.

Borzaga sembra oggi uno di quei missionari che incarnano pienamente lo spirito di testimonianza evangelica non gridata nè combattiva che piace a Papa Francesco e che – ben lontana dall’approccio della crociata –  si rivela autentica espressione dello zelo missionario proprio di ogni battezzato.

La sua beatificazione sarebbe la prima a toccare un paese, il Laos, tuttora governato da un regime comunista e dove la Chiesa cattolica vive da esigua minoranza (lo 0,5% in un paese a maggioranza buddista) la sua missione, tra problemi di libertà religiosa e piccoli passi avanti nell’edificazione del Regno di Dio.

Non per nulla, nell’apprendere della avvenuta approvazione della Consulta dei teologi, Tito Banchong, Vicario apostolico di Luang Prabang, nel Nord del paese, si è detto felicissimo e ha riferito una notizia confortante: per il 2015 il Vicariato apostolico sta preparando l’ordinazione di tre nuovi sacerdoti, che potranno arricchire e dare nuova linfa alla Chiesa locale. Mario Borzaga e il catechista Paolo sono oggi modelli per una piccola comunità che vive la fede fra ostacoli e difficoltà, in una testimonianza di vita evangelica silenziosa e operosa, seme che darà frutto a suo tempo.

Che il seme stia germogliando e fiorendo lo ha confermato nelle scorse settimane il laotiano Louis-Marie Ling Mangkhanekhoun, Vicario apostolico di Paksé che, da presidente della conferenza episcopale di Laos e Cambogia, ha potuto partecipare al Sinodo sulla famiglia, consegnando all’assise parole come queste: “La Parola di Dio nella vita della Chiesa significa innanzitutto vivere la Parola di Dio personalmente, nel silenzio della propria vita privata, nella propria vita nascosta, personale e intima”.

“Il mondo attuale è stanco di ascoltare – ha proseguito Ling – ma non è affatto stanco di stupirsi, di ammirare e di meravigliarsi per il testimone vero, il testimone autentico che vive la Parola di Dio nella sua vita personale”. “Il mondo di oggi – ha chiosato – ha fame e sete di vescovi, pastori, consacrati  che vivono ciò che predicano, e predicano ciò che vivono interiormente”.

Parole che paiono modellate e desunte dalla storia e dall’esperienza di Borzaga, un anima che in recenti studi è stata paragonata a santa Teresa di Lisieux. Su Borzaga si moltiplicano le biografie: una edita dalla San Paolo, firmata dallo scrittore-regista Paolo Damosso, sarà nelle librerie dal 9 Dicembre, mentre una religiosa carmelitana di Biella ha da poco pubblicato una tesi all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, rimarcando che “l'abbandono è stata la via all'unione mistica con Dio vissuta dal missionario”, la stessa percorsa da Teresina del Bambino Gesù

Intanto Angelo Pelis, postulatore della causa di beatificazione di Padre Mario Borzaga presenta ai microfoni di Padre Pio Tv la sua figura, proponendolo come modello nell’Anno della vita consacrata.

Mario Borzaga nasce a Trento nel 1932, e a vent'anni si unisce ai missionari Oblati di Maria Immacolata, congregazione francese fondata da S. Eugenio de Mazenod nel 1816. Alla fine del '57 parte per la missione del Laos, insieme al primo gruppo di Oblati italiani. Vive anni intensi nella consapevolezza che la vita dell'apostolo va spesa tutta per il Regno. Alla fine dell'aprile 1960 parte con il catechista Paolo per un tour in alcuni villaggi che avevano chiesto di conoscere la fede cristiana. Dei due si perdono le tracce. Solo 40 anni più tardi si avrà notizia della loro uccisione per mano di guerriglieri comunisti pathet lao.

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«Il popolo ha fiuto nel distinguere i buoni pastori dai mercenari» http://bibliotecaneval.altervista.org/popolo-fiuto-nel-distinguere-i-buoni-pastori-dai-mercenari/ Sun, 23 Nov 2014 22:20:49 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12107 23/11/2014   23/11/2014  http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/francesco-francis-francisco-santi-saints-santos-37684/ FOLLA A SAN PIETRO PER I NUOVI SANTI Francesco canonizza sei nuovi santi: «Il Vangelo ci ricorda che la vicinanza e la tenerezza sono la regola di vita anche per noi». E all'Angelus: «Ispirandosi ai due nuovi santi, i cristiani dell'India proseguano nel cammino della solidarietà e della convivenza» ANDREA TORNIELLI CITTÀ […]

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23/11/2014 

 23/11/2014 

http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/francesco-francis-francisco-santi-saints-santos-37684/

Folla a san Pietro per i nuovi santi

FOLLA A SAN PIETRO PER I NUOVI SANTI

Francesco canonizza sei nuovi santi: «Il Vangelo ci ricorda che la vicinanza e la tenerezza sono la regola di vita anche per noi». E all'Angelus: «Ispirandosi ai due nuovi santi, i cristiani dell'India proseguano nel cammino della solidarietà e della convivenza»

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

«Il popolo di Dio possiede un fiuto infallibile nel riconoscere i buoni pastori e distinguerli dai mercenari». Nel giorno della festa di Cristo Re Papa Francesco proclama in piazza San Pietro sei nuovi santi, accomunati dall'amore per i poveri: «Il Vangelo ci dice che cosa il regno di Gesù chiede a noi: ci ricorda che la vicinanza e la tenerezza sono la regola di vita anche per noi, e su questo saremo giudicati». A essere canonizzati sono i beati Giovanni Antonio Farina (1803-1888); Kuriakose Elias Chavara della Sacra Famiglia (1805-1871); Ludovico da Casoria (1814-1885); Nicola da Longobardi (1650-1709); Eufrasia Eluvathingal del Sacro Cuore (1877-1952); Amato Ronconi (ca 1226-ca 1292).

Nell'omelia, Papa Bergoglio ha spiegato «come Gesù ha realizzato il regno: lo ha fatto con la vicinanza e la tenerezza verso di noi». Commentando la prima Lettura di Ezechiele, dove si parla del buon pastore, Francesco ha detto: «Tutto questo brano è intessuto di verbi che indicano la premura e l’amore del pastore verso il suo gregge: cercare, passare in rassegna, radunare dalla dispersione, condurre al pascolo, far riposare, cercare la pecora perduta, ricondurre quella smarrita, fasciare la ferita, curare la malata, avere cura, pascere. Tutti questi atteggiamenti sono diventati realtà in Gesù Cristo».

«Quanti nella Chiesa siamo chiamati ad essere pastori – ha detto il Papa –  non possiamo discostarci da questo modello, se non vogliamo diventare dei mercenari. A questo riguardo, il popolo di Dio possiede un fiuto infallibile nel riconoscere i buoni pastori e distinguerli dai mercenari».

Francesco ha spiegato che «Gesù non è un re alla maniera di questo mondo: per Lui regnare non è comandare, ma obbedire al Padre, consegnarsi a Lui, perché si compia il suo disegno d’amore e di salvezza». E ha aggiunto: «Il Vangelo ci dice che cosa il regno di Gesù chiede a noi: ci ricorda che la vicinanza e la tenerezza sono la regola di vita anche per noi, e su questo saremo giudicati. È la grande parabola del giudizio finale di Matteo 25. Il Re dice: "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi". I giusti domanderanno: quando mai abbiamo fatto tutto questo? Ed Egli risponderà: "In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me"».

La salvezza, ha detto ancora il Papa, «non comincia dalla confessione della regalità di Cristo, ma dall’imitazione delle opere di misericordia mediante le quali Lui ha realizzato il Regno. Chi le compie dimostra di avere accolto la regalità di Gesù, perché ha fatto spazio nel suo cuore alla carità di Dio. Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore, sulla prossimità e sulla tenerezza verso i fratelli. Da questo dipenderà il nostro ingresso o meno nel regno di Dio, la nostra collocazione dall’una o dall’altra parte». E farsi «concretamente prossimo» significa anche «condividere ciò che abbiamo di più prezioso, cioè Gesù stesso e il suo Vangelo!».

I nuovi santi, ha concluso Francesco, hanno «risposto con straordinaria creatività al comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Si sono dedicati senza risparmio al servizio degli ultimi, assistendo indigenti, ammalati, anziani, pellegrini. La loro predilezione per i piccoli e i poveri era il riflesso e la misura dell’amore incondizionato a Dio».

Prima di recitare l'Angelus sul sagrato di San Pietro a conclusione della messa di canonizzazione, il Papa ha detto: «Per l'intercessione dei due santi indiani, provenienti dal Kerala, grande terra di fede e di vocazioni sacerdotali e missionarie il Signore conceda un nuovo impulso missionario alla Chiesa che è in India, che è tanto brava, affinché ispirandosi al loro esempio di concordia e riconciliazione, i cristiani dell'India proseguano nel cammino della solidarietà e della convivenza fraterna».Citando, infine, l'esempio dei quattro santi italiani, Francesco ha auspicato che esso «aiuti il caro popolo italiano a ravvivare lo spirito di collaborazione e di concordia per il bene comune e a guardare con speranza al futuro, confidando nella vicinanza di Dio che mai abbandona, anche nei momenti difficili».

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Lettera di Suor Lucia di Fatima a un sacerdote http://bibliotecaneval.altervista.org/lettera-suor-lucia-fatima-sacerdote/ Mon, 17 Nov 2014 20:25:02 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12010 http://cristianesimocattolico.wordpress.com/2014/11/14/lettera-di-suor-lucia-di-fatima-a-un-sacerdote/ 14 novembre 2014 Caro padre: Pax Christi! Ho notato nella sua lettera che è molto preoccupato per il disorientamento del tempo presente. È nella verità quanto lei lamenta che tanti si lascino dominare dall’onda diabolica che schiavizza il mondo e si incontrano tanti ciechi che non vedono l’errore. Suor Lucia di Fatima   Ma […]

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Caro padre: Pax Christi!

Ho notato nella sua lettera che è molto preoccupato per il disorientamento del tempo presente. È nella verità quanto lei lamenta che tanti si lascino dominare dall’onda diabolica che schiavizza il mondo e si incontrano tanti ciechi che non vedono l’errore.

Suor Lucia di Fatima

Suor Lucia di Fatima

 

Ma il principale errore è che questi abbandonarono la preghiera, allontanandosi da Dio e senza Dio tutto gli viene meno, perché “senza di me non potete fare nulla” Gv 15,5.

Ora, ciò che soprattutto raccomando è che ci si avvicini al Tabernacolo e si faccia orazione. Li si incontrerà la luce e la forza per nutrirsi e donarsi agli altri. Donarsi con umiltà, con soavità e, nello stesso tempo, con fermezza. Perché coloro che esercitano una responsabilità hanno il dovere di tenere la verità nella dovuta considerazione, con serenità, con giustizia e con carità. Per questo, hanno bisogno ogni giorno di più pregare, di stare vicino a Dio, di trattare con Dio di tutti i problemi, prima di affrontarli con le creature. Continui per questa strada e vedrà che vicino al Tabernacolo troverà più sapienza, più luce, più forza, più grazia e più virtù che giammai potrà incontrare nei libri, negli studi, ne presso creatura alcuna. Non giudichi mai perduto il tempo che passa nell’orazione e vedrà come Dio le comunicherà la luce, la forza e la grazia di cui ha bisogno, e anche quello che Dio le chiede. È questo che importa: fare la volontà di Dio, rimanere dove Egli ci vuole e fare ciò che Egli ci chiede. Ma sempre con spirito di umiltà, convinti che da soli non siamo niente, e che deve essere Dio a lavorare in noi e servirsi di noi per tutto quello che Lui domanda.

Per questo abbiamo tutti bisogno di intensificare molto la nostra vita di interiore unione con Dio e tutto ciò si consegue per mezzo della preghiera. Che a noi manchi il tempo per tutto, meno che per la preghiera, e vedrà come in meno tempo si farà molto!

Tutti noi, ma specialmente chi ha una responsabilità, senza la preghiera, o che abitualmente sacrifica la preghiera per le cose materiali è come una penna d’oca di cui ci si serve per sbattere l’albume delle uova, elevando castelli di schiuma che, senza zucchero per sostenerli, in seguito si disgregano e disfanno trasformandosi in acqua putrida. Per questo Gesù Cristo disse: “Voi siete il sale della terra, ma se questo perde la forza, a nient’altro più serve se non per essere gettato via”.

E, siccome questa forza sola da Dio la possiamo ricevere, abbiamo bisogno di avvicinarci a Lui, perché ce la comunichi e questa vicinanza si realizza solo per mezzo della preghiera, che è il luogo in cui l’anima si incontra direttamente con Dio.

Raccomandi questo a tutti i suoi fratelli e lo sperimen­teranno. E poi mi dica se mi sono ingannata. Sono ben certa di quale sia il principale male del mondo attuale e la causa del regresso nelle anime consacrate. Ci allontaniamo da Dio, e senza Dio inciampiamo e cadiamo. II demonio è astuto per sapere qual è il punto debole e attraverso il quale ha da attaccarci. Se non stiamo attenti e non ci premuriamo con la forza di Dio, soccombiamo, perché i tempi sono molto cattivi e noi siamo molto deboli. Solo la forza di Dio ci può sostenere.

Veda se può portare avanti tutto con calma, confidando sempre in Dio e Lui farà tutto quello che noi non possiamo fare e supplirà alla nostra insufficienza.

Suor Lucia, s.c.c.

A Mons. Pasquale Mainolfi.

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Natuzza Evolo: profetica testimone della “vita oltre la morte” http://bibliotecaneval.altervista.org/natuzza-evolo-profetica-testimone-vita-morte/ Sun, 16 Nov 2014 22:27:34 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=11999 Renzo Allegri racconta il suo ultimo libro dedicato alla mistica di Paravati, frutto dei loro incontri personali e delle testimonianza raccolte tra chi la la considerava santa già in vita         Roma, 11 Novembre 2014 (Zenit.org) Antonio Gaspari | 266 hits   Natuzza Evolo, “la mistica di Paravati”, diventerà santa. Per lei è già iniziato il processo […]

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Renzo Allegri racconta il suo ultimo libro dedicato alla mistica di Paravati, frutto dei loro incontri personali e delle testimonianza raccolte tra chi la la considerava santa già in vita

Roma,  (Zenit.org) Antonio Gaspari | 266 hits

 

Natuzza Evolo, “la mistica di Paravati”, diventerà santa. Per lei è già iniziato il processo di beatificazione, come ha annunciato il vescovo di Mileto, monsignor Luigi Renzo, in occasione del quinto anniversario della sua morte, avvenuta il 1° novembre del 2009. Nata il 23 agosto 1924, appartenente a una famiglia poverissima, Natuzza era analfabeta, perché non aveva mai avuto la possibilità di andare a scuola. Era sposata e aveva cinque figli. Fin da bambina, in lei si manifestarono fenomeni inspiegabili che la rendevano una donna unica. Un “caso” che incuriosiva e interessava la gente semplice ma anche gli scienziati e i teologi. Per molti era un “fenomeno paranormale”, per molti altri una santa già in vita. Paravati, il piccolo paese calabrese dove Natuzza nacque e visse, era una sconosciuta frazione di Mileto. Ora, con lei, è diventato un importante Centro di spiritualità.

 

Su Natuzza, soprattutto dopo la sua morte, sono stati scritti innumerevoli articoli, libri, saggi. L’ultimo, in ordine di tempo, si intitola “Natuzza Evolo, il segreto di una vita”, ed è stato pubblicato dalla casa editrice cattolica Ancora. E’ firmato da Renzo Allegri, giornalista noto per la sua vasta produzione letteraria che comprende oltre cinquanta titoli, alcuni dedicati alle grandi guide spirituali del nostro tempo: Madre Teresa, Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II, Gianna Berretta Molla, e soprattutto Padre Pio, al quale Allegri ha dedicato nove volumi da uno dei quali è stata tratta la fortunata fiction televisiva, con protagonista Sergio Castellitto. A Renzo Allegri abbiamo posto alcune domande.

***

Perchè questo suo libro su Natuzza Evolo?

Natuzza è una persona che mi ha sempre molto affascinato. Penso che in lei sia nascosto un grande tesoro di insegnamento spirituale, per ora ancora inesplorato.

L’ha conosciuta personalmente?

Certo. L’ho incontrata diverse volte, a cominciare dal 1977, cioè 37 anni fa. Allora nessun giornale, nessun scrittore, nessuno dei mezzi di informazione si interessavano a lei. Ma la sua fama era grande egualmente, diffusa attraverso  il “passaparola”. Si diceva possedesse tutte le qualità e le doti che comu­nemente vengono attribuite ai sensitivi, ai medium, ai guaritori eccetera. In realtà, però, la sua esistenza quotidiana era intrisa da una quantità incredibile di fenomeni non paranormali, ma di natura mistica: bilocazioni,  estasi,  visioni,  sudorazioni di sangue, stimmate, "emografie", e soprattutto da un “carisma” speciale che la caratterizzava, la possibilità  di vedere e di parlare con le anime delle persone defunte. Ogni giorno arrivavano a Paravati 200-300 persone, che andavano a parlare con lei ottenendo sempre grandi consolazioni e grazie. Questi dettagli mi vennero raccontati da un avvocato, mio amico. Incuriosito, nell’ottobre del 1977 andai a Paravati. Vi rimasi una settimana. Conobbi Natuzza, e conversando con lei e parlando con chi la conosceva bene, scoprii  che quella donna viveva, con sconcertante spontaneità, in continuo contatto con il soprannaturale. Ogni atto, ogni azione della sua esistenza erano permeati di fede semplice e vera. Ero partito  da Milano pensando anch’io di incontrare una “grande sensitiva” e tornai convinto di aver conosciuto una “grande santa”.

Scrisse degli articoli esprimendo queste sue convinzioni?

Scrissi una serie di articoli. Allora ero inviato di “Gente”, che era il settimanale delle famiglie, con milioni di lettori. Per oltre un mese, Natuzza fu protagonista nelle pagine di quel settimanale. Raccontai la sua storia, così come lei stessa me l’aveva riferita. Aggiungendo tante testimonianze di persone che ogni giorno constatavano fatti prodigiosi. Quegli articoli ebbero un impatto enorme sul pubblico. Si può dire che attraverso quegli articoli Natuzza venne conosciuta dal grande pubblico.  E venne conosciuta bene, cioè in modo corrispondente al vero.  Quegli articoli ebbero, infatti,  l’approvazione piena di tutte le persone che avevo intervistato e di  Natuzza stessa che,  essendo analfabeta,  se li era fatti leggere dai familiari.   In seguito, andai altre volte a Paravati, sempre come giornalista, e Natuzza mi ha sempre trattato con affetto, facendomi conoscere anche la sua famiglia. Nel 1998, in occasione di una gande festa in suo onore, volle che fossi io a tenere il discorso di circostanza.

Quali sono le caratteristiche di questo suo libro su Natuzza?

E’ un libro che si riallaccia agli articoli scritti nel 1977. A distanza di tanto tempo, ritengo che quegli articoli siano dei documenti molto importanti. Non solo per le testimonianze raccolte da persone che avevano conosciuto Natuzza bambina e che ora non ci sono più. Ma soprattutto perché Natuzza,  ancora estranea alle pressioni e alle curiosità dei “mass media”, si confidava con la più grande semplicità. In quei miei articoli, mi limitai a fare un meticoloso lavoro di trascrizione dei racconti che Natuzza mi fece riguardo le sue esperienze mistiche. Sono quindi  confidenze dirette e straordinarie. Ho voluto riprenderli e riproporli,  cercando di ricostruire nei dettagli quella mia indimenticabile avventura giornalistica.

Qual era l’atteggiamento ufficiale della Chiesa quando lei conobbe Natuzza?

Era un atteggiamento “distratto”. La Chiesa ha il compito di preservare il “popolo di Dio” da pericoli ideologici devianti. E lo fa con il massimo impegno, a volte con rigore. All’inizio, quando Natuzza era una bambina, il vescovo del luogo, monsignor  Paolo Albera,  informato, rimase molto colpito. Fu anche testimone diretto di qualcuno di quei fatti inspiegabili, ed  espresse giudizi positivi. Ma per avere un quadro sicuro della situazione, ricorse al consiglio di un famoso scienziato del tempo,  Padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Prima di diventare religioso, Gemelli era medico,  psichiatra, psicologo, ricercatore scientifico di fama, ma ateo. Convertitosi,  aggiunse al proprio grande patrimonio scientifico, quello religioso-spirituale, diventando il più preparato esponente della scienza cattolica  di allora. Mantenne, però, sempre una istintiva avversione per la fenomenologia di carattere mistico, in quanto, secondo lui, poteva spesso essere soltanto frutto del subconscio. Diceva che i manicomi erano pieni di stimmatizzati e visionari. Affermava che l’unico stimmatizzato vero della storia era stato San Francesco d’Assisi. E fu lui a giudicare, nel 1919, che le stimmate di Padre Pio erano frutto di isterismo. Lo stesso giudizio espresse, nel 1940, per la fenomenologia di Natuzza. Al vescovo che gli aveva inviato un ampio dossier sul caso, rispose che  la ragazza era isterica e doveva essere curata in un ospedale psichiatrico.  Natuzza venne quindi   ricoverata in un manicomio a Reggio Calabria. Ma, dopo una ventina di giorni fu rispedita a casa perché  “perfettamente sana di mente e di corpo”.

Il giudizio di Padre Gemelli, tuttavia, fu "condizionante”. L’autorità di Gemelli era mitica. Il vescovo Albera emise un documento in cui diceva che quanto accadeva in Natuzza non aveva niente a che fare con il soprannaturale. I successori di Albera si attennero a quel giudizio, ma senza mai intervenire in modo pratico.  Per 40 anni, Natuzza fu ufficialmente giudicata una  “sensitiva”. Ma  per la gente era una santa. Quando la conobbi, nel 1977, il giudizio delle autorità ecclesiastiche era, ufficialmente,  ancora quello emesso dal vescovo Albera nel 1940. Però, tutti  i pellegrini che ogni giorno arrivavano a Paravati la giudicavano una santa. E tra essi anche sacerdoti, religiosi, vescovi. Il parroco di Paravati di allora,  don Salvatore Sangeniti, mi disse apertamente che, per lui, quella sua parrocchiana era un esempio di grande santità. Mi disse che era un donna poverissima, aveva cinque figli da mantenere, suo marito era un falegname che non sempre trovava lavoro. Lei dedicava gran parte delle sue giornate alla gente che accorreva in cerca di aiuto. E lo faceva del tutto gratuitamente. Se qualcuno, che magari aveva ricevuto un favore enorme, come la guarigione da malattie dichiarate inguaribili dai medici,  e voleva a tutti i costi sdebitarsi lasciarle un offerta, rifiutava  sempre e diceva:  “Se volete fare un’offerta,  andate  in chiesa e fatela al Signore: è stato Lui a guarirvi”.  Fu sempre intransigente su questo, non volle mai niente da nessuno.

Don Salvatore aveva assistito anche al fenomeno delle stimmate che si manifestavano in Natuzza durante la Settimana santa, in particolare il Venerdì santo.  Mi disse: "Per tutto il giorno Natuzza è assistita da medici, perché si teme che possa morire da un momento all’altro. Sembra proprio che si trovi in agonia. Il suo corpo diventa tutto una piaga, Le gocce di sangue, cadendo sul guanciale e sul lenzuolo provocano immediatamente quei misteriosi disegni a soggetto sacro chiamati “emografie”. Ho assistito tanti moribondi ma non ho mai provato un’impressione così forte come vedendo Natuzza in quelle condizioni".

Nel 1979 arrivò nella diocesi da cui dipende Paravati un nuovo vescovo, monsignor Domenico Cortese. Fu lui a cambiare la situazione.  Era convinto che in Natuzza operasse Dio. A poco a poco, senza emanare nuovi documenti giuridici, ma dimostrando in pratica la sua stima verso quella donna, cancellò la vecchia diffidenza  ecclesiastica aprendo le porte a una comprensione totale. E fu lui che permise e sostenne la grande opera socio-spirituale che, nel nome di Natuzza, è sorta a Paravati>>.

Nei libri, Natuzza viene spesso definita una “povera contadina analfabeta del sud”…

E’ un giudizio errato. Che contiene anche un pregiudizio di sapore razzista.  E’ vero che Natuzza era analfabeta.  Ma i doni carismatici che aveva ricevuto e le esperienze che ogni giorno faceva a contatto le persone più diverse, costituirono per lei una scuola unica.  Di un valore inestimabile.   Ascoltare, valutare, cercare di capire, essere concentrata nel percepire i suggerimenti interiori, comportava  un impegno massacrante, che richiedeva uno  sforzo fisico, emotivo e spirituale,  elevatissimo.  E poiché un simile impegno era continuo, quotidiano, fu per lei una “palestra ascetica” straordinaria, una “università” senza pari. Si dice che noi siamo il risultato della nostre esperienze. E in gran parte è vero. Le esperienze arricchiscono in modo  esponenziale l’intelligenza, l’intuizione, la sensibilità, la capacità  di capire anche i segni estremi. Natuzza era immersa in esperienze del genere e la sua intelligenza le elaborava, trasformandole in patrimonio cognitivo di altissima qualità. Professionisti, medici, avvocati, sacerdoti, scienziati,  cioè soggetti  di elevata cultura,  parlando con lei si meravigliavano nel constatare che, pur essendo analfabeta,  Natuzza affrontava  conversazioni  teologiche, filosofiche, scientifiche, con estrema facilità,  non sbandierando teorie, non facendo dissertazioni erudite, ma spiegando chiaramente i problemi e indicandone la soluzione, che risultava sempre la più giusta. Non era certo una “povera contadina analfabeta del Sud”!

Secondo lei, quali sono le caratteristi peculiari della santità di questa donna?

Penso che Natuzza, quando era in questo mondo,  sia stata una grande “missionaria” del nostro tempo riguardo alla “vita”. “Vita” intesa non solo come l’esperienza nel tempo, ma nel suo significato integrale, e cioè “vita eterna”, iniziata nel tempo ma che non finirà mai. Soprattutto con quel suo dono carismatico di “vedere e parlare con le anime dei trapassati”,  Natuzza è stata la più grande testimone della “vita che continua oltre la morte”.  Le migliaia di episodi questo genere che si verificarono nel corso della sua esistenza e che ebbero come testimoni altre migliaia di persone esistenti in questo mondo, sono una documentazione  imponente e inoppugnabile. Parlandomi di quei fatti, lei stessa mi ha più volte ripetuto:  “Sono i morti che vogliono comunicare. Desiderano far sapere ai loro cari che sono vivi”. Anche le bilocazioni, altro fenomeno carismatico eclatante nell’esistenza terrena di Natuzza, potrebbero essere intese come  “indicazione profetica”,  per farci intuire  “come” potrebbe essere la vita dopo la morte. Non uno stato evanescente, astratto, imbalsamato, lontano dalla nostra concezione, ma  una  “vita” essenzialmente “vera e  reale” anche se invisibile ai nostri occhi mortali. Natuzza non ha scritto libri, non ha tenuto conferenze, non ha fatto prediche, ma ha “parlato” con i fatti, con migliaia e migliaia di fatti inspiegabili dei quali sono stati testimoni milioni di persone. E tutti quei fatti, (visioni, bilocazioni, emografie, colloqui con i trapassati eccetera) in pratica convergevano verso un fine unico: testimoniare la realtà della “vita oltre la morte”.

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