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un po' datato ma sempre valido e utilissimo
 
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VADEMECUM
PER UNA DEVOTA FREQUENTAZIONE DELLA CASA DI DIO
E PER UN BUON RAPPORTO CON GESÙ EUCARISTIA
 
 
 
 
1. Il luogo sacro: tempio e casa di Dio
In tutti i popoli ed in tutte le culture, da sempre, si è avvertita l’esigenza di delimitare uno spazio, circoscrivere un luogo, determinare un ambiente che favorisse l’incontro tra l’uomo e la divinità. Noi italiani possiamo tuttora oggi ammirare le rovine degli antichi (e splendidi) templi pagani di Roma, ma lo stesso possono fare in Grecia, in America Latina, in Africa, in Asia: l’uomo ha sempre sentito che doveva esserci Qualcosa, o meglio Qualcuno di più grande di lui e che era necessario definire un posto in cui fosse possibile cercare una qualche forma di contatto con questo Misterioso Essere. Gli Ebrei, nostri padri e fratelli maggiori (così li definì Giovanni Paolo II), costruirono a Dio un tempio grande, meraviglioso e imponente, purtroppo completamente raso al suolo dall’Imperatore Adriano e di cui oggi si possono ammirare solo le fondamenta del lato occidentale (il famoso “Muro del pianto”): essi sapevano e credevano che nel cuore del Tempio ci fosse la presenza viva e vera di Jahvè, la dimora della sua Gloria, un luogo in cui Egli era, parlava ed ascoltava le preghiere di ogni figlio del suo popolo. Con l’avvento del Cristianesimo questa convinzione si è ulteriormente rafforzata: Gesù, infatti, ha istituito il sacramento dell’Eucaristia, in cui, per un miracolo a noi incomprensibile e di cui gli angeli stessi stupiscono, trasforma la sostanza del pane senza lievito nella sua vera Carne, in cui Egli è e rimane presentesostanzialmente, ovvero con tutto se stesso: Corpo, Sangue, Anima e Divinità. La Chiesa ha chiamato questo miracolo con il nome di transustanziazione, termine che significa per l’appunto “cambiamento di sostanza”: non più pane di farina, ma Gesù in persona. Fin quando sussistono le sacre specie, dunque, Egli è personalmente e realmente presente in esse. Nelle nostre Chiese, dunque, nei tabernacoli di esse, c’è la presenza viva, vera, reale e personale di nostro Signore Gesù Cristo: sono la Casa di Dio per eccellenza, in cui abita Dio in persona, con una presenza viva e vera (anche se silenziosa e misteriosa), che richiede di essere creduta, riconosciuta ed onorata come merita.
 
2. Il tempio è una casa di preghiera
Fu Gesù in persona, quando scacciò i mercanti dal Tempio, a pronunciare questa frase: “il tempio è una casa di preghiera”. Vuol dire che tutto ciò che si fa, che si dice e che si svolge al suo interno deve avere come fine la preghiera, ovvero deve favorire la preghiera o almeno non impedirla o disturbarla. La preghiera, dice santa Teresa, non è altro che un intimo dialogo e colloquio con Colui che ci ama infinitamente e che si compiace di ascoltarci, di esaudirci, di parlarci. La Sua Voce, però, non è suono percepibile dall’orecchio, ma un pensiero dolce e soave, intimo e delicato, che io magari percepisco come “un mio pensiero”, quando invece è la Voce del mio Dio che parla al mio cuore. È necessario un grande raccoglimento e un profondo silenzio per poterla udire: ecco perché, nelle nostre Chiese, è richiesta una grande attenzione per mantenere un clima di profondissimo silenzio, dentro il luogo sacro e, possibilmente, anche nella zona circostante. Bisogna pian piano abituarsi a non parlare mai ad alta voce, ma sempre a voce sommessa, quasi soffusa e parlare solo di ciò che è indispensabile dire o che la carità fraterna esige che sia detto. Si può senza dubbio pregare ad alta voce, cantare al Signore con tutto il cuore, leggere la sua Parola, commentarla, fare una catechesi in Chiesa; ma non “chiacchierare”, nemmeno fare una buona e amichevole conversazione, cose che rivestono una grande importanza e valenza anche per noi cristiani, ma che non trovano nel luogo Sacro il luogo ideale per svolgersi. Quando sono in Chiesa sono più che mai alla presenza di Dio (anche se Lui mi vede sempre e dovunque mi trovo); ma sono anche nel luogo che è consacrato perché lo si usi solo per ciò che attiene al suo onore, al suo culto, alla sua ricerca. Tutto quello che noi vediamo in una Chiesa cristiana, la bellezza degli arredi sacri, l’architettura, le sculture, le pitture, gli strumenti del culto, sono pensati, voluti e fatti solo per rendere culto a Dio, per dirgli che Lui è bello, che Lui solo è grande, che Lui solo merita tutto il nostro amore, tutta la nostra dedizione, tutta la nostra adorazione. Ed anche per aiutare chiunque entra nel luogo Sacro (anche attraverso la sua bellezza di cui tanto parla Papa Benedetto XVI) a prendere coscienza della Bellezza di Dio: la Chiesa, casa e tempio di Dio, dovrebbe essere una rappresentazione (in piccolo) di ciò che è il Paradiso, dove Dio ed i santi abitano in una felicità e delizia piena e sempiterna: entrando in Chiesa, osservandone il decoro, la pulizia ed anche la bellezza (anche modesta, ma sempre dignitosa), ognuno di noi dovrebbe sentire un po’ di nostalgia di Dio e del Paradiso. Il nostro silenzio, il nostro modo di comportarci, il nostro modo decoroso e dignitoso di vestire, di stare edintrattenerci nel luogo sacro è una parola che noi diciamo a Dio ed anche agli altri. Padre Pio raccomandava ai suoi figli spirituali di essere irreprensibili nel modo di stare nel luogo sacro, proprio perché questo rivela il nostro senso del soprannaturale, la nostra percezione della grandezza dell’Altissimo, il nostro delicato, devoto, garbato e filiale modo di manifestargli tutto il nostro affetto, amore e adorazione.
 
3. Alcune indicazioni pratiche
La prima cosa da fare, appena si entra in Chiesa, è volgere lo sguardo verso il Tabernacolo, che è indicato dalla lampada che brilla ininterrottamente a fianco ad esso, e adorare il Signore, realmente presente nel Tabernacolo, con il gesto dellagenuflessione, che consiste nel piegare il ginocchio destro, toccando con esso la terra, mentre mentalmente si rivolge un’espressione di amorevole saluto al Signore. Dopo la genuflessione, il primo gesto da compiere è il segno della croce,preferibilmente con l’acqua santa, avendo cura di compiere questo gesto con rispetto e devozione, mai in modo frettoloso o distratto. Con questo semplice gesto, infatti, si compiono moltissimi atti di fede: si dichiara di credere nella Santissima Trinità, le cui tre divine Persone si nominano (“nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo); tracciando il segno della croce, ci si ricorda del patibolo su cui nostro Signore Gesù è stato ucciso, per salvarci dai nostri peccati; questi due misteri (che sono quelli principali della nostra fede cattolica) ci si impegna a tenerli fissi nella mente (si porta la mano su di essa), ad amarli con tutto il cuore (si porta la mano sul cuore) a servirli con tutte le forze (si porta la mano sulle due spalle): e questo, come insegna Gesù, è il primo e il più grande di tutti i comandamenti (“amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutte le tue forze”). Fatti questi gesti, si può andare al banco per rivolgere una preghiera a Gesù, oppure accendere una candela (simbolo della nostra devozione: accendo una candela per dire a Gesù, a Maria o a un santo, che voglio che la mia piccola vita sia consumata per loro, come la fiamma consuma la cera della candela e per “illuminarli”, ovvero per farli vedere a tutti attraverso la mia vita protesa verso la santità). Padre Pio raccomandava, quando si prega in Chiesa, di non divagare con lo sguardo, non girarsi a vedere chi entra e chi esce, etc.: rimango in dolce colloquio con Gesù, gli parlo, lo ascolto, lo lodo, lo ringrazio, gli chiedo le cose di cui ho bisogno. E quando uscirò dalla Chiesa compirò gli stessi gesti di quando sono entrato. La piccola Bernardetta di Lourdes disse che rimase sbalordita (in senso positivo) nel vedere come la Madonna si faceva il segno della Croce, con quanto rispetto, amore e devozione; san Josè Maria Escrivà raccomandava ai suoi figli di fare con molta devozione la genuflessione, evitando di fare strani gesti o pseudo inchini che sembrano quasi “una burla”. Sono infatti gesti che Gesù vede e con cui gli comunichiamo il nostro amore: pensiamo alla differenza tra il ricevere una carezza o un bacetto affettuoso da un nostro familiare, oppure un gesto di circostanza o un bacio dato per abitudine, freddo e senza amore. L’Immacolata Vergine Maria Santissima, i Santi e il nostro Angelo custode ci insegnino ad essere sempre molto delicati e affettuosi verso Gesù, il cui Cuore che pulsa nei nostri Tabernacoli, è un roveto ardente di amore sconfinato verso tutti e ciascuno di noi.
 
4. Il tempio è un luogo di culto: il sacrificio della Santa Messa
Oltre che casa di preghiera, il tempio è anche il luogo del culto, in cui si offre a Dio il sacrificio a Lui gradito per eccellenza, anzi l’unico che Egli gradisce: quello del Suo Figlio Santissimo, Vittima innocente che si è offerto in olocausto al Padre per la nostra salvezza, distruggendo nel crogiuolo delle Sue immense sofferenze tutti i nostri peccati, per ottenerci la riconciliazione con il Padre, la Grazia che abita nelle nostre anime, la possibilità di vivere come amici di Dio. Al Suo Sacrificio, che si perpetua nel corso del tempo e della storia nel santo Sacrificio della Messa, Gesù associa la sua Chiesa, ovvero ogni fedele battezzato, che da Gesù e in Gesù, per Lui e con Lui, deve imparare a trasformare tutta la sua esistenza in “un’offerta viva gradita al Padre”, offrendo a Dio la propria giornata, il proprio lavoro, le proprie piccole o grandi sofferenze, in una parola tutto se stesso. Dio non cerca e non vuole sacrifici di animali (come nell’Antico Testamento) e nemmeno le nostre cose, i nostri beni: Dio desidera il nostro cuore, che Lui ha creato perché potesse conoscerLo, amarLo e servirLo in questa vita, per goderLo eternamente in quella che ci attende nel Cielo. Tutto questo si vive e si compie soprattutto nella celebrazione della Santa Messa. All’inizio di essa tutti noi ci riconosciamo piccoli e miseri davanti a Dio, bisognosi del suo perdono, della sua Parola e della sua grazia (riti di introduzione e atto penitenziale); poi ascoltiamo la sua Parola, che ci insegna a distinguere il vero dal falso, il bene dal male, il bello dal brutto, perché la mettiamo in pratica (liturgia della Parola); poi professiamo la nostra fede in Dio e Gli eleviamo le nostre suppliche (Credo e preghiera dei fedeli). Nell’offertorio il sacerdote offre se stesso e tutti noi come sacrifici viventi a Dio Padre, supplicandoLo che ci accetti in unione al suo Figlio Gesù, divina Vittima (Ostia) che sarà immolata nella liturgia eucaristica. Poi, il sacerdote ringrazia Dio e lo loda per tutti i benefici che ci elargisce (Prefazio). Finalmente si giunge al momento più solenne, più importante, più bello e più grande che esiste nell’universo: attraverso la consacrazione Dio trasforma il pane ed il vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo, che vediamo separati come lo furono sul Golgota, quando Gesù moriva offrendo la sua vita per noi nel supplizio della Croce: tutto questo si compie qui ed ora in ogni Messa che si celebra (liturgia eucaristica). Dopo aver pregato il Padre con le parole insegnateci da Gesù, si giunge all’altro momento cardine della Santa Messa: la santa Comunione, in cui si diventa una sola cosa con Gesù in persona, in un mistero ineffabile che comprenderemo solo in cielo: divento una sola carne, un solo sangue, un solo spirito, un solo cuore con Gesù. È la massima unione possibile che si può avere con Dio su questa terra. Dovrebbe diventare il momento in assoluto più bello della nostra vita. È il dono di Gesù, che attende cuori grati e ben disposti ad accoglierlo.
 
5. Indicazioni per una buona partecipazione alla santa Messa
I Santi davano delle indicazioni molto semplici, ma anche molto incisive: se vuoi partecipare bene alla santa Messa, vivila come se fosse la prima, come se fosse l’ultima, come se fosse l’unica. Non c’è nulla di più grande nell’universo, come insegnava Padre Pio. La partecipazione alla santa Messa deve essere attenta (non distrarsi e non divagare con gli occhi o col pensiero), degna (non ridere, non chiacchierare, rispondere recitando bene le parti riservate ai fedeli), devota(animata dal senso di stare alla presenza di Dio, stando in ginocchio almeno durante la consacrazione e dopo la Comunione, atteggiamento che esprime l’adorazione che a Dio è dovuta e che i santi raccomandavano: Padre Pio, se vedeva qualcuno in piedi alla sua Messa, esclamava imperiosamente: “in ginocchio!”). Vivere ogni momento della Messa in modo consapevole: umiliandosi nei riti introduzione, ascoltando con attenzione durante la liturgia della Parola, offrendosi a Dio durante l’Offertorio, adorando nel più assoluto silenzio durante la consacrazione e la preghiera eucaristica, amando e intrattenendosi in dolce colloquio con Gesù se lo si è ricevuto nella Comunione sacramentale, oppure, se non ci si può accostare ad essa, fare la comunione spirituale, tanto raccomandata dai Santi, rivolgendo a Gesù eucaristico parole come queste: “desidero riceverti, Signore Gesù, con la purezza, l’umiltà e la devozione con cui ti ricevette la tua santissima Madre e con lo spirito e il fervore dei santi”. Terminata la S. Messa è bene uscire in silenzio e riservare l’area del sagrato della Chiesa per intrattenersi fraternamente con i nostri fratelli e sorelle. I Santi raccomandavano di dedicare un congruo tempo al ringraziamento. Il silenzio dopo la comunione serve a questo.
 
6. Indicazioni per una buona Comunione sacramentale
Per fare una buona comunione è necessario: essere in grazia di Dio, ovvero non avere sulla coscienza alcun peccatograve non confessato, altrimenti è necessario prima confessarsi; rendersi conto di Chi si va a ricevere, prendendo coscienza del dono che Dio ci fa nella santa Comunione; desiderarlo con tutto il cuore; comunicarsi in modo degno e devoto. Si ricordi che il modo attualmente ordinario di ricevere la comunione nella Chiesa Cattolica è comunicarsi in piedi ricevendo l’Ostia in bocca (forma normale), dicendo “Amen” dopo che il sacerdote ha detto “il Corpo di Cristo” e facendo almeno un inchino profondo con la testa in segno di adorazione. È comunque un diritto dei fedeli che lo desiderano quello di ricevere la comunione in ginocchio, prassi che la Chiesa e anche l’attuale Pontefice hanno sempre lodato e incoraggiato come espressione piena dell’adorazione dovuta a Gesù eucaristia; ricevere la Santa Ostia sulle mani è una facoltà (non un diritto né tanto meno un dovere) che è stata concessa dalla Santa Sede su richiesta dei Vescovi, purché si faccia attenzione alla pulizia delle mani e a non lasciare cadere in terra alcun frammento, anche minimo, in cui è presente Gesù tutto intero.
 
 
 
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La Chiesa che vorrei… http://bibliotecaneval.altervista.org/la-chiesa-che-vorrei/ Tue, 01 Jul 2014 20:38:55 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=10167 La Chiesa che vorrei…   Postato 7th April 2013 da Don Leonardo Maria Pompei       Qualche tempo fa una persona, da un lato turbata dall’altro attratta dal mio modo di essere, di pensare e di pormi nell’attuale contesto storico ed ecclesiale, mi chiese con un misto di ironia e di interesse: “mi piacerebbe tanto sapere che […]

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Qualche tempo fa una persona, da un lato turbata dall’altro attratta dal mio modo di essere, di pensare e di pormi nell’attuale contesto storico ed ecclesiale, mi chiese con un misto di ironia e di interesse: “mi piacerebbe tanto sapere che tipo di Chiesa vorresti, che tipo di Chiesa sogni”. Scherzando, risposi che forse era il caso di scrivere una canzone alternativa, dal momento che una ben nota (ma non cristianamente raccomandabile!) voce della musica rock italiana ne aveva recentemente scritta una intitolata “il mondo che vorrei”. Forse una canzone è un po’ troppo, ma questo pittoresco episodio mi ha spinto a riflettere davvero su quale potrebbe essere “la Chiesa che vorrei”, memore del fatto che ben noti teologi (vedi per tutti Yves M. Congar) qualche lustro fa si cimentarono con pubblicazioni intitolate “la Chiesa che sogno”. Oggi sono molte (troppe!) le immagini di Chiesa che vengono proposte, sognate e perseguite, molte delle quali, ahimè, più che immagini mi sembrano caricature o veri e propri sgorbi. Dunque perché non dare un piccolo contributo ad un dibattito forse sotterraneo, ma oggi quanto mai vivo ed attuale?
La Chiesa che vorrei è una comunità di uomini e di donne consapevoli della loro altissima vocazione, fieri del nome di cristiano che portano, formati nella dottrina e nella morale, coerenti nelle scelte, fedeli alla legge dell’Altissimo, coraggiosi nella testimonianza, liberi dal rispetto umano, lontani dalle mode.
La Chiesa che vorrei è un popolo ben ordinato nei ruoli, nel governo e nelle articolazioni, dove ciascuno fa bene quel che gli compete, riconosce all’altro ciò che è suo, non crea confusioni con indebite invasioni di campo, non cerca di realizzarsi esattamente nel modo contrario in cui dovrebbe, non viene ammaliato dalle lusinghe e dalle allodole di questo brutto mondo, che anzi affronta, denuncia, combatte senza paura e senza complessi.
La Chiesa che vorrei è una società di uomini e di donne che tendono risolutamente alla santità, che amano Gesù, loro Signore e Dio, con tutto se stessi, senza “se”, senza “ma”, senza “distinguo”, senza sconti, senza remore; ed insieme a Lui amano la sua Immacolata e Santissima Madre, di cui sono fieramente servi, devoti e schiavi d’amore, senza temere di disonorare o diminuire il Figlio onorando la Madre, ma anzi consapevoli che non si può avere Dio per Padre se non si ha Maria per Madre.
La Chiesa che vorrei è il luogo del trionfo dell’Eucaristia, del culto adorante ed incondizionato che fa a gara nel rendere ogni onore, amore e delicatezza a Gesù umiliato nel santissimo sacramento dell’altare, dove si può andare a Messa vivendo uno “squarcio di cielo” e non una ridicola e fracassona pantomima della terra, dove le prediche alimentino la nostra fede anziché farci rischiare di perderla, dove nelle Chiese regni il silenzio, lo splendore del culto, la raffinatezza cercata in tutti i modi e le forme verso il Padrone di casa, dove la santa Comunione sia vissuta come atto di stupore attonito ed adorante verso Colui che tanto si umilia fino a divenire Una cosa sola con noi miserabili, senza che questo autorizzi indebite confidenze o veri e propri sacrilegi, anche quando fossero da qualche incauto permessi o consentiti.
La Chiesa che vorrei è un luogo dove primeggia il sacramento che distrugge l’Inferno e spoglia di ogni potere i demoni, che sia amministrato da Confessori capaci ed illuminati, che facciano quel che faceva san Pio da Pietrelcina che pur di distruggere ogni forma di peccato in un’anima (che è l’unico vero male) non esitava a somministrare medicine amare e terapie severe, ottenendo così che questo mirabile sacramento produca il suo principale e più grande effetto, cioè la conversione, l’abbandono totale, radicale e definitivo del peccato e la scelta ferma e irremovibile della virtù.
La Chiesa che vorrei è un Corpo dove il Capo invisibile sia ben riconoscibile in coloro che lo rappresentano, ovvero i suoi ministri, dal Papa all’ultimo parroco, dove non si nasconda la sublime (e tremenda!) dignità di tale vocazione sotto speciose (e false) apparenze di umiltà, ma si eserciti l’autorità con timore e tremore ma anche con coraggio e fermezza e dove i sudditi siano docili e ubbidienti ai pastori, senza arrogarsi diritti e poteri che non hanno né mai potranno avere.
La Chiesa che vorrei è il luogo in cui le diversificazioni del popolo santo di Dio (principio del suo ordine) siano visibili e percepibili: che i preti siano tali, si mostrino tali (anche nel santo abito!) e facciano i preti e solo i preti, ovvero uomini di Dio incaricati di portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio (e basta!); dove i religiosi siano fieri e orgogliosi della loro sublime vocazione, la più alta e la più perfetta in assoluto, e che tale sia da tutti tenuta e venerata ed aiutino la Chiesa ad “essere ciò che è” con una vita intensissima di orazione e di penitenza (anche per coloro che non credono, non pregano e non si mortificano), si glorino dell’obbedienza e dell’augusta povertà, si vantino santamente della gemma splendente della purezza e della castità, resa visibile e percepibile in tutto il loro portamento modesto, casto, mortificato.
La Chiesa che vorrei è il luogo delle famiglie sante e numerose, in cui siano completamente aboliti i maledetti crimini del mondo contemporaneo, quali aborto, contraccezione e divorzio, dove il fidanzamento sia vissuto nella castità e nella santità, il matrimonio scelto solo per vocazione e come vocazione, e dove i genitori tornino ad educare i figli, come dice san Paolo, nella disciplina del Signore e non secondo i modelli che i ragazzi imparano dai loro coetanei o dal Grande Fratello.
La Chiesa che vorrei è quella in cui i laici, anziché concepire la loro “promozione” come progressiva assunzione di compiti clericali (sull’altare e fuori…), ricordino che il campo della loro elezione non è il Tempio, la sacrestia o i luoghi ad essi connessi, ma il mondo da evangelizzare e da convertire, in cui solo loro possono (e devono!) operare per raggiungere coloro che i sacri ministri, che hanno lasciato il mondo pur essendo inviati al mondo, non possono in alcun modo incontrare. Dove non ci sia, in altre parole, la “clericalizzazione dei laici” e la “secolarizzazione dei preti e dei religiosi”.
La Chiesa che vorrei è il luogo in cui, come Gesù volle e chiese al Padre, si viva e percepisca la carità a tutti i livelli, nei rapporti tra i fedeli, nella carità dei pastori verso i fedeli, nella sollecitudine amorevole (in luogo delle chiacchiere maldicenti e, talora, calunniose) dei fedeli verso i pastori, dove si faccia a gara nello stimarsi a vicenda, ci sia un’attenzione agli ultimi non perché siamo la prima azienda di operatori sociali ma perché nostro Signore ha detto che negli ultimi c’è Lui che vuole essere amato e servito.
La Chiesa che vorrei è il luogo dove il dialogo non diventa uno strumento di resa nei confronti di chi non ha avuto la grazia di avere la pienezza della Rivelazione, né un modo per livellare tutte le religioni e tutte le opinioni a pari “diritto di cittadinanza” (che non hanno e non possono avere), né un bavaglio sule labbra di coloro che si consumano e soffrono nel predicare il Vangelo fino ai confini della terra, ma, conformemente ai voleri ed allo stile del suo Fondatore, un modo dolce e delicato, umile e mite, sereno e pacato (ma mai timido e arrendevole) di portare agli uomini di ogni luogo e di ogni tempo, l’unica Verità, l’unica Salvezza, l’unica Via per la redenzione.
La Chiesa che vorrei, infine, è il luogo in cui si predica la Verità tutta intera, comprese (soprattutto) quelle verità bandite e combattute dal mondo contemporaneo, ma che sono le più urgenti e le più importanti per la loro valenza salvifica: l’esistenza dell’Inferno e della possibilità reale (ed effettiva) di dannazione eterna per chi vive lontano da Dio e così persevera fino alla morte; la conseguente (o meglio antecedente) verità dell’esistenza e della malvagità dei demoni e l’azione ordinaria (ed anche talora straordinaria) che esercitano contro gli uomini; l’intrinseca cattiveria di ogni atto commesso in violazione del sesto comandamento (prima e durante il matrimonio), dato che la rivoluzione sessuale non lo ha abolito, ma ne ha reso ancor più difficile l’osservanza in un mondo corrotto e corruttore; la condanna ferma delle mode oscene ed indecenti a cui assistiamo quotidianamente d’inverno e d’estate; una ferma attenzione (insieme ad una prudente apertura) ai moderni mezzi di comunicazione sociale, da cui bisogna imparare a difendersi prima di cominciarli ad usare (come doveroso) per la gloria di Dio e per il bene; la Giustizia di Dio, che affianca e rende comprensibile la sua misericordia; un luogo dove presto trionfi il Cuore Immacolato di Maria anche con la promulgazione dell’atteso quinto dogma che riconosca l’Immacolata come Corredentrice, Mediatrice ed Avvocata universale dell’umanità; la ricompensa eterna e la gloria, infine, per quelle anime che, in mezzo a tante tribolazioni, oltraggi e derisioni, hanno ancora oggi il coraggio di lottare e di sognare una Chiesa più bella, una Chiesa più santa, una Chiesa… più Chiesa… la Chiesa che vorrei…
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Assunzione della B.V. Maria dagli scritti di Maria Valtorta http://bibliotecaneval.altervista.org/assunzione-della-b-v-maria-dagli-scritti-di-maria-valtorta/ Wed, 14 Aug 2013 22:58:18 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=5917 Assunzione della B.V. Maria dagli scritti di Maria Valtorta a cura di GIovanna Busolini                                                                 il Vangelo canonico dell’Assunzione di Maria al Cielo, non avendo […]

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Assunzione della B.V. Maria dagli scritti di Maria Valtorta

a cura di GIovanna Busolini 

 

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il Vangelo canonico dell’Assunzione di Maria al Cielo, non avendo testi scritti dagli Evangelisti ci riporta la visita di Maria SS. alla cugina Elisabetta e il Canto del Magnificat.
Dai testi valtortiani abbiamo invece una dettagliata e precisa cronistoria di quest’avvenimento importantissimo, in quanto è la prova di come sarebbero andate le cose per gli uomini se non avessero commesso il Peccato Originale: una serena dormizione e poi il risveglio alle porte del Paradiso in anima e corpo glorificato.
Riporto qui di seguito il solo testo dell’Assunzione gloriosa di Maria al Cielo, invitandovi alla lettura completa della Dormizione nei testi editi dal CEV o cliccando sul seguente link:
 
 
Maria Valtorta – L’Evangelo come mi è stato rivelato – Vol. X – cap. 650 – ed. CEV.
 
8 dicembre 1951.
 
Quanti giorni sono passati? È difficile stabilirlo con sicurezza. Se si giudica dai fiori che fanno corona intorno al corpo esanime, si dovrebbe dire che sono passate poche ore. Ma se si giudica dalle fronde d'ulivo su cui posano i fiori freschi, fronde dalle foglie già appassite, e dagli altri fiori vizzi, posati come tante reliquie sul coperchio del cofano, si deve concludere che sono passati dei giorni ormai.
Ma il corpo di Maria è quale era appena spirata. Nessun segno di morte è sul suo volto, sulle piccole mani. Nessun odore sgradevole è nella stanza. Anzi aleggia in essa un profumo indefinibile che sa d'incenso, di gigli, di rose, di mughetti e di erbe montane, insieme mescolati.
Giovanni, che chissà mai da quanti giorni veglia, si è addor­mentato, vinto dalla stanchezza, stando seduto sullo sgabello, con le spalle appoggiate al muro, presso la porta aperta che dà sulla terrazza.
La luce della lanterna, posata al suolo, lo illumina da sotto in su e permette di vedere il suo volto stanco, pallidissimo, meno che intorno agli occhi arrossati dal piangere.
L'alba deve essere ormai incominciata, perché il suo debole chiarore rende visibili all'occhio la terrazza e gli ulivi che circondano la casa, chiarore che si fa sempre più forte e che, penetrando dalla porta, fa più distinti anche gli oggetti della camera, quelli che, per essere lontani dalla lucernetta, prima si intravvedevano appena.
Ad un tratto una gran luce empie la stanza, una luce argentea, sfumata d'azzurro, quasi fosforica, e sempre più cresce, annullando quella dell'alba e quella della lucerna. Una luce uguale a quella che innondò la grotta di Betlemme al momento della Natività divina.
 Poi, in questa luce paradisiaca, si palesano delle creature angeliche, luce ancor più splendida nella luce già tanto potente apparsa per prima. Come già avvenne quando gli angeli apparvero ai pastori, una danza di scintille d'ogni colore si sprigiona dalle loro ali dolcemente mosse, dalle quali viene come un mormorio armonico, arpeggiato, dolcissimo. Le creature angeliche si dispongono a corona intorno al lettuccio, si curvano su di esso, sollevano il corpo immobile e, con un più forte agitar d'ali, che aumenta il suono già esistente prima, per un varco apertosi prodigiosamente nel tetto, come pro­digiosamente s'aprì il Sepolcro di Gesù, se ne vanno, portando seco loro il corpo della loro Regina, santissimo, è vero, ma non ancora glorificato e perciò ancora soggetto alle leggi della materia, soggezione a cui non era più soggetto il Cristo perché già glorificato quando risorse da morte.
Il suono dato dalle ali angeliche aumenta, ed è ora potente come un suono d'organo. Giovanni, che s'era già, pur rimanendo addormentato, smosso due o tre volte sul suo sgabello, come fosse disturbato dalla gran luce e dal suono delle ali angeliche, si desta totalmente per quel suono potente e per una forte corrente d'aria che, scendendo dal tetto scoperchiato ed uscendo dalla porta aperta, forma come un gorgo che agita le coperture del letto ormai vuoto e le vesti di Giovanni, spegnendo la lucerna e chiudendo con un forte picchio la porta aperta.
L'apostolo si guarda intorno, ancor mezzo assonnato, per rendersi conto di ciò che avviene. Si accorge che il letto è vuoto e che il tetto è scoperto. Intuisce che un prodigio è avvenuto. Corre fuori sulla terrazza e, come per un istinto spirituale o per un richiamo celeste, alza il capo, facendosi solecchio con la mano per guardare senza avere l'ostacolo del nascente sole negli occhi. E vede. Vede il corpo di Maria, ancor privo di vita ed in tutto uguale a quello di persona dormente, che sale sempre più in alto, sostenuto dallo stuolo angelico. Come per un ultimo saluto, un lembo del manto e del velo si agitano, forse per azione del vento suscitato dalla rapida assunzione e dal moto delle ali angeliche, e dei fiori, quelli che Giovanni aveva disposti e rinnovati intorno al corpo di Maria, e certo rimasti tra le pieghe delle vesti, piovono sulla terrazza e sulla terra del Getsemani, mentre l'osanna potente dello stuolo angelico si fa sempre più lontano e quindi più lieve.
Giovanni continua a fissare quel corpo che sale verso il Cielo e, certo per un prodigio concessogli da Dio, per consolarlo e per premiarlo del suo amore alla Madre adottiva, egli vede, distintamente, che Maria, avvolta ora dai raggi del sole che è sorto, esce dall'estasi che le ha separata l'anima dal corpo, torna viva, sorge in piedi, perché
ora Lei pure fruisce dei doni propri ai corpi già glorificati.

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Giovanni guarda, guarda. Il miracolo che Dio gli concede gli dà potere, contro ogni legge naturale, di vedere Maria quale è ora mentre sale ratta verso il Cielo, circondata, ma non più aiutata a salire, dagli angeli osannanti. E Giovanni è rapito da quella visione di bellezza che nessuna penna d'uomo, né parola umana, né opera di artista potrà mai descrivere o riprodurre, perché è di una bellezza indescrivibile.
Giovanni, stando sempre appoggiato al muretto della terrazza, continua a fissare quella splendida e splendente forma di Dio – perché realmente può dirsi così Maria, formata in modo unico da Dio, che la volle immacolata, perché fosse forma al Verbo incarnato – che sale sempre più in alto. E un ultimo, supremo prodigio concede Iddio-Amore a questo suo perfetto amatore: quello di vedere l'incontro della Madre SS. col suo SS. Figlio che, Lui pure splendido e splendente, bello di una bellezza indescrivibile, scende ratto dal Cielo, raggiunge la Madre, se la stringe sul cuore, e insieme, più fulgenti di due astri maggiori, con Lei ritorna da dove è venuto.
Il vedere di Giovanni è finito. Egli abbassa il capo. Sul suo volto stanco sono presenti e il dolore per la perdita di Maria e il gaudio per la sua gloriosa sorte. Ma ormai il gaudio supera il dolore. Egli dice:
 «Grazie, mio Dio! Grazie! Io presentivo che questo sarebbe accaduto. E volevo vegliare, per non perdere nessun episodio della sua Assunzione. Ma erano ormai tre giorni che non dormivo! Il sonno, la stanchezza, congiunti alla pena, mi hanno abbattuto e vinto proprio quando era imminente l'Assunzione…
Ma forse Tu stesso l'hai voluto, o Dio, perché io non turbassi quel momento e non soffrissi troppo… Sì. Certo Tu lo hai voluto, come ora volesti che io vedessi ciò che senza un tuo miracolo non avrei potuto vedere.
Mi hai concesso di vederla ancora, benché già tanto lontana, già glorificata e glo­riosa, come mi fosse vicina. E rivedere Gesù! Oh! visione beatissima, insperata, insperabile! O dono dei doni di Gesù-Dio al suo Giovanni! Grazia suprema! Rivedere il mio Maestro e Signore! Vedere Lui presso la Madre! Lui simile a sole e Lei a luna, splendidissimi entrambi, e per esser gloriosi e per esser fe­lici d'esser riuniti in eterno!
Che sarà il Paradiso ora che Voi vi splendete, Voi, astri maggiori della Gerusalemme celeste? Quale il gaudio degli angelici cori e dei santi? È tale la gioia che m'ha dato il vedere la Madre col Figlio, cosa che annulla ogni sua pena, ogni loro pena, anzi, che anche la mia cessa, e in me subentra la pace.
Dei tre miracoli che avevo chiesti a Dio, due si sono compiuti. Ho visto tornare la vita in Maria, e la pace la sento tornare in me. Ogni mia angoscia cessa, perché vi ho visti riuniti nella gloria. Grazie di ciò, o Dio.
E grazie per avermi dato modo, anche per una creatura, santissima ma sempre umana, di vedere quale è la sorte dei santi, quale sarà dopo l'ultimo giudizio, e la risurrezione delle carni, e la loro rincongiunzione, la loro fusione con lo spirito, salito al Cielo all'ora della morte. Non avevo bisogno di vedere per credere. Perché io ho sempre creduto fermamente ad ogni parola del Maestro.
Ma molti dubiteranno che, dopo secoli e millenni, la carne, fatta polvere, possa tornare corpo vivente. A costoro io potrò dire, giurandolo sulle cose più eccelse, che non solo il Cristo tornò vivo, per suo proprio potere divino, ma che anche la Madre sua, tre dì dopo la morte, se morte può dirsi tal morte, riprese vita, e con la carne riunita all'anima prese la sua eterna dimo­ra in Cielo, al fianco del Figlio. Potrò dire:
"Credete, o cristiani tutti, nella risurrezione della carne, alla fine dei secoli, e alla vita eterna e dell'anima e dei corpi, vita beata per i santi, orrenda per i colpevoli impenitenti. Credete e vivete da santi, co­me da santi vissero Gesù e Maria, per avere la loro stessa sorte. Io ho visto i loro corpi salire al Cielo. Ve lo posso testimoniare. Vivete da giusti per potere un giorno essere nel nuovo mondo eterno, in anima e corpo, presso Gesù-Sole e presso Maria, Stella di tutte le stelle".
Grazie ancora, o Dio! Ed ora raccogliamo quanto resta di Lei."
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Cinquant’anni fa la Pacem in terris. L’edificio armonico dell’ordine sociale – e le sue crepe http://bibliotecaneval.altervista.org/cinquantanni-fa-la-pacem-in-terris-ledificio-armonico-dellordine-sociale-e-le-sue-crepe/ Tue, 06 Aug 2013 22:19:30 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=5792 06-08-2013 –  di Massimo Introvigne   Qual è il contributo specifico del breve pontificato del beato Giovanni XXIII (1881-1963), che sarà prossimamente canonizzato, alla dottrina sociale della Chiesa? Si può dire, anzitutto che Papa Roncalli ha avuto una viva coscienza della trascuratezza in cui molti, anche tra i cattolici impegnati nell’attività sociale e politica, avevano cominciato […]

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06-08-2013 – 

di Massimo Introvigne

 

Qual è il contributo specifico del breve pontificato del beato Giovanni XXIII (1881-1963), che sarà prossimamente canonizzato, alla dottrina sociale della Chiesa? Si può dire, anzitutto che Papa Roncalli ha avuto una viva coscienza della trascuratezza in cui molti, anche tra i cattolici impegnati nell’attività sociale e politica, avevano cominciato a tenere la dottrina sociale della Chiesa, pure esposta con grande ricchezza di dottrina nei documenti dei suoi predecessori. Di qui l’accorato richiamo a riprendere lo studio della dottrina sociale, farne oggetto di corsi nei seminari e nelle parrocchie, diffonderla con i mezzi propagandistici della stampa, della radio, della televisione. Gli esiti, purtroppo, non sono stati pari all’appello. Tutti i Papi successivi hanno continuato a dolersi dei dubbi, della sfiducia, della trascuratezza che molti cattolici manifestano nei confronti della dottrina sociale.

A servizio del progettato rilancio della dottrina sociale della Chiesa, il beato Giovanni XXIII mette soprattutto le due encicliche Mater et magistra e Pacem in terris, che per larga parte costituiscono un compendio schematico, ordinato in forma di tesi, degli insegnamenti di Leone XIII (1810-1903), di Pio XI (1857-1939) e del venerabile Pio XII (1876-1958). Le prime parti della Pacem in terris sono in buona parte costruite come collezione di citazioni, soprattutto di Leone XIII e del venerabile Pio XII, mentre lo stesso schema della Mater et magistra ripete lo schema della Quadragesimo anno di Pio XI. La disposizione schematica degli argomenti avrebbe dovuto favorire, nelle intenzioni del Pontefice, 1’uso didattico delle encicliche: ma storicamente questo non è avvenuto, o è avvenuto soltanto in minima parte.

All’interno della riproposizione in forma schematica dei principali temi della dottrina sociale, Giovanni XXIII ha anche cominciato a inserire alcune problematiche nuove, insistendo soprattutto –  oltre che sul degrado del mondo agricolo – sul tipo opportuno di aiuti da portare ai Paesi in via di sviluppo e sulla condanna della presunta soluzione del problema del sottosviluppo – legato, erroneamente, alla sovrappopolazione – attraverso la diffusione di metodi anticoncezionali contrari alla legge di Dio. Questi ultimi saranno poi fra i temi più caratteristici dell’insegnamento sociale del venerabile Paolo VI (1897-1978).

Infine, in un’epoca in cui i cattolici – non più maggioranza in un gran numero di Paesi – si trovano, sulla scena politica, a non poter governare che attraverso coalizioni, il beato Giovanni XXIII ha anche esposto le condizioni per la collaborazione con i non cattolici, insegnando che tale cooperazione non può avvenire se non per fini conformi al diritto naturale e alla dottrina sociale della Chiesa, non deve portare a compromessi con gli errori e dev’essere anche occasione per il riavvicinamento degli erranti alla verità.

Della Pacem in terris – di cui ricorre quest’anno il cinquantenario – molti ricordano solo il titolo, che troppe volte è diventato uno slogan pacifista banale. Come spesso accade, tanti che citano l'enciclica non l'hanno mai letta. Sia Benedetto XVI sia Papa Francesco hanno invitato i cattolici, in occasione del cinquantenario dell’importante documento, che è dell’11 aprile 1963, a riprenderlo in mano e a rileggerlo. Esaminiamone allora in modo dettagliato il contenuto. Sarà un esercizio più impegnativo della ripetizione di slogan, ma anche più fruttuoso. Scopriremo che il Magistero di quella grande enciclica non ha affatto al suo centro il pacifismo o un ottimismo ingenuo, ma la nozione dell'ordine sociale basato sul diritto naturale.

La pace, afferma il beato Giovanni XXIII, costituisce una delle principali preoccupazioni dei nostri contemporanei, e la Chiesa si unisce volentieri ai comuni auspici di pace. Ricorda, tuttavia, che la pace “può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio”. Mentre i progressi della scienza rivelano sempre di più il mirabile ordine dell’universo, il disordine con “stridente contrasto” “regna tra gli esseri umani e tra i popoli”. La Chiesa, sulla base delle leggi iscritte da Dio nella natura umana, ricorda il nesso strettissimo fra pace e ordine.

L’enciclica esamina quattro sfere dell’ordine sociale: fra i cittadini; fra i cittadini e l’autorità pubblica; fra le comunità politiche (tra loro); tra le comunità politiche, da una parte, e dall’altra la comunità mondiale nel suo complesso. Una quinta parte contiene una serie d’indicazioni e di raccomandazioni pastorali. Soprattutto le prime tre parti costituiscono, come accennato, un compendio schematico di tesi ricavate dal magistero di Leone XIII e Pio XII; a questi due Pontefici sono dedicate oltre cinquanta citazioni, spesso molto ampie. Nello schema trovano posto anche riproduzioni di testi e passaggi dell’altra enciclica sociale del beato Giovanni XXIII, Mater et magistra.

1. L’ordine nei rapporti fra i cittadini

La prima sfera che il beato Giovanni XXIII prende in esame nella sua trattazione dell’ordine sociale è quella dei rapporti tra i cittadini. Gli uomini riuniti in società sono anzitutto persone, e quindi soggetto di diritti e di doveri che “scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla stessa natura umana”, e sono pertanto ‘‘universali’, “inviolabili, inalienabili”.

II Pontefice propone un elenco dei diritti che derivano dalla dignità della persona umana, riuniti per gruppi:

– il diritto alla vita, da cui derivano il diritto all’integrità fisica, a un dignitoso tenore di vita, alla sicurezza in caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla propria volontà;

– il diritto al rispetto della propria persona, e quindi all’onore, alla buona reputazione, alla libertà nella ricerca del vero e nell’espressione culturale e artistica “entro i limiti consentiti dall’ordine morale e dal bene comune”; nonché il diritto “all’obiettività dell’informazione” e a “partecipare ai beni della cultura” in un sistema in cui si possa accedere ai gradi superiori dell’istruzione “sulla base del merito”;

– il “diritto di onorare Dio secondo il dettame della retta coscienza”, e quindi alla libertà di religione;

– il “diritto alla libertà nella scelta del proprio stato”, che comporta il diritto di perseguire la propria vocazione sacerdotale o religiosa e quello di creare una famiglia “fondata sul matrimonio contratto liberamente, unitario e indissolubile”, che dev’essere rispettata come “nucleo naturale ed essenziale della società” e cui dev’essere riconosciuto un “diritto di priorità” nell’educazione dei figli;

– il diritto al lavoro e alla libera iniziativa in campo economico, da cui deriva il diritto a condizioni di lavoro dignitose e, nel caso delle donne, rispettose delle loro particolari esigenze “di spose e di madri”; il diritto a una giusta retribuzione; il diritto di proprietà privata “sui beni anche produttivi”, di cui il beato Giovanni XXIII riafferma insieme il carattere naturale e la funzione sociale;

– il diritto di riunione e di associazione, e il diritto dei corpi intermedi a operare in libertà senza che le loro attività siano ridotte o impedite dallo Stato; il diritto alla libertà di movimento, che comporta il diritto di emigrazione e d’immigrazione;

– il “diritto di prendere parte attiva alla vita pubblica”, nei modi consentiti dalle varie forme di governo e di regime fra le quali la Chiesa non esprime preferenze; il diritto alla tutela giuridica efficace e imparziale dei propri diritti.

I diritti naturali della persona “sono indissolubilmente congiunti con altrettanti rispettivi doveri”. La scissione fra diritti e doveri costituisce uno dei principali errori relativi all’ordine sociale. Per esempio il diritto di ogni essere umano all’esistenza è connesso con il suo dovere di conservarsi in vita; il diritto a un dignitoso tenore di vita con il dovere di vivere dignitosamente; “il diritto alla libertà nella ricerca del vero è congiunto con il dovere di cercare la verità”; e così via.

I doveri naturali si riassumono nel dovere di rispettare i diritti altrui, e nel dovere di solidarietà che chiede a ognuno di portare il suo contributo all’ordine sociale. Il dovere di solidarietà non potrà essere percepito nella sua pienezza dai cittadini se questi non si renderanno conto che la convivenza “si fonda sulla verità” e non è soltanto un accidente materiale o storico, ma è “anzitutto un fatto spirituale”, quale “comunicazione di conoscenza nella luce del vero” e “permanente disposizione a effondere gli uni negli altri il meglio di se stessi”. In sintesi, “l’ordine fra gli esseri umani nella convivenza è di natura morale”, e “1’ordine morale – universale, assoluto e immutabile nei suoi principi – trova il suo oggettivo fondamento nel vero Dio”.

I rapporti fra i cittadini, nota il beato Giovanni XXIII, sono caratterizzati negli anni più recenti da una triplice ascesa economico-sociale: delle classi lavoratrici, delle donne, e dei popoli e delle etnie un tempo “dominate” che, con la fine dell’epoca coloniale, si costituiscono in comunità politiche indipendenti. I lavoratori manuali, le donne, i popoli di recente indipendenza reclamano “uguali diritti” nella vita economica e sociale nazionale e internazionale. Si tratta di un fenomeno che non manca di aspetti positivi. Ma è necessario che con la coscienza di nuovi diritti affiori anche la consapevolezza dei nuovi doveri. Solo un equilibrio tra la percezione dei diritti e quella dei doveri permette infatti di aprire 1’ordine sociale “sul mondo dei valori spirituali”, e quindi di organizzarlo sul suo vero fondamento, che è Dio.

2. L’ordine nei rapporti fra i cittadini e le autorità

La seconda sfera dell’ordine che il beato Giovanni XXIII considera è quella in cui i cittadini entrano in rapporto con l’autorità. Il Pontefice tiene anzitutto a ribadire, con un’ampia serie di riferimenti a Leone XIII, che 1’autorità non è una creazione o un’invenzione degli uomini ma “deriva da Dio”. Dio infatti ha creato gli uomini sociali, e non c’è società senza autorità.

L’autorità, del resto, “trae la virtù di obbligare dall’ordine morale: il quale si fonda in Dio”. L’autorità che si fonda soltanto sul timore delle pene “non muove efficacemente gli esseri umani all’attuazione del bene comune”. L’autorità che emana “leggi o autorizzazioni in contrasto con l’ordine, e quindi in contrasto con la volontà di Dio” non deve neppure essere ubbidita, e le sue norme “non hanno forza di obbligare la coscienza”. “In tal caso, anzi, l’autorità cessa di essere tale e degenera in sopruso”.

Citando l’enciclica Diuturnum di Leone XIII, il beato Giovanni XXIII ribadisce pure che “per il fatto che l’autorità deriva da Dio non ne segue che gli esseri umani non abbiano la libertà di scegliere le persone investite del compito di esercitarla”. La Chiesa non esprime preferenze fra i possibili regimi, e la dottrina secondo cui l’autorità deriva da Dio è conciliabile, come con altre forme di governo, anche con la “vera democrazia” descritta dal venerabile Pio XII.

II punto di riferimento specifico dell’ordine nel rapporto tra i cittadini e l’autorità è costituito dalla nozione di bene comune, “ragion d’essere dei poteri pubblici”, cui anche tutti gli esseri umani e tutti i corpi intermedi “sono tenuti a portare il loro specifico contributo”. L’enciclica mette in luce diversi elementi del bene comune: anzitutto, “le caratteristiche etniche che contraddistinguono i vari gruppi umani”, le tradizioni e la storia della nazione. Nei suoi aspetti “essenziali e più profondi” il bene comune dev’essere tuttavia determinato con riferimento alla stessa natura umana. Il bene di tutti i cittadini – a vantaggio dei quali il bene comune dev’essere equamente promosso, senza preferenze per particolari cittadini o gruppi – è il bene di persone umane che hanno sia “bisogni del corpo” sia “esigenze dello spirito”. Queste ultime sono oggi spesso ingiustamente trascurate, mentre “il bene comune va attuato in modo non solo da non porre ostacoli, ma da servire altresì al raggiungimento del fine ultraterreno ed eterno”. I “diritti e doveri della persona” costituiscono “l’indicazione di fondo” per determinare il bene comune. I pubblici poteri dovranno “tutelare e promuovere” i diritti e “rendere più facile” l’adempimento dei doveri. Le due esigenze di tutelare e di promuovere i diritti e i doveri devono essere “saggiamente contemperate” con “la più vigilante attenzione”. Può infatti accadere che “nell’intento di promuovere i diritti, si arrivi all’assurdo risultato di ridurre eccessivamente o renderne impossibile il genuino esercizio”, attraverso improprie ingerenze dello Stato nell’attività dei privati che, con il pretesto di garantire a tutti 1’esercizio della libertà, di fatto la restringono in modo intollerabile.

La dottrina sociale della Chiesa – l’enciclica lo ribadisce più volte – non esprime preferenze tra i vari possibili regimi politici. Del resto “non si può stabilire, una volta per sempre, qual è la struttura migliore secondo cui devono organizzarsi i poteri pubblici”. Le forme di governo “non possono non essere in relazione con le situazioni storiche delle rispettive comunità politiche: situazioni che variano nello spazio e mutano nel tempo”.

Il beato Giovanni XXIII segnala tuttavia i vantaggi della “divisione dei poteri in corrispondenza alle tre specifiche funzioni dell’autorità pubblica” – legislativa, esecutiva e giudiziaria –, avvertendo che tali vantaggi potranno però ottenersi solo se l’autorità sarà esercitata da persone “di grande equilibrio e di spiccata dirittura morale”. Ricorda anche che tutta la tradizione della dottrina sociale della Chiesa sottolinea 1’esigenza “che gli esseri umani prendano parte attiva alla vita pubblica”. Tale “diritto alla partecipazione” non è necessariamente legato all’opzione per una forma politica determinata, la democrazia, ma può esercitarsi in varie forme “necessariamente legate al grado di maturità umana raggiunto dalla comunità politica di cui sono membri e in cui operano”.

Esprimono spesso il principio del diritto alla partecipazione le “carte dei diritti” e le costituzioni che molte nazioni si sono date. In tali documenti – nota il Pontefice – si riscontrano spesso elementi positivi. Tuttavia, “non può essere accettata come vera la posizione dottrinale”, normalmente presente nelle dichiarazioni dei diritti, “di quanti erigono la volontà degli esseri umani, presi individualmente o comunque raggruppati, a fonte prima e unica donde scaturiscono diritti e doveri”. I diritti e i doveri, come l’autorità, non derivano dalla volontà o dalle decisioni degli uomini, ma dall’ordine morale e quindi da Dio.

3. L’ordine nei rapporti tra le diverse comunità politiche

Anche le comunità politiche sono soggetto di diritti e di doveri. “La stessa legge morale che regola i rapporti fra i singoli esseri umani regola pure i rapporti tra le rispettive comunità politiche”, che costituiscono la terza sfera dell’ordine sociale. I rapporti internazionali tra le comunità politiche devono essere regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà e nella libertà.

La verità implica anzitutto il riconoscimento della dignità di ogni persona umana e il rifiuto di “ogni traccia di razzismo”. Questo non esclude che “le comunità politiche possano differire tra loro nel grado di cultura e di civiltà”, e non implica l’accettazione di un relativismo culturale. Tuttavia, le nazioni più sviluppate non devono “fare valere ingiustamente la loro superiorità sulle altre”, ma piuttosto aiutarle nello sviluppo. È un atteggiamento richiesto anche dalle esigenze della pace, in quanto “i popoli, a ragione, sono sensibilissimi in materia di dignità e di onore”.

In secondo luogo, i rapporti fra le comunità politiche devono essere regolati secondo giustizia, nel riconoscimento dei rispettivi diritti – fra cui spiccano il diritto all’esistenza, allo sviluppo, alla buona reputazione e all’onore – e dei rispettivi doveri. Un particolare dovere di giustizia delle comunità politiche è l’equo trattamento delle minoranze e il rispetto “della loro lingua, della loro cultura, del loro costume”. “Un’azione diretta a comprimere e a soffocare il flusso vitale delle minoranze è grave violazione della giustizia; e tanto più lo è quando viene svolta per farle scomparire”. Dal canto loro i membri delle minoranze dovrebbero sforzarsi di non “accentuare 1’importanza degli elementi etnici”, e di “apprezzare gli aspetti positivi di una condizione che consente loro 1’arricchimento di se stessi con 1’assimilazione graduale e continuata di valori propri di tradizioni o civiltà differenti”. Le minoranze dovrebbero essere “un ponte” fra due civiltà piuttosto che una pericolosa “zona di attrito”.

I rapporti tra le comunità politiche devono essere impostati, in terzo luogo, nella solidarietà, favorendo gli scambi tra i rispettivi cittadini e collaborando per il bene comune dell’intera famiglia umana. L’urgenza di un ordine internazionale fondato sulla solidarietà è messa in luce dal fatto che “vi sono sulla terra Paesi che abbondano di terreni coltivabili e scarseggiano di uomini; in altri Paesi invece non vi è proporzione tra le ricchezze naturali e i capitali a disposizione”.

Il beato Giovanni XXIII raccomanda che “ogni qualvolta è possibile” sia “il capitale a cercare il lavoro” con investimenti e insediamenti produttivi nei paesi dove abbonda la manodopera “e non viceversa”, in modo da ridurre il fenomeno dell’emigrazione.

A proposito dei rapporti fra ordine internazionale e principio di solidarietà, l’enciclica affronta ancora due problemi specifici. Richiama anzitutto l’attenzione sul dramma dei profughi politici, fuggiti da Paesi “che non assicurano alle singole persone una sufficiente sfera di libertà, entro cui al loro spirito sia consentito respirare con ritmo umano”. Tutti i profughi debbono essere rispettati, accolti e tutelati nella loro dignità di persone. In secondo luogo, il beato Giovanni XXIII denuncia l’enorme spreco di risorse costituito dalla corsa agli armamenti, e raccomanda opportune iniziative per il disarmo, che tuttavia non potranno essere efficaci e realistiche che se il disarmo sarà “simultaneo e reciproco” e se non coinvolgerà, insieme agli aspetti tecnici, anche elementi dottrinali e morali con il riconoscimento di un ordine morale internazionale da tutti condiviso. Come si vede, Papa Roncalli era ben consapevole delle trappole di un disarmo non simultaneo e non reciproco, che a quei tempi l’Unione Sovietica e i suoi compagni di strada – qualche volta mascherati da “non allineati”, e con il contributo di un certo pacifismo cristiano ingenuo – proponevano spesso all’Occidente. Paradossalmente, la Pacem in terris è spesso invece presentata – da chi ne legge solo il titolo – come approvazione e incoraggiamento a quel pacifismo.

Accanto alla verità, alla giustizia, alla solidarietà, i rapporti tra le comunità politiche esigono – secondo l’enciclica – anche la libertà. Nessuna comunità politica “ha il diritto di esercitare un’azione oppressiva sulle altre o di indebita ingerenza”. Gli aiuti ai Paesi meno sviluppati, raccomandati dalla Mater et magistra, possono violare questo principio di libertà quando non rispettano “i valori morali e le peculiarità etniche proprie delle comunità in fase di sviluppo economico” o agiscono con “propositi di predominio politico”. È un tema che non ha perso di attualità e che sarà sviluppato da Benedetto XVI nella Caritas in veritate e nei discorsi tenuti nei due viaggi in Africa. Il beato Giovanni XXIII ribadisce pure che gli aiuti più appropriati ai Paesi in via di sviluppo sono quelli che consentono agli abitanti di tali paesi di divenire essi stessi “i principali artefici nell’attuazione del loro sviluppo economico e del loro progresso sociale”, al di là di ogni assistenzialismo.

4. L’ordine nei rapporti fra le comunità politiche e la Comunità mondiale

II timore della “forza terribilmente distruttiva delle armi moderne”, l’accentuata circolazione “delle idee, degli uomini, delle cose”, l’interdipendenza tra le economie nazionali hanno indotto la consapevolezza che “nessuna comunità politica oggi è in grado di perseguire i suoi interessi e di svilupparsi chiudendosi in se stessa”, ma deve stabilire rapporti con la comunità mondiale nel suo complesso. L’unità del genere umano postula da sempre 1’esistenza di un bene comune universale, anch’esso fondato sulla tutela dei diritti e dei doveri della persona umana in tutto il mondo. La nuova situazione socio-economica mette in risalto come sia impossibile che il bene comune universale sia perseguito da una semplice collaborazione fra le singole comunità nazionali attraverso i normali rapporti diplomatici, e fa nascere 1’esigenza di una “Comunità mondiale” che si doti di proprie istituzioni. Sorge cosi una nuova sfera dello ordine sociale, relativa ai rapporti fra le singole comunità politiche nazionali e le istituzioni della Comunità mondiale.

II criterio per tali rapporti, insegna il beato Giovanni XXIII, è stabilito sempre dal principio di sussidiarietà: “i poteri pubblici della Comunità mondiale non hanno lo scopo di limitare la sfera di azione dei poteri pubblici delle singole comunità politiche e tanto meno di sostituirsi ad essi”. La Comunità mondiale, con le sue istituzioni, dovrà intervenire soltanto nei casi e per gli scopi a cui l’azione delle singole comunità nazionali, o di alcune fra esse coordinate fra loro, sia manifestamente insufficiente.

L’enciclica ricorda come il venerabile Pio XII, in vari interventi, abbia tracciato i lineamenti di possibili istituzioni internazionali e mondiali conformi alla dottrina sociale della Chiesa, Negli stessi anni in cui Papa Pacelli interveniva sul tema, vari Paesi si sono uniti nell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che ha approvato una Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nel 1948. Il beato Giovanni XXIII considera il fenomeno un segno e una conferma della necessità ormai inderogabile di istituzioni al livello della Comunità mondiale. Nota però che sui documenti del1’ONU “sono state sollevate obiezioni e fondate riserve”, per cui si può ritenere che siano necessari sforzi ulteriori e modifiche perché le persone e i popoli trovino nelle Nazioni Unite una vera “tutela efficace”.

5 . Suggerimenti e indicazioni pastorali

La restaurazione dell’ordine morale nelle quattro sfere indicate dal Pontefice richiede anzitutto la partecipazione attiva alla vita pubblica da parte dei cattolici, “perché le istituzioni a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, siano tali da non creare ostacoli, ma piuttosto facilitare o rendere meno arduo alle persone il loro perfezionamento: tanto nell’ordine naturale che in quello soprannaturale”. Sarà necessario che i cattolici acquisiscano le necessarie capacità scientifiche, tecniche e professionali. Tali competenze sono tuttavia “necessarie ma non sufficienti”. Quella che davvero si richiede è “una sintesi di elementi scientifico-tecnico-professionali e di valori spirituali”.

Le istituzioni nazionali e internazionali denunciano una preoccupante “povertà di fermenti e di accenti cristiani”, anche quando “alla creazione di quelle istituzioni hanno contribuito e continuano a contribuire molti che si ritenevano e si ritengono cristiani”. Quale la causa del fenomeno? Il beato Giovanni XXIII ritiene “che la spiegazione si trovi in una frattura nel loro animo fra la credenza religiosa e l’operare a contenuto temporale”. “È necessario quindi che in essi si ricomponga 1’unità interiore” fra fede e impegno temporale: senza dimenticare che la grave frattura denunciata è anche “il risultato di un difetto di solida formazione cristiana”. I laici cattolici, anche coloro che occupano posizioni di responsabilità nella vita pubblica, hanno spesso soltanto una “istruzione religiosa di grado elementare”, particolarmente carente per quanto riguarda la dottrina sociale della Chiesa. A distanza di cinquant’anni, le cose non sembrano cambiate.

La descrizione dell’ordine sociale nazionale e internazionale delineata dal beato Giovanni XXIII tiene conto certamente dalla Rivelazione, ma si fonda principalmente su elementi di diritto naturale. Nell’attuazione dell’ordine i cattolici potranno quindi collaborare, sulla base appunto del diritto naturale, con i “cristiani separati dalla Sede Apostolica” e talora anche “con esseri umani non illuminati dalla fede in Gesù Cristo, nei quali però è presente la luce della ragione ed è pure presente e operante l’onestà naturale”. Il beato Giovanni XXIII ricorda l’imperativo di “non venire mai a compromessi” con l’errore. Enuncia però la distinzione tra l’errore e l’errante e fra le dottrine filosofiche e i movimenti che le rappresentano. La distinzione fra errore ed errante è citata oggi con grandissima frequenza, spesso del tutto avulsa dal complessivo contesto della Pacem in terris: e non sempre a proposito. Talora la distinzione è totalmente fraintesa, e ridotta al semplice richiamo a presunte esigenze di carità che dovrebbero attenuare se non eliminare, per amore verso l’errante, la stessa polemica nei confronti dell’errore. Nel contesto dell’enciclica la distinzione muove invece dalla chiara premessa secondo cui, come accennato, si deve “non venire mai a compromessi riguardo alla religione e alla morale”. La collaborazione con gli “erranti” deve avvenire, precisa ancora il beato Giovanni XXIII, a condizione che essi – pure vittima di errori sulla religione – condividano almeno principi e fini “del diritto naturale”, ciò che ovviamente non si verifica per molti seguaci di ideologie moderne. Deve avvenire per i fini indicati dalla “dottrina sociale della Chiesa”, e inoltre secondo le prudenti “direttive dell’autorità ecclesiastica”. Infine, se Papa Roncalli richiama particolarmente l’attenzione sull’“errante”, è anche per sottolineare come la collaborazione per specifici fini di diritto naturale con “quanti non credono, o credono in modo non adeguato perché aderiscono ad errori”, dev’essere occasione di apostolato in modo che gli “erranti” possano finalmente “scoprire la verità e renderle omaggio”.

Il beato Giovanni XXIII dedica anche un accenno a coloro che “trovandosi di fronte a situazioni nelle quali le esigenze della giustizia non sono soddisfatte”, presi dal desiderio di novità, vogliono far ricorso a qualcosa che può ‘‘rassomigliare alla rivoluzione”. Il Pontefice, li invita a non dimenticare “che la gradualità è la legge della vita in tutte le sue espressioni; per cui anche nelle istituzioni umane non si riesce a innovare verso il meglio che agendo dal di dentro di esse gradualmente”. E ricorda l’espressione del venerabile Pio XII secondo cui “non nella rivoluzione ma in una evoluzione concordata sta la salvezza e la giustizia”.

Volgendo infine lo sguardo al “compito immenso” della restaurazione dell’ordine sociale nelle sue varie sfere, il beato Giovanni XXIII non si fa illusioni, e riconosce che “coloro che prestano la loro opera alla ricomposizione dei rapporti della vita sociale secondo i criteri sopra accennati non sono molti”. Molti parlano di pace: “ma la pace rimane solo suono di parole, se non è fondata su quell’ordine che il presente documento ha tracciato”. Il Pontefice si augura che il numero di coloro che si impegnano per la restaurazione dell’ordine sociale “aumenti, soprattutto fra i credenti”. Questo potrà avvenire solo con il necessario aiuto della Grazia e con un rinnovato impegno di preghiera, perché ogni laico tanto più è impegnato a tradurre la propria fede in attività sociale e politica “quanto più, nell’intimità di se stesso, vive in comunione con Dio”.

 


QUI SOTTO IL LINK PER AVERE TUTTO IL TESTO DELL'ENCICLICA "PACEM IN TERRIS"

http://www.vatican.va/holy_father/john_xxiii/encyclicals/documents/hf_j-xxiii_enc_11041963_pacem_it.html

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«Nessun riconoscimento legale alle unioni gay» http://bibliotecaneval.altervista.org/nessun-riconoscimento-legale-alle-unioni-gay/ Thu, 11 Jul 2013 22:23:52 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=5307  12-07-2013 di Massimo Martinucci       Dieci anni fa la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato«Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali», un documento che reca la data formale del 3 giugno ma è stato pubblicato il 31 luglio 2003 a firma del Prefetto Card. Joseph Ratzinger […]

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 12-07-2013

di Massimo Martinucci

 

Il Documento del 2003

 

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Dieci anni fa la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato«Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali», un documento che reca la data formale del 3 giugno ma è stato pubblicato il 31 luglio 2003 a firma del Prefetto Card. Joseph Ratzinger e del Segretario Mons. Angelo Amato. Controfirmato dal Beato Giovanni Paolo II, è a tutti gli effetti un atto di Magistero pontificio. Pur non contenendo novità dottrinali, esso richiama i punti essenziali del problema che oggi sta emergendo con drammatica attualità, fornisce ai vescovi alcune argomentazioni di carattere razionale e illumina gli uomini politici cattolici, ai quali indica le linee di condotta in proposito, coerenti con la coscienza cristiana. È dunque quanto mai opportuno ricordare il suo decimo anniversario.

Le argomentazioni sono proposte non soltanto ai credenti, ma a tutti coloro che sono impegnati nella promozione e nella difesa del bene comune della società: «l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla complementarità dei sessi ripropone una verità evidenziata dalla retta ragione e riconosciuta come tale da tutte le grandi culture del mondo. […] Nessuna ideologia può cancellare dallo spirito umano la certezza secondo la quale esiste matrimonio soltanto tra due persone di sesso diverso, che per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, tendono alla comunione delle loro persone. In tal modo si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione e alla educazione di nuove vite».

Il documento evidenzia tre dati fondamentali della verità naturale sul matrimonio, confermata dalla Rivelazione: innanzitutto il fatto che «l’uomo e la donna sono uguali in quanto persone e complementari in quanto maschio e femmina. La sessualità da un lato fa parte della sfera biologica e, dall’altro, viene elevata nella creatura umana ad un nuovo livello, quello personale, dove corpo e spirito si uniscono».

In secondo luogo «è istituito dal Creatore come forma di vita in cui si realizza quella comunione di persone che impegna l’esercizio della facoltà sessuale». E «infine, Dio ha voluto donare all’unione dell’uomo e della donna una partecipazione speciale alla sua opera creatrice. Perciò Egli ha benedetto l’uomo e la donna con le parole: "Siate fecondi e moltiplicatevi" (Gn. 1, 28). Nel disegno del Creatore complementarità dei sessi e fecondità appartengono quindi alla natura stessa dell’istituzione del matrimonio. Inoltre, l’unione matrimoniale tra l’uomo e la donna è stata elevata da Cristo alla dignità di sacramento».

Se questo è il matrimonio, «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. Il matrimonio è santo, mentre le relazioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale. Gli atti omosessuali, infatti, "precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun modo possono essere approvati"».

Il documento, ribadendo quanto la Chiesa ha sempre insegnato, distingue tra l’inclinazione omosessuale — e qui riafferma la grande carità che deve sempre essere messa in atto nei confronti delle persone —, inclinazione oggettivamente disordinata ma che di suo non costituisce peccato, e le pratiche omosessuali, che invece sono peccati gravemente contrari alla castità. È poi necessario distinguere accuratamente tra il comportamento privato e la sua eventuale legittimazione pubblica, contraria alla ragione e nociva al bene comune. Questa legittimazione «finirebbe per comportare modificazioni dell’intera organizzazione sociale che risulterebbero contrarie al bene comune». Le leggi infatti «svolgono un ruolo molto importante e talvolta determinante nel promuovere una mentalità e un costume», per cui «in presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell’equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest’ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all’applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza».

Una prima conclusione è quindi che «le legislazioni favorevoli alle unioni omosessuali sono contrarie alla retta ragione perché conferiscono garanzie giuridiche, analoghe a quelle dell’istituzione matrimoniale, all’unione tra due persone dello stesso sesso».

Ma vi sono anche altri motivi di ordine biologico e antropologico, in quanto le unioni omosessuali non sono in condizione di assicurare adeguatamente la procreazione e la sopravvivenza della specie umana, in esse è del tutto assente la dimensione coniugale che rappresenta la forma umana ed ordinata delle relazioni sessuali, e inoltre creano ostacoli allo sviluppo normale dei bambini eventualmente inseriti all’interno di queste unioni. «Inserire dei bambini nelle unioni omosessuali per mezzo dell’adozione significa di fatto fare violenza a questi bambini, nel senso che ci si approfitta del loro stato di debolezza per introdurli in ambienti che non favoriscono il loro pieno sviluppo umano. Certamente una tale pratica sarebbe gravemente immorale e si porrebbe in aperta contraddizione con il principio, riconosciuto anche dalla Convenzione internazionale dell’ONU sui diritti dei bambini, secondo il quale l’interesse superiore da tutelare in ogni caso è quello del bambino, la parte più debole e indifesa».

Ci sono poi argomentazioni di ordine sociale: il riconoscimento legale delle unioni omosessuali porterebbe alla ridefinizione del matrimonio, che perderebbe l’essenziale riferimento ai fattori collegati alla eterosessualità, come ad esempio il compito procreativo ed educativo. «Mettendo l’unione omosessuale su un piano giuridico analogo a quello del matrimonio o della famiglia, lo Stato agisce arbitrariamente ed entra in contraddizione con i propri doveri».

Dal punto di vista giuridico infine occorre osservare che, mentre le famiglie propriamente dette sono le cellule del tessuto sociale e il loro semplice esistere ridonda a favore della società, le unioni omosessuali «non esigono una specifica attenzione da parte dell’ordinamento giuridico, perché non rivestono il suddetto ruolo per il bene comune».

Il riconoscimento legale delle unioni omosessuali non è affatto necessario per la tutela dei diritti comuni che essi hanno in quanto persone e in quanto cittadini. «In realtà, essi possono sempre ricorrere — come tutti i cittadini e a partire dalla loro autonomia privata — al diritto comune per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse. Costituisce invece una grave ingiustizia sacrificare il bene comune e il retto diritto di famiglia allo scopo di ottenere dei beni che possono e debbono essere garantiti per vie non nocive per la generalità del corpo sociale».

Il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede si conclude con un forte appello ai politici cattolici, ai quali vengono date delle precise indicazioni. Ognuno di essi innanzitutto ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge che sia favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali oppure, nel caso esistesse già una tale legge nel proprio Paese, deve opporsi in tutti i modi possibili rendendo «chiara e a tutti nota» la sua «personale assoluta opposizione».

In conclusione – insegna il documento di cui ricorre il decennale –, «la Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l’unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali, o peggio ancora equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società».

 

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I sette vizi capitali: colpa e pena http://bibliotecaneval.altervista.org/i-sette-vizi-capitali-colpa-e-pena/ Fri, 14 Jun 2013 19:09:32 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=4945 I SETTE VIZI CAPITALI : COLPA E PENA   ACCIDIA L'accidia è il più intellettuale dei peccati. È il rifiuto della vita, dei suoi pericoli e dei suoi dolori. E poiché non è naturale dire di no alla vita, solo l'intelligenza può portare a una simile distorsione e mantenerla in essere. Ma ciò significa, dire […]

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I SETTE VIZI CAPITALI : COLPA E PENA
 
ACCIDIA
L'accidia è il più intellettuale dei peccati. È il rifiuto della vita, dei suoi pericoli e dei suoi dolori. E poiché non è naturale dire di no alla vita, solo l'intelligenza può portare a una simile distorsione e mantenerla in essere. Ma ciò significa, dire di no alla bellezza e alla gioia della vita, e condannarsi a un polveroso, gialliccio e stantio destino di romitaggio, tanto più odiato e insopportabile, quanto più necessario e irrinunciabile.
 
AVARIZIA
L'avarizia è il più devastante dei peccati. Il possedere non ammette di dividere con altro l'anima degli uomini, il possedere è tiranno potente. Il volto vero dell'avarizia è il potere: chi ha può. E chi più ha, più può. E non è naturale che la vita tenda sempre al di più? e dunque dov'è la colpa nel possedere in misura sempre maggiore? La colpa del possedere è l'essere posseduti. Chi brama di possedere, viene posseduto senza speranza. Alla fine, l'essere posseduti trionfa e il nostro possedere si sgretola. La colpa non è il possedere, ma l'abietto mercimonio che si fa di sè stessi, in cambio del potere. E la pena del possedere è il perdere. Se stessi prima di tutto.
 
GOLA
È il più ignobile dei peccati, e accompagna quelle anime che si ritengono sazie di ciò che sono, tanto da sacrificare alla propria sazietà ciò di cui avrebbero così profondamente bisogno. La gola non coincide con il peso: non sempre chi mangia più del dovuto è colpevole e non sempre chi mangia meno del dovuto è innocente. Colpevoli di questo peccato sono invece quei sazi che si stupiscono di aver ancora fame. La loro colpa è aver rifiutato il cibo più indispensabile quando fu loro offerto; la loro pena è implorare quel cibo quando non c'è più nessuno che gliene può dare.
 
IRA
L'ira è il più riconoscibile dei peccati. È un'esplosione incontenibile che viene scatenata quando per troppe volte o su cose troppo vitali ci viene detto di no. L'ira è una tempesta che si scatena alla superficie del nostro essere, accesa però da sommovimenti profondi di cui raramente siamo consapevoli. Quale sia esattamente la colpa dell'ira è difficile dire: a volte è fragilità, debolezza, troppa sensibilità o un sentore oscuro di una impotenza radicale, che ci divora dall'interno. A volte è disperazione, desolazione, frustrazione a cui lasciamo l'anima in pasto. E la pena dell'ira è il compimento di ciò che essa oscuramente brama.
 
LUSSURIA
La lussuria è il più enigmatico dei peccati. Il più enigmatico proprio perchè sembra così palese, chiaro e senza ombre. Questo peccato cela allo sguardo abissi sconvolgenti, sull'orlo dei quali poco volentieri un uomo desidera soffermarsi. Ed ecco, questo vizio, così implacabilmente attraente, offre nel suo calore avvolgente un'occasione per perdersi e rimandare di un poco ancora, il momento in cui i nostri occhi si poseranno su ciò che così potentemente ci terrorizza. 
La colpa non è cedere al calore avvolgente, ma illudersi che sia scudo a ciò che ci attende. E la pena è l'ingigantire di questa illusione.
 
INVIDIA
L'invidia è il più velenoso dei peccati. Si insinua nella legittima pretesa – e anche bisogno vitale – che ciascuno ha di valere qualcosa ai propri occhi. Come un parassita, si nutre di questa necessità vitale contaminandola con l' idea che il valere qualcosa significhi essere il primo. Con la conseguenza che chi non è primo non vale nulla; e con un'ulteriore conseguenza per cui chi primeggia ci fa male perché ci condanna a non esistere ai nostri occhi. Ecco la colpa: permettere al parassita di fiorire ai danni della pianta. Ed ecco la pena: l'inesorabilità del parassita che consuma lentamente ciò che lo sostiene, fino alla rovina di entrambi.
 
 
SUPERBIA
La superbia è il più radicale e universale dei peccati. Può fiorire ovunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi azione o passione. La colpa si innesta sul desiderio che ogni vivente ha di essere se stesso e di giungere al compimento di ciò che è senza esserlo ancora. E di giungervi con ciò che è e ciò che ha. Deviare da questo percorso anche minimamente diviene superbia: autonomia non significa bastare a se stessi e realizzare se stessi non significa essere soli nell'universo. La solitudine che basta a se stessa è quella solo di Dio, e peccare di superbia significa peccare di divinità. E la colpa è dover sostenere la parte di Dio senza essere Dio.
 

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Salita al Monte Carmelo di S. Giovanni della Croce http://bibliotecaneval.altervista.org/salita-al-monte-carmelo-di-s-giovanni-della-croce/ Fri, 14 Jun 2013 01:21:34 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=4941       Per la nostra edificazione vi allego lo stupendo libro di S. Giovanni della Croce. Buona lettura. San_Giovanni_della_Croce_-_Salita_al_Monte_Carmelo

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Per la nostra edificazione vi allego lo stupendo libro di S. Giovanni della Croce.

Buona lettura.

San_Giovanni_della_Croce_-_Salita_al_Monte_Carmelo

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Partito Omosessualista Clericale http://bibliotecaneval.altervista.org/partito-omosessualista-clericale/ Fri, 26 Apr 2013 17:04:21 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=4372  23-04-2013 di Riccardo Cascioli     Riconosciamo le unioni delle persone dello stesso sesso, ma non chiamiamole  matrimonio. L’ultimo a sostenere questa bizzarra posizione è stato l’arcivescovo Piero Marini, delegato pontificio per i Congressi Eucaristici, in una intervista rilasciata al quotidiano La Naciòn il 20 aprile a margine del Congresso Eucaristico in Costa Rica.  Rispondendo a una […]

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 23-04-2013

di Riccardo Cascioli

 

manifestazione gay

 

Riconosciamo le unioni delle persone dello stesso sesso, ma non chiamiamole  matrimonio. L’ultimo a sostenere questa bizzarra posizione è stato l’arcivescovo Piero Marini, delegato pontificio per i Congressi Eucaristici, in una intervista rilasciata al quotidiano La Naciòn il 20 aprile a margine del Congresso Eucaristico in Costa Rica. 

Rispondendo a una domanda sulla laicità dello Stato,  monsignor Marini – che è stato per molti anni cerimoniere di papa Giovanni Paolo II – ha detto testualmente: «E’ necessario riconoscere le unioni delle persone dello stesso sesso, perché ci sono molte coppie che soffrono perché non vedono riconosciuti i loro diritti civili; quello che non si può riconoscere è che questa coppia sia un matrimonio».

L’uscita di monsignor Marini è sconcertante, ma non è affatto sorprendente. Perché prima di Marini altri eminenti ecclesiastici si sono fatti portavoce di questa posizione, a dimostrazione che nella Chiesa sta prendendo piede una preoccupante cultura omosessualista. Il che non significa che chi sposa queste posizioni abbia necessariamente tendenze omosessuali, semplicemente manifesta una sudditanza al pensiero oggi dominante e cerca di trovare un compromesso tra questo e la dottrina della Chiesa.

Del resto si ricorderà che all’inizio di febbraio era stato monsignor Vincenzo Paglia a esporre la stessa teoria nella sua prima, infelice, uscita da presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. E’ davvero curioso – per non dire altro – che di fronte all’attacco globale contro la famiglia cui stiamo assistendo, che arriva da potentissime lobby internazionali, il presidente del Pontificio Consiglio si senta in dovere di esordire spezzando una lancia per il riconoscimento delle unioni gay. Unioni che notoriamente sono il cavallo di Troia per distruggere la famiglia fondata sul matrimonio. Pensare che quel Pontificio Consiglio per la Famiglia era stato voluto da Giovanni Paolo II proprio per fare fronte in quella che lui stesso aveva definito la battaglia decisiva del Terzo millennio; e aveva messo a dirigerlo il cardinale colombiano Alfonso Lopez Trujillo, sulla cui dedizione alla causa non ci potevano essere dubbi. 

Ma né l’uscita di monsignor Marini né tantomeno quella di monsignor Paglia sono casuali o estemporanee. Questa infatti è ormai diventata la posizione ufficiale della Chiesa italiana, e lo dimostral’editoriale pubblicato da Avvenire lo scorso 13 aprile a commento delle inaudite parole del presidente della Corte Costituzionale Franco Gallo, che invitava il Parlamento al riconoscimento delle unioni gay. Nell’occasione il professor Francesco D’Agostino, presidente dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani ed editorialista di punta del quotidiano della Conferenza Episcopale, cercava di minimizzare le parole di Gallo affermando che in effetti non aveva richiesto la parificazione delle unioni gay al matrimonio, ma semplicemente di garantire i diritti civili delle stesse. 

E D’Agostino aggiungeva che la cosa andava sicuramente bene a patto di riconoscere tutte le convivenze: «Esistono infatti molteplici forme di convivenza espressive di bisogni umani autentici,- affermava D’Agostino – a volte accompagnate anche da rilevanti interessi economici: in questo novero possono farsi rientrare le convivenze tra fratelli, tra genitori e figli, quelle comunitarie (ad esempio a ispirazione religiosa), quelle attivate da e tra studenti universitari negli anni (non brevi) necessari a conseguire una laurea, quelle tra lavoratori immigrati, eventualmente in attesa di un ricongiungimento familiare… tutte queste forme di convivenza hanno una loro legittimità proprio perché si basano su istanze sociali e non sulla pretesa di possedere una valenza para-coniugale». E poi concludeva: «Se il legislatore ritiene che alcune convivenze siano socialmente meritevoli di tutela patrimoniale (in specie per la possibilità che un convivente possa trovarsi senza sua colpa in una situazione di difficoltà economica) intervenga pure, anche con urgenza, ma lo faccia per tutti i conviventi e non solo per quei conviventi che danno rilievo sessuale alla loro unione».

E’ lo stesso concetto che sta dietro al disegno di legge sui “contratti di solidarietà” proposto da alcuni parlamentari cattolici, evidentemente fuorviati da qualche monsignore. Questo approccio, in realtà, fa acqua da tutte le parti.

Anzitutto, hanno mai visto D’Agostino e Paglia manifestazioni o petizioni di studenti, fratelli, lavoratori immigrati per vedersi riconosciuto il diritto non si sa bene a quale scambio patrimoniale? No, semplicemente perché per situazioni di questo genere ci sono già abbondanti strumenti di diritto privato, come del resto La Nuova BQ aveva già dettagliato a suo tempo. Casomai sono le famiglie, soprattutto quelle con figli, ad avere bisogno dell’intervento del legislatore. Curiosamente anche il professor D’Agostino ne era consapevole almeno fino al 13 marzo scorso. In quella data, infatti, intervistato dal sito Aleteia, a una domanda sulle tutele patrimoniali per le coppie gay rispondeva: «I membri di una coppia gay hanno già a disposizione diversi strumenti di tutela: possono nominarsi reciprocamente eredi testamentari, istituire polizze sulla vita a favore del partner, intestare contratti di affitto ad entrambi. Molte situazioni della vita quotidiana sono risolte dal diritto comune». Chissà perché nel giro di qualche settimana dice qualcosa di diverso. Comunque quello che vale per i gay vale per chiunque altro. 

Però ve li vedete due o tre studenti universitari intestarsi reciprocamente le polizze sulla vita o due immigrati in attesa di ricongiungimento familiare nominarsi eredi testamentari, cosa che peraltro potrebbero già fare adesso senza bisogno di una legge ad hoc? 

Allora a cosa dovrebbero servire i “contratti di solidarietà” o come altro li vogliamo chiamare? Cerchiamo di non essere ipocriti, i “contratti di solidarietà” servono semplicemente a mascherare il primo passo verso il pieno riconoscimento delle unioni gay. 

C’è poi un secondo punto su cui D’Agostino equivoca. Commentando le parole del presidente della Corte Costituzionale, egli infatti si appoggia all’articolo 2 della Costituzione che «parla genericamente di tutela di formazioni sociali nelle quali si svolga la personalità dell’uomo» per affermare che «tra queste è ben possibile far rientrare le convivenze». 

Spiacente, ma non era questa l’intenzione di chi ha scritto e discusso quell’articolo, e non soltanto perché allora le convivenze non andassero di moda. Il professor D’Agostino, ma anche monsignor Paglia e monsignor Marini farebbero bene ad andarsi a rileggere la relazione di Giorgio La Pira della I Sottocommissione della Costituente in cui spiega i “principii relativi ai rapporti civili”, tenendo presente che la formulazione dell’articolo 2 si deve proprio a La Pira. 

Ebbene, per chi ha scritto la Costituzione le “formazioni sociali” hanno anzitutto il loro fondamento nei diritti naturali della persona e sono tutti quei corpi intermedi che tutelano la persona dall’invadenza dello Stato: comunità familiare, di lavoro, religiosa, e così via. La preoccupazione evidente era allora quella di evitare un nuovo totalitarismo, per questo si blindavano le formazioni sociali a tutela della persona. Tutto il contrario di quello che si vuole fare oggi riconoscendo le unioni gay: distruggere la famiglia per costruire un rapporto individuo-Stato. Ed avviarsi così a una nuova forma di totalitarismo.
 
E’ la famiglia la prima formazione sociale che intende l’articolo 2 della Costituzione, e non si può riconoscere giuridicamente una qualsiasi convivenza senza elevarla – esplicitamente o implicitamente – al rango di comunità familiare. Smentendo così clamorosamente il punto di partenza da cui partono D’Agostino e co., ovvero che sia possibile riconoscere le convivenze senza intaccare il valore della famiglia fondata sul matrimonio.

Vale a dire: chi sta portando i cattolici su questa strada si sta assumendo una responsabilità gravissima.

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Maria, Madre di tutti i Popoli http://bibliotecaneval.altervista.org/maria-madre-di-tutti-i-popoli/ Thu, 11 Apr 2013 08:38:02 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=4222 Conferenza di P. Paul Maria Sigl sul tema: “Dio ci indica la via verso la vera pace per mezzo di Maria, la Madre di tutti i Popoli” Scarica l'opuscolo

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Conferenza di P. Paul Maria Sigl sul tema:

“Dio ci indica la via verso la vera pace per mezzo di Maria, la Madre di tutti i Popoli”

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Intervista con Melid (demonio impuro) http://bibliotecaneval.altervista.org/intervista-con-melid-il-demone-dellimpurita/ Sat, 23 Feb 2013 11:45:09 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=3526 a cura di GIovanna In questi tempi dove ormai sembra che non si sappia più distinguere il bene dal male, gli atti impuri e la sconcezza di certe mode, vi invito a leggere questa intervista, in forma ideale, fra Don Giuseppe Tomaselli (santo sacerdote esorcista, morto in concetto di santità) e un demonio impuro. INTERVISTA […]

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a cura di GIovanna

In questi tempi dove ormai sembra che non si sappia più distinguere il bene dal male, gli atti impuri e la sconcezza di certe mode, vi invito a leggere questa intervista, in forma ideale, fra Don Giuseppe Tomaselli (santo sacerdote esorcista, morto in concetto di santità) e un demonio impuro.

INTERVISTA CON MELID (DEMONIO IMPURO)

Don Giuseppe Tomaselli 

 

                                              

Sua Eminenza, il Cardinale CORRADO URSI, Arcivescovo di Napoli ha dato il suo giudizio sul presente libretto: E’ uno scritto che non contiene errori. E’ interessante. Si diffonda che farà tanto bene. Napoli, 24. 5. 84

 

INTRODUZIONE

Il Sommo Pontefice Paolo VI, in uno dei suoi illuminanti discorsi, il 15 novembre 1972, accennò al demonio ed al male che esso produce nel mondo. Contro il detto Papa ci fu una levata di scudi, certamente da parte di ignoranti e degli irreligiosi: ma ancora la Chiesa parla del demonio? Ancora si crede a certe dicerie dei secoli scorsi? Il demonio, come persona non esiste; è la semplice personificazione ideale del male in genere.

E’ in circolazione un libretto, dal titolo “Interviste col maligno”. Ho pensato che potrei scrivere anch’io un libretto sul delicato argomento, in quanto da cinquant’anni in qua (1934 – 1984) ho esercitato il compito di esorcista ed anzi ho avuto non poche volte l’occasione di vedere il demonio, in forma umana, di lottare direttamente con lui, anzi di essere stato preso più volte per il collo e maltrattato. Ho potuto studiarlo, come si vedrà in questo scritto, nelle varie manifestazioni. Inoltre sono stato e sono Direttore Spirituale di anime mistiche, le quali sogliono essere bersaglio diretto e terribile del demonio in persona e come Direttore di tali anime ho potuto constatare fatti, che sembrerebbero inimmaginabili, eppure io sono stato testimonio per decine e decine di volte. Per svolgere il tema ho dovuto impostare l’intervista in forma ideale, né potrebbe farsi diversamente; però quanto si verrà esponendo corrisponde ai detti ed ai fatti, di cui io sono stato testimonio oculare, auricolare e parte direttamente interessata.

                    

 

–         Melid, intratteniamoci in conversazione, per fare un’intervista.

–         So per studio e per esperienza che tu operi sempre per il male, poiché sei confermato nel male e non puoi volere altro che il male. Ma so anche che pur volendo sempre il male, indirettamente, contro tua voglia, per disposizione divina puoi cooperare al bene, così avviene che tante volte tenti al male e chi vince le tue tentazioni si arricchisce di meriti eterni.

–         Quest’intervista potrà operare molto bene, ed io prego Dio che ti costringa a rispondere ai quesiti che ti presento.

–         Ebbene, Pretaccio, cosa chiedi? Non dimenticare che tu parli con Melid! E dimmi: come sai che io mi chiamo Melid?

–         Me lo dicesti tu stesso al nostro primo incontro tanti anni or sono. Anzi allora eravate in due, tu ed il tuo aiutante Ofar. Allora ti chiesi: Come mai siete in due? Voi di solito andate in giro per il mondo o in uno o in tre o in sette e tu mi rispondesti indispettito: Cosa sai tu di questi numeri? – Prima di andare avanti con l’intervista, ti rivolgo una domanda in apparenza inutile, anzi piuttosto sciocca: Tu, Melid, in qualità di demonio, esisti o no?

–         Ignorante! E come potrei non esistere?

–         Bugiardo! Quando ti conviene, dici che esisti; in caso contrario fai dire sfacciatamente che non esisti. Quando in quella seduta spiritica i curiosi chiamano l’anima di un defunto e dicesti: Il demonio non esiste. Sono i Preti che v’insegnano queste corbellerie.

         Dimmi Melid, prima di essere demonio chi eri?

–         Ero un alto ufficiale della Corte Angelica, un Cherubino, ed ora sono un ufficiale di Satana.

–         Ma come ti sei deciso a lasciare il Paradiso ed a piombare nell’Inferno? Non sapevi che c’era preparato l’inferno, perché ti sei azzardato a ribellarti a Dio?

–         Lui, l’Altissimo, disse a me ed ai miei compagni che ci avrebbe messi alla prova, non ci disse che ci avrebbe punito con l’inferno, nel fuoco eterno; ed è fuoco, fuoco!

–         E quale fu la prova, alla quale foste messi tutti gli Angeli?

–         Accettare che il figlio dell’Altissimo avrebbe presa la natura umana e noi, di natura angelica, che è di gran lunga più nobile di quella umana, avremmo dovuto umiliarci davanti a Lui ed adorarlo.

       Lucifero, che splendeva come il sole nel firmamento, si ribellò – Se si farà uomo, disse, non lo servirò, sarò a lui superiore! – Apparve durante la prova la figura di un uomo.

–         La figura di quest’uomo era coronata di spine, o era in croce?

–         No; era la figura d’un semplice uomo. Grandi schiere di Angeli eravamo del parere di Lucifero. S’ingaggiò una lotta terribile tra Michele e Lucifero e tra fuoco e zolfo d’un colpo precipitammo nel pozzo infernale.

–         Bel guadagno facesti quel giorno, infelice angelo ribelle! Ora sei pentito del male fatto?

–         Pentito? Giammai! … Lui, l’Altissimo, non doveva umiliarsi così! Io odio e odierò per sempre il Cristo, perché per Lui mi trovo nell’inferno. Come è ingiusto questo Dio! Un solo peccato io ho fatto e sono condannato nel fuoco eterno; mentre voi con tanti peccati ed assai gravi avete quella Donna (…la Madonna…) L’avessimo avuta anche noi!…

–         Nell’inferno come siete organizzati?

–         Il Cristo vi diede qualche idea, quando gli fu rinfacciato che scacciava i demoni per l’appoggio di Belzebub, dicendo: Come può Satana andare contro Satana. Un regno diviso in se stesso va in rovina, mentre il regno di Satana perdura. Nell’inferno c’è il vero regno di Satana; Lucifero ne è il capo, il despota. Quelli che eravamo ufficiali di Corte Angelica, ora siamo ufficiali delle schiere infernali. Ero un cherubino ed oggi sono un alto ufficiale del regno di Satana, con il compito più lucroso ed interessante, che è quello di spingere all’impurità.

–         Voi demoni non avete bisogno di dormire, di procurarvi il pane quotidiano e non potete sentire il peso della stanchezza. Come svolgete la vostra attività?

–         Odiando Dio e rodendoci di rabbia e di gelosia contro le creature umane. Sfogando l’odio verso Dio, dovremmo sentire del piacere; invece tutto aumenta la nostra sofferenza.

–         Chiedo un’altra delucidazione. Voi demoni state sempre nel pozzo della fornace ardente o potete anche uscirne?

–         Per permissione dell’Altissimo, Lucifero può mandare demoni in giro per il mondo. Tu da Prete, sai che non si possono scrutare i disegni divini. I demoni che vagano per il mondo, continuano a soffrire, perché sono sempre sotto la mano punitrice di Dio. Però andando in giro per il mondo, possono avere dei sollievi.

–         Comprendo in qualche modo questa situazione, perché Gesù disse: Quando un demonio esce da un uomo, va in giro in cerca di riposo. E poi tu stesso, Melid, me lo facesti comprendere, quando durante un esorcismo mi chiedesti: Dimmi dove devo andare e me ne vado! – Và in alto mare nel corpo di qualche pesce. – Tu mi rispondesti: Io cerco uomini – E io soggiunsi: E perché non vuoi andare nel corpo del pesce? – Mi rispondesti: e perché non vai tu a riposare nel corpo delle bestie? –

Dunque, voi demoni che andate vagando per il mondo, pur soffrendo senza interruzione per il vostro stato di dannazione, potete avere degli alti e bassi di sofferenza. Voi demoni, quando andate in giro per il mondo, se Dio lo permette potete impossessarvi di un corpo umano; ne sono prova gli ossessi; nel Vangelo si parla spesso di questi infelici ossessi. Quando non potete impossessarvi degli uomini, v’impossessate delle bestie, come faceste a Gerasa, al tempo di Gesù, entrando nel corpo di quei maiali che pascolavano. Potete anche impossessarvi di certi luoghi, come potrebbe avvenire nelle stanze ove si fanno le sedute spiritiche, ed ivi potete produrre fenomeni strani e terrificanti, per cui si rende necessaria l’opera sacerdotale con particolari benedizioni.

–         Hai altro da chiedere?

–         Ancora sono all’inizio. Ti presento una mia constatazione, frutto di esperienza, che riguarda l’ossessione di uomini e di donne. Dato che nel corpo umano godi di un certo riposo, quando ti è permessa l’ossessione, tu fai il possibile per rimanere nel corpo umano e ricorri alle tue numerose astuzie; prima di tutto fai il possibile per non farti riconoscere come demonio, per non essere cacciato. Scegli corpi umani che abbiano qualche malessere, così la gente invece di badare all’ossessione bada alla malattia; nel corpo di certi ossessi ci può essere quindi la malattia e l’ossessione; per non farti cacciare, sovente dici: – Sono uno spirito buono e son venuto per aiutare tutta la famiglia Tu temi gli esorcismi e, quando sei scoperto, trai in inganno il Sacerdote esorcista sforzandoti di far comprendere l’inutilità degli scongiuri religiosi, cosicché il Sacerdote, non vedendo alcun frutto, lascia gli esorcismi. Anche con me talvolta hai usato questa tattica ed ho cercato di non cadere nella tua rete. Ricordi Melid, quell’uomo che da più di vent’anni tenevi nell’ossessione? Ebbene, ogni giorno facevo l’esorcismo; tu resistevi; cominciai a farlo due volte al giorno ed allora, irato, dicesti: – Basta! Non ne posso più! Preferisco ritornare nel pozzo infernale. Tra le insidie degli ossessi c’è anche questa: quando vieni scoperto sovente dici: – Sono l’anima della tale persona uccisa.

Ricordi, Melid, quando in un esorcismo domandai: – Chi sei? – Mi rispondesti: – Sono il maresciallo Bluetti di Palermo, ucciso sedici anni fa. Man mano che incalzavano le preghiere, ti rivelasti: – Si, sono il demonio! … E perché vuoi cacciarmi? Che male faccio a questa creatura?

Melid, vorrei sapere perché voi demoni preferite ritornare nell’inferno, anziché subire gli esorcismi?

–         Quando siamo nell’inferno la sofferenza è grande; durante l’esorcismo la sofferenza è grandissima. Nell’inferno siamo, per così dire, lontani da Dio; durante l’esorcismo siamo vicini alla Divinità ed aumenta la sofferenza, come quando c’è una fornace ardente; più ci si avvicina e più aumenta il calore.

–         Chi l’avrebbe mai detto che tra te, Melid, e me avrebbero dovuto attuarsi tanti rapporti, non di buona amicizia, ma di vicendevole lotte? E che lotte! Più volte mi chiedo, scherzando: Ma Melid come mai sente tanta attrattiva verso di me? Mi segue di notte e di giorno per tormentarmi nello spirito e nel corpo. Tu, o demonio sei tanto industrioso nel disturbarmi, però essendo angelo delle tenebre, preferisci molestarmi o apparirmi nelle ore notturne.

–         Pretaccio, ci vuole poco a comprendere il motivo della mia condotta nei tuoi riguardi. Io lavoro per strappare anime a Dio e tu lavori per rubarmi anime. Spendi la tua vita a scrivere e diffondere libretti religiosi popolati ed i lettori credono ciò che tu scrivi.

–         Ma se tu sei potente, allorché scrivo contro di te libri e ne ho scritti quattro direttamente contro di te, perché non mi paralizzi la mano?

–         Non posso. Quel tale (Dio) non lo permette.

–         Ricordati, Melid, cosa facesti un paio di mesi addietro? Stavo per levarmi da letto, erano le ore sei, venisti nella mia camera arrabbiato e mi afferrasti per il collo; avresti voluto strozzarmi. Io sentivo le tue manacce al collo e nelle altre parti del corpo. La lotta fu forte

–         Ma vincesti tu, perché il Cristo ti ha dato un’arma alla quale non posso resistere. E’ l’invocazione del Sangue di Cristo, invocazione, che tu ininterrottamente ripeti quando sono addosso a te. Quella mattina tu avevi pronti per la spedizione due mila libri e per questo motivo ti piombai addosso.

–         Mentre siamo nell’argomento delle tue manifestazioni dirette, chiariscimi qualche circostanza un poco oscura. La notte dl 24 maggio 1963, venisti nella mia camera. Eri sotto le sembianze di una donna, anzi un donnone. Ti sei gettato addosso a me. Io cercai di resistere, come al solito; in un dato momento mi rendesti del tutto immobile. Allora mi toccò subire il tuo assalto. Tu sai che quando noi due lottiamo, istintivamente ti do dei morsi alle mani e alle braccia, con le mie mani ti tocco, però quando ti do i morsi, coi denti non stringo nulla. Come mai che con le mie mani ti tocco, ovvero sento le tue membra che toccano me e con i denti non stringo nulla?

–         La spiegazione l’avesti quella stessa notte. Subito dopo l’assalto di quella donna, tu mi vedesti in forma umana presso il tuo letto. Allora facesti uno studio su di me. Ti fermasti ad osservare la mia carnagione, i nervi, le vene e l’ossatura. Vedevi il corpo umano, in pelle ed ossa. Ti venne l’istinto di toccarmi; appena la tua mano toccò la mia mano, sull’istante io scomparvi e tu rimanesti solo in camera. Noi demoni, sebbene ribelli, abbiamo conservata la nostra natura angelica, con l’intelligenza, che supera ogni intelligenza umana. Conosciamo tanti segreti di natura, per cui possiamo prendere qualunque forma sensibile e possiamo anche far vedere ciò che non esiste fisicamente o non far vedere ciò che esiste oppure far provare o no le varie sensazioni. Il corpo di quella donna che sentivi addosso ed il corpo umano che vedesti, non esistevano come tali, però agivano come se esistessero fisicamente.

–         Perché questo assalto avvenne in quella notte?

–         Per uno sfogo di rabbia contro di te, perché il giorno precedente eri stato ricevuto dal Papa in udienza privata ed avesti modo di fargli le tue confidenze, cosa che mi era dispiaciuta.

–         Mi pare che tanti assalti me li fai a proposito ed a sproposito. Ricordi, Melid, che anni or sono mi assalisti nel cuore della notte? Venisti nella mia stanzetta, al solito ti avventasti al collo, ma potesti fare poco, perché come tu vedesti, apparve una mano minacciosa sulla spalla del mio letto e tu, dopo pochi minuti dovesti lasciarmi e partire. Ed alla fine di luglio, 1983, quando ero a Fiuggi nella Pensione Santa Chiara, perché venisti a lanciare una bomba a mano nella mia stanza? Che colpo e che esplosione! Io dissi:  questa volta Melid avrà fracassato lavandino, specchi ed altro! – Invece tutto rimase intatto.

–         Volli disturbarti perché a Fiuggi con le tue quotidiane conferenze vespertine, mi strappasti delle anime, che avevo io e ritornarono a Cristo.

–         Melid, ci fu un lungo periodo in cui i tuoi assalti erano molto frequenti.

–         Certamente, perché allora scrivevi libri senza interruzione, stando nella quiete di una montagna. Ad ogni libro che scrivevi, aumentava la mia rabbia, allora ti assalivo anche in forma di ossessione.

–         A proposito, in quel tempo, ebbi la voglia di constatare come t’impossessavi di me. Gesù mi accontentò. Una sera,  mentre mi disponevo al riposo, trovandomi nella mia stanzetta, all’improvviso udii come l’appressarsi di un ciclone, preceduto da un sibilo acuto, all’altezza di un metro dal letto. Contemporaneamente fui in tuo possesso e mi trovai in un antro diffuso di penombra. Eravate in tre, con la faccia nera. Gli altri due si misero a sedere e guardavano la scena della lotta che si svolgeva tra noi due. La lotta fu forte e si protrasse per dieci minuti poiché appena mi lasciasti controllai l’orologio.

 Melid, quante seccature mi procuri e sotto quante forme ti manifesti a me, anche lungo le vie, come facesti; in questa mia città, proprio in piazza; nella nottata a Firenze, nel ricovero, sotto forma di guardia notturna. Vorrei sapere che vantaggio hai quando moltiplichi le seccature su di me. Se sto a letto, ecco uno squillo di campanello sotto le coperte, ovvero sotto forma di sparviero, batti le ali fortemente e ripetutamente sul guanciale, oppure ti corichi al mio fianco e mi fai sentire anche i tuoi respiri. Ed inoltre che gusto quando lungo il giorno mi regali dei pugni alle spalle, oppure come un ragno m’invadi la faccia e ricordo anche quando mi facesti sentire un grosso ago, che partendo dalla sommità del capo, mi traforò testa e faccia fin sotto il mento! In realtà non c’era nulla, ma mi facesti sentire il dolore di una vera trafittura. E che gusto hai quando mi fai sentire la tua vociaccia sguaiata?

–         Pretaccio, ci vuole così poco a comprendere! Siccome tu mi produci delle seccature con le varie forme di apostolato, io mi disobbligo con altrettante seccature. Piuttosto, non hai paura di me? Io sono Melid ed ho tanta possibilità di ridurti un cencio!

–         Veramente solo qualche volta ho avuto un po’ di tremarella alla tua presenza, ma subito mi scomparve, pensando che tu non sei libero e non puoi scostarti un palmo dalla volontà di Dio. Difatti quando mi hai minacciato, ti ho detto sempre: Non ho paura! Se Dio te lo permette, agisci pure; diversamente non puoi farmi nulla. Ricordi la minaccia fattami l’altra volta? 

– Pretaccio, vedrai ciò che ti farò questa notte!

La notte ti aspettavo e venisti, ma non potesti entrare nella mia stanza, battevi alla porta, ma non potevi entrare. 

Melid, entriamo in altro argomento. Tu sai come Gesù si sceglie delle anime direttamente e le mette nello stato mistico. Costoro sono il battaglione d’assalto contro voi demoni. Hanno le stimmate, la corona di spine, godono di tante visioni celesti. Soffrono però assai perché devono salvare moltissime anime. Voi demoni le conoscete una ad una queste anime privilegiate.

–         E si che le conosciamo, le seguiamo singolarmente notte e giorno, come conoscevamo e seguivamo Padre Pio. Se il lavorio di Cristo in tali anime è di cento gradi, il nostro lavorio diabolico è almeno di novanta gradi. Noi lottiamo direttamente le anime mistiche ed indirettamente lottiamo contro il Direttore Spirituale di ognuna di esse. Io so che tu sei stato da lunghi anni e lo sei ancora Direttore Spirituale di parecchie anime privilegiate. Questo tuo compito deve farti comprendere la rabbia che sento verso di te. Ed ora cosa vorresti sapere?

–         Soltanto qualche delucidazione. Non ti accenno la storia delle diverse anime mistiche; mi soffermo solo su di una di esse, che seguo e dirigo da circa trentacinque anni. Tu sai di chi intendo parlarti, di quella donna, martire della Vocazione Religiosa. Dall’infanzia Gesù si manifestava e la scelse quale vittima straordinaria. Gesù le ispirò il forte desiderio di divenire Suora, secondo la foggia dei vari Monasteri; ma per la tua malvagia opera non riusciva a professare e veniva cacciata senza pietà da tutte le Comunità. Tu, Melid, ricordi ciò che avvenne a Torino, nell’Istituto delle Suore di Sant’Anna, nei pressi del Rondò? Nel periodo in cui aveva indossato l’abito religioso, tu ogni sera, mentre la Comunità era a riposo, aprendo le porte chiuse ed il portone di ingresso, afferravi la giovane e con essa sulla motocicletta per qualche ora andavi in giro per la città. Gli abitanti del vicinato erano scandalizzati a vedere un giovanotto, che eri tu, andare in giro con una giovane, vestita con l’abito religioso. La storia si ripeteva ogni notte verso le ore undici. Fu informata la Superiora, che non voleva credere, finché un giorno davanti a molte persone presentò tutta la Comunità, dicendo: indicatemi tra le presenti la giovane che avete accusata. Tutti a dire: E’ quella! E’ Quella! L’indomani un telegramma informò i parenti della giovane, al quale fu cacciata. Ricordi ancora Melid, come quella giovane fu accettata in prova nella Comunità delle Suore a Castelfidardo? Anche lì facesti il resto. Un giorno, mentre le Suore erano nel Coro per l’ufficiatura, ti presentasti in forma umana e la Superiora ti poté vedere. All’improvviso togliesti l’abito alla giovane e la lasciasti nel Coro in mutandine. Tutte le Suore scapparono inorridite ed al più presto la giovane fu mandata a casa. Tu, Melid, t’incaponivi ed anch’io mi incaponivo nell’ardua impresa, in qualità di Direttore Spirituale. Cercai un Monastero di Clausura, informai di tutto l’Abbadessa, la quale si decise ad ammetterla in Comunità. Anche qui continuarono le vessazioni diaboliche, più forti e più frequenti che altrove. Io moltiplicavo le mie visite in questo Monastero. L’Abbadessa mi confidava tutto e sembrava coraggiosa, anche quando tu ti facevi vedere ad essa apertamente. La giovane era allenata ai tuoi malvagi colpi e gliene preparavi uno piuttosto strano. Era stata ammessa alla vestizione religiosa; alcuni giorni prima le tagliasti la chioma dei capelli, che al presente io tengo conservata come ricordo. Questo fatto mise in apprensione l’Abbadessa, perché durante la funzione era prescritto il taglio con le forbici di tre ciocche di capelli, cosicché al momento prescritto dovette fingere di tagliare i capelli che non c’erano. Dimmi Melid, che scopo avevi allorché tagliasti la chioma?

–         Un giorno la giovane aveva fatto un atto di vanità per la sua bella chioma castana e l’Altissimo mi permise quel taglio come riparazione all’atto di vanità.

–         Ma non ti fermasti qui; la notte la portavi in giro per la città. In conclusione la martire della Vocazione Religiosa fu cacciata dal Monastero. Fu mio dovere interessarmi al caso. Nella città di mia dimora conoscevo un ottimo Sacerdote, Parroco. Lo informai di tutto, lui prese a cuore il caso pietoso e l’affidai a lui, dicendogli; se capiteranno fatti strani, mi chiami al telefono e subito verrò, perché so il da fare. Non passò molto e una mattina il Parroco mi chiamò al telefono: venga subito qui. Eravamo in due sacerdoti  nella stanzetta della giovane, la quale era a letto, distesa sulla coltre, vestita e ben composta; il volto era sanguinante, con parecchie piaghe una alla fronte, un’altra al mento, due agli zigomi della faccia e le labbra bruciacchiate. Le mani erano legate strettissimamente ai polsi, tanto che erano divenute nere. Non era la prima volta che avveniva ciò e quindi non mi fece tanta impressione. Chiesi alla giovane, che nell’assieme era serena: cosa è capitato?

– Ieri sera, verso le undici ero in ginocchio presso il letto. Venne il demonio, mi afferrò come suole fare sempre e mi portò in giro. Questa mattina verso le ore cinque mi portò qui. Prima, toccandomi, mi bruciò la faccia poi mi legò le mani.

–         Reverendo, io dissi al parroco, non si preoccupi; siccome questi fatti si sono ripetuti tante volte, la signorina sa come medicarsi; però sappia che dopo una settimana il volto non avrà traccia di queste ferite e la carnagione ritornerà fresca come quella di una bambina. Lui stesso col coltellino tagliò il laccio che legava le mani. E meno male che questa volta è stata legata col lacci; tante volte è legata con catenelle d’acciaio ed allora sono pasticci per romperle. Sapesse quanti di questi lacci e catenelle d’acciaio io ho conservati nel mio ufficio! Chiesi alla signorina: quando è sola come si slega?

– Prego il mio Angelo custode, il quale tocca la catenella o il laccio e resto libera

– Di tanti lacci  e catenelle cosa ne fa?

– Li getto dalla finestra.

–         Meno male che io ne ho conservati parecchi di questi talismani. Ora Melid, ti chiedo: perché tratti così questa giovane?

–         Con la sua vita di vittima mi strappa tante anime ed io, non potendo fare altro, le tormento notte e giorno. So che vincerà il Cristo, ma almeno sfogo la mia rabbia.

–         Melid, hai dei potenti nemici e sono quelli che abitualmente sono nell’intima amicizia con Dio e che compiono un fruttuoso apostolato. Ma purtroppo hai tanti amici e spesso sono coloro che negano la tua esistenza. Non credono in te, ma seguono le tue direttive; negano l’inferno e vivono serenamente in peccato, intenti solo ad appagare le loro passioni. Hai anche un’altra categoria di amici e sono quelli che si mettono in tua relazione con le sedute spiritiche, specialmente i medium. Tu desideri che i medium ed il loro amici curiosi ti chiamino. Costoro credono di chiamare l’anima di qualche trapassato e d’ordinario non sanno che sei proprio tu a rispondere alle loro domande. Tu hai interesse di camuffarti, perché nelle sedute spiritiche intendi inculcare la reincarnazione,  fai credere che i defunti chiamati siano persone extraterrestri, vaganti per la purificazione ed andare dopo in Paradiso. Tu sai che accettando la reincarnazione, resta annullato l’inferno. Ricordi Melid, come un giorno io ti domandai: Melid, a nome di Dio, rispondi! Non è vero che la reincarnazione che tu inculchi è un trucco? – tu mi rispondesti:

– E se tu sai che è un trucco, perché mi domandi?  Anche quando semino la menzogna c’è chi mi crede.

–         Spiegami qualche cosa riguardo alle sedute spiritiche – Il medium chiama un trapassato ed i presenti credono che alle domande di curiosità risponda il dato defunto. Tante volte tu, Melid, ti comporti da mansueto, istruendo con menzogne i presenti. Talvolta ti dimostri irato. Perché? Difatti più di una persona mi hai riferito ciò che è avvenuto alla loro presenza. In questi giorni venne a trovarmi un giovanotto, che era sbalordito. Mi disse: sono stato a Vicenza. Con un gruppo di amici chiamammo l’anima di un tale: Il medium cominciò a sentirsi male e gettava bava dalla bocca. All’improvviso i quadri e ciò che stava sulle pareti della stanza cominciarono ad agitarsi. La scrivania, presso la quale stavano i giovanotti, si sollevò da terra a più di un metro di altezza ed andò ad attaccarsi a duna parete della stanza stando sospesa da sola: dopo si rovesciò sul pavimento. Io ed i miei compagni uscimmo spaventati. Eravamo quattordici ed ognuno aveva la motocicletta sulla via. Nessuna delle moto funzionava; erano tutte bloccate. Mi diceva quale giovanotto:

– io non vorrò trovarmi più in simili circostanze. Che spavento! In altre sedute spiritiche non era avvenuto nessun disordine. 

–         Dimmi Melid, perché avvenne quel putiferio?

–         Potresti comprendere il motivo. Quantunque chi assiste d’ordinario è poco religioso, o impuro, o da anni lontano dai Sacramenti, casualmente c’è chi tiene addosso qualche oggetto sacro o del Cristo o di quella Donna, mia nemica, ed allora faccio pagare ai presenti la loro invocazione con forti spaventi.

–         Melid, la nostra intervista non è completa, se non rispondi ad altre domande più interessanti delle precedenti – Rispondi: – tutti i demoni avete la stessa forza?

–         No; il Cristo ce l’insegnò, quando disse agli Apostoli incapaci a scacciare il demonio da un ossesso – Questo genere di demoni si vince con la preghiera e col digiuno. Il genere più forte è quello dell’impurità. Noi demoni impuri siamo i più potenti e ci è facile vincere nella lotta. Uno dei capi di questa categoria di demoni sono proprio io.

–         So che uomini e donne hanno il dono della libertà. Quindi se vogliamo, possiamo superare ogni vostro assalto.

–         In teoria è così, ma in pratica no. Noi abbiamo tanta intelligenza e conosciamo le tendenze umane. Sappiamo prendere ciascuna creatura per il proprio verso e con le nostre tentazioni impure ottenebriamo le intelligenze e pieghiamo le volontà, come  col fuoco si piega anche l’acciaio. La tattica più efficace è saper prendere donne e uomini con l’amo del cuore. Quando prendiamo per il cuore, il novanta per cento di volte cantiamo vittoria.

–         Io credo che voi demoni siate specializzati, come sono specializzati i soldati dell’esercito terreno: chi combatte in aria, chi in mare e chi sulla terra ferma. Quindi ci saranno tra voi demoni coloro che per un nonnulla spingono alla bestemmia, all’odio, al furto, all’ateismo, ecc. Però penso anche che tante specie di peccati se si fanno poche volte, si riesce facilmente a detestarli, mentre l’impurità, dopo poche cadute, non si suole detestare ed è raro il correggersi.

Melid, più volte ti ho chiesto negli esorcismi: qual è il peccato che manda più anime all’inferno? – Tu mi hai risposto: –  Non occorre che io te lo dica; tu lo sai.

–         Secondo me è l’impurità.

–         Vedi che lo sai! Tutti coloro che stanno nel pozzo infernale, vi si trovano per l’impurità. Hanno fatto anche altri peccati, ma si sono dannati sempre per questo peccato o anche con esso.

–         Cosa pensi tu di tutti quelli che vivono nell’immoralità?

–         Penso che sono già scritti nel registro dei dannati e che solamente una grande grazia potrebbe cancellarli.

–         Dunque sono scritti nel libro dei tuoi schiavi i divorziati e le divorziate.

–         L’Altissimo, davanti al quale tutto deve essere puro e senza macchia non accetterà nel suo regno dei Beati coloro che trascorrono la vita nel quotidiano peccato impuro. Sono stato io ed altri miei compagni a convincere i capi di Stato ad emettere la legge del divorzio, facendo comprendere che questa legge è un’esigenza del progresso dei popoli. I primi a pagare questa legge, che tu, Pretaccio, chiami iniqua e che io invece chiamo tesoro del mio regno, saranno i legislatori, responsabili dei peccati impuri dei divorziati e poi sono responsabili uomini e donne che hanno accettato la pessima legge.

–         Sventurati i divorziati, che per una breve vita di piacere passeggero, in eterno dovranno soffrire i tormenti che al presente tu stesso devi subire!

–         Io, Melid, faccio comprendere a costoro che le parole del Cristo sono da disprezzare e non faccio riflettere che con l’altissimo c’è poco da scherzare.

–         E delle numerose prostitute cosa sarà?

–         Le tengo strette al mio cuore, affinchè nessuna mi lasci. La catena più forte per loro è il piacere e la brama di denaro. L’inferno è ampio e c’è il posto preparato per ciascuna di loro.

–         A te, Melid, piacciono di più i peccati privati, solitari, che non hanno ripercussioni sugli altri, oppure i peccati che danno scandalo e spingono gli altri al male?

–         Certamente io preferisco gli scandalosi, perché con essi i peccati si moltiplicano. Il mondo è pieno di scandali e perciò io ed i miei compagni stiamo più vicini agli scandalosi, che sono i nostri migliori aiutanti.

–         Gesù Cristo dice: chi segue me, non cammina nelle tenebre… Il Cielo e la Terra passeranno, ma le mie parole, non passeranno; è impossibile che non avvengano scandali. Ma guai al mondo per gli scandali e guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! Sarebbe meglio se si legasse al collo dello scandaloso una macina da mulino e venisse gettato nel profondo del mare. – Io mi domando: se le parole di Gesù, Redentore e Giudice Supremo dell’umanità sono così terribili, come possono gli scandalosi vivere in tanta serenità? –

–         Intervengo io; faccio l’anestesia spirituale, invisibile ma reale. Come il medico, fatta l’anestesia, può tagliare ed anche mutilare un corpo umano, senza che l’ammalato senta dolore, così agisco io; non faccio riflettere sulla responsabilità degli atti umani davanti al Creatore e così resta annullato ogni rimorso; tutto è considerato lecito.

–         Venendo ai particolari, che sistema adoperi con le varie categorie di persone immorali?

–         Faccio travisare gli ordini del Creatore, il quale ha dato un corpo umano quale strumento di procreazione. Lavorando nella mente degli impuri, li persuado che la continenza corporale non è possibile. Dopo questa convinzione, sobillo le passioni secondo il sesso, l’età e le varie circostanze che la vita presenta.

–         Quali potrebbero essere tali circostanze?

–         La esagerata ed imprudente familiarità tra uomini e donne ed in generale gli spassi che sollecitano i latrati delle passioni.

–         Credo che il televisore sia uno dei mezzi più efficaci per il tuo lavoro diabolico. Usato in bene è fonte di bene; usato male, è torrente d’iniquità. Nelle tarde ore della notte sono trasmesse scene più immorali ed anche sconcertanti.

–         Io eccito la curiosità degli adulti, dei giovani ed dei ragazzi, saziando le loro brame immorali.

–         Poi se la vedranno con Dio, giusto Giudice, i fautori di tali perfide trasmissioni, i padroni del televisore e coloro che vi assistono. Prima la scuola dell’immoralità soleva essere fuori dell’ambiente familiare; oggi col televisore male usato si trova in casa. E che dire dei films cattivi? La massa degli spettatori si sazia d’impurità e voi, demoni impuri, tenete nelle vostre reti infernali queste masse di ambo i sessi, che non sempre si contentano degli sguardi e dei pensieri e giungono anche più in là.

–         Tutti costoro, come hai detto bene, stanno dentro la mia rete, ma inebriati al piacere impuro non vedono la mia rete. La vedranno in seguito, quando non avranno più rimedi nella fornace ardente eterna. Tu, Pretaccio, pensi che televisori e films siano i soli mezzi di cui mi servo per popolare l’inferno? Come il pastore gode a vedere un grande prato ricco di erbe fresche, così e più ancora godo io a vedere la massa femminile con la moda moderna, specialmente sulle spiagge. Con ansia noi demoni dell’impurità aspettiamo il periodo estivo per legare più uomini e donne alle nostre reti d’impurità.

–         Melid, Gesù l’ha detto espressamente; se un uomo guarda una donna con cattivo desiderio, ha già peccato con lei nel suo cuore – Infelici donne incoscienti! Sappiate che c’è l’impurità del corpo e quella del pensiero: chi può numerare i cattivi pensieri e desideri che suscita negli uomini dissoluti la vostra moda invereconda lungo le vie e specialmente nelle spiagge, ove stanno schiere di demoni impuri? Voi agite così sulle spiagge per lavare il corpo ed imbrattare le vostre anime e quelle di chi vi guarda maliziosamente! Volete evitare il calore della stagione coi vostri bagni a mare e non pensate che vi preparate il fuoco eterno! Voi al pensiero del fuoco eterno ci ridete su, ma non ci ridono le donne che vi hanno precedute con la morte e che al presente stanno pagando coi dannati!

–         Io sono molto intelligente e per riuscire nel mio compito nel mondo, suscito la debolezza della correzione nei genitori di tante giovani donne, i quali sono i primi responsabili della moda indecente delle figlie. Alle donne immodeste nel vestire faccio comprendere che non c’è nulla di male a portare l’abito indecente, in quanto ormai sono molte le donne che vestono così. Per la libertà nelle spiagge insinuo la voglia di essere guardate ed ammirate. Pretaccio, ti manifesto ciò che non sai. Nell’inferno ci sono attualmente le donne più belle del mondo, quelle che in vita si sono servite della loro bellezza fisica per sedurre gli uomini.

–         Ma perché queste donne immodeste nel vestire non pensano che si ha da morire e che il loro corpo diventerà pasto dei vermi?

–         Sono io, Melid, che allontano dalla loro mente questi pensieri, che potrebbero farle staccare da me. Lavorio simile faccio con coloro che si dilettano con il ballo, nei veglioni ed anche nelle famiglie.

–         Certo che il tuo lavorio con gli amanti della danza non è vuoto di frutti impuri, poiché la musica lasciva ed i movimenti richiesti dai balli moderni sono stati inventati per svegliare ed eccitare la concupiscenza. Anche costoro appartengono al tuo regno diabolico. Sono convinto che pure la lettura e la stampa pornografica siano veleni dell’immoralità, di cui ti servi largamente per rovinare le anime.

–         Certamente! I libri che allettano le passioni e le immagini scandalose sono armi potenti a mio servizio. Distolgo dalla sana lettura, inoculando l’antipatia per essa ed eccito la voglia delle cose impure. Gli scrittori sanno questo e per amore del guadagno riversano nelle pagine dei romanzi e dei rotocalchi i semi dell’impurità, che hanno loro nel cuore; queste letture eccitano i sensi e la smania del piacere nei lettori e così le mie prede aumentano sempre di più.

–         Melid, fammi conoscere la tattica che hai per il cambiamento di coscienza e di carattere in seno alle famiglie. Ragazzi e ragazze, prima buoni, ubbidienti, studiosi, frequenti alle sacre funzioni e facili a comunicarsi, appena chiuso il periodo dell’infanzia molti di costoro, man mano che crescono, lasciano i Sacramenti, disprezzano la preghiera e sentono antipatia ed anche odio per tutto ciò che riguarda la religione.

–         E tu, Pretaccio, non sei capace di comprendere il motivo dei cambiamenti? Quando si è nel periodo d’infanzia, d’ordinario le passioni non si fanno sentire o sono molto deboli. Passata l’infanzia, comincia la pubertà con il relativo risveglio della concupiscenza. Per uscire vittoriosi da questo periodo occorre la grazia di Dio, che viene con la preghiera, con la vigilanza e la buona volontà. Non tutti si appigliano a questi mezzi, perché intervengo io e brigo per far gustare la droga che si diffonde oggi nel mondo, provata una o poche volte non si può più tralasciare e si direbbe, che diventi un bisogno impellente, così e peggio ancora avviene quando si è assaggiata la droga dell’immoralità. Si cade, si ricade e si diventa abulici. Se poi sopraggiungono altri coefficienti, può arrivarsi alla schizzofrenia, che la medicina non può riuscire a curare. Quanti, specialmente del sesso maschile, giungono alla pazzia e devono interrompere lo studio o il lavoro, perché dominati dalla mania dell’impurità. Non sempre la schizzofrenia è causata dall’abuso delle passioni, ma una delle cause più importanti è proprio questa. Naturalmente chi è dominato dalla mania del sesso, giunge a rivoltarsi a Dio, il quale prescrive il freno delle passioni.

–         Melid, tempo fa ti chiesi: – Cosa mi dici riguardo alla gioventù maschile? – Tu, festosamente mi rispondesti. Eh, i giovani di oggi vanno in cerca di scrofe! E della gioventù femminile? – Esultando dicesti: Eh, le giovani fanno peggio dei giovanotti.

–         La gioventù moderna in gran parte è bruciata dall’impurità. E delle famiglie cosa hai da dire? Il matrimonio è un Sacramento e perciò la convivenza dell’uomo con la donna, quando è secondo la legge di Dio, è apportatrice di bene.

–         Nelle famiglie intervengo anche io in mille modi e tu, Pretaccio, ne sei a conoscenza. Quante miserie morali ci sono prima del matrimonio! In questo cooperano spesso i genitori, i quali lasciano i figli e le figlie nel fidanzamento con poca o nessuna vigilanza, specie nelle ore della sera, andando in giro in macchina o a piedi. Io colgo il momento opportuno per tentarli  e farli cadere. A loro interessa che il giorno delle nozze la donna abbia l’abito bianco. Sfrutto la debolezza e l’ignoranza di tanti genitori, che lasciano alle figlie massima libertà di uscire di casa e di rincasare quando vogliono. Il numero delle ragazze-madri aumenta sempre più, perché a questo riguardo svolgo bene il mio compito di tentatore. Durante la vita matrimoniale i miei assalti non sono interrotti: sovente riesco a convincere i genitori a non accettare i figli e se l’Altissimo ne fa dono, li uccidono prima di nascere. Tante volte tendo insidie per rallentare l’affetto e riesco a far legare il cuore dell’uomo alla donna di un altro uomo e meglio ancora riesco a legare il cuore della donna all’uomo di un’altra donna. Per mezzo dello spirito d’impurità, giungo al punto della separazione legale, distruggendo l’amore naturale verso i figli.

–         Quale altra insidia metti in atto?

–         Faccio pensare che prima la separazione coniugale era considerata motivo di disonore, mentre col progresso è considerata una cosa necessaria, perché al cuore non si comanda e la libertà non può essere violata da nessuno. I frutti del mio lavoro diabolico sono grandi, perché col pungolo dell’impurità trascino uomini e donne dove voglio io.

–         E così li trascini all’inferno.

–         Certamente! Avvenuta la morte, avranno la mia sorte, là, dove c’è in eterno pianto, rimorso e stridore di denti.

–         Ora, Melid, ti comando di rispondere all’ultima richiesta. So bene che non vorrai rispondere, ma te lo comando!

–         E chi sei tu, Pretaccio che pretendi di darmi comandi?

–         Io sono misera creatura, ma come Sacerdote e Ministro di Dio, per l’autorità divina inerente al mio Sacerdozio, ti ordino di rispondermi dicendo la verità. Secondo le risposte che mi hai dato sinora, sembrerebbe che tutto il mondo sia in tuo possesso a causa dell’immoralità. Ma nel mondo oltre al tuo regno c’è anche il Regno di Dio. Il male fa più rumore del bene, ma quanto bene c’è anche oggi nell’umanità. Non si possono contare le anime che con voto solenne e privato servono Dio nel celibato! Quanti, uomini e donne, osservano la purezza sino a farsi uccidere anziché peccare; quanti genitori osservano con regolarità ammirevole i doveri della continenza matrimoniale! Quanta gloria danno a Dio queste schiere di anime! A proposito di anime buone, vittoriose nelle tentazioni, dimmi quali cose odi e temi di più?

–         Due cose: la prima è la preghiera e la seconda è la fuga dalle cattive occasioni.

–         E perché temi la preghiera?

–         Essa è il primo passo verso Dio, attira le sue grazie e mi riesce difficile attirare a me chi prega molto e con fede e perseveranza. Tutti coloro che ora stanno all’inferno non pregavano, o pregavano poco e piuttosto male. Odio specialmente la preghiera rivolta a quella Donna, il cui nome noi demoni non nominiamo mai. La seconda cosa che odio è la fuga dalle occasioni cattive. I miei schiavi, a motivo dell’impurità, non solo non fuggono le male occasioni, ma ne vanno a caccia, cercandole avidamente.

–         Melid, la nostra intervista è terminata, e credo che me la farai pagare. Ciò importa poco: importa invece convincere le anime che tu ed i demoni esistete e lavorate indefessamente per la rovina delle anime.

 

A comprova di quanto sinora è stato detto, può giovare una parabola evangelica, uscita dal cuore e dalla mente di Gesù Cristo, Redentore dell’umanità e Figlio di Dio, il quale è Maestro infallibile di ogni verità.

Il regno dei cieli è simile ad un uomo, che seminò buon seme nel suo campo. Ma nel tempo che gli uomini dormivano, venne il suo nemico a seminare del loglio nel suo campo e se ne andò.

Come poi il seminato germogliò e granì, allora apparve anche il loglio ed i servi del padrone di casa andarono a dirgli. Signore, non hai seminato buon seme nel tuo campo, come mai,  ovunque c’è il loglio? Ed egli rispose loro: qualche nemico ha fatto questo. Ed i servi gli dissero Vuoi che andiamo ad estirparlo? Ma egli: No, che, cogliendo il loglio, non sradichiate con esso anche il grano. Lasciate che l’uno e l’altro crescano sino alla mietitura ed al tempo della messe dirò ai mietitori: Raccogliete prima il loglio e legatelo in fasci, per bruciarlo; il grano poi riponetelo nel io granaio. –

I discepoli, udita la parabola, si avvicinarono a Gesù e gli dissero: spiegaci la parabola del loglio nel campo. Ed Egli rispondendo, disse loro: Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo; il buon seme sono i figli del regno; il loglio sono i figli del maligno. Il nemico che ha seminato è il demonio; la mietitura è la fine del mondo; i mietitori sono gli Angeli. E siccome si raccoglie il loglio e si brucia col fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi Angeli, che toglieranno dal suo Regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente, ove sarà pianto e stridor di denti. Allora i giusti splenderanno come sole nel Regno del loro Padre. Chi ha orecchi da intendere, intenda!-

 

A Firenze dimorava una nobile famiglia. Uno dei figli, abbandonando la vita cristiana, si legò ad una giovane donna con il libero amore. Quest’amante non voleva più rompere la catena di peccato, certamente sobillata dal demonio impuro.

Il giovane, per grazia di Dio, cominciò a sentire il rimorso fino al punto di stabilire: – Andrò in un convento e mi farò Frate. Fu accettato in un Convento religioso di Firenze. –

Passato qualche tempo, mentre i Frati erano a tavola, si notò l’assenza del giovane convertito ed il Superiore mandò un frate a chiamarlo, pensando di trovarlo in camera. La porta della camera era chiusa e dalla fessura di base usciva fumo. Fu necessario forzare la porta e si trovò il giovane a terra svenuto. Dopo rinvenuto disse:

– Da poco è venuta qui dentro una giovane donna, dall’aspetto disperato ed orribile a guardarsi. Io ho chiesto: chi sei tu?

– Sono la tua antica amante. Mi ha colpito la morte e sono piombata nell’inferno, ove brucio. Vuoi una prova del fuoco che mi divora? 

– L’infelice dannata si è avvicinata a questo inginocchiatoio che sta vicino al quadro del Crocifisso, ove sono solito pregare; ha poggiato le mani sull’inginocchiatoio e l’ha bruciato; dopo mise le mani sul quadro e vi ha lasciato le impronte delle mani infuocate. Dopo è sparita.

Lo spavento mi ha fatto svenire. –

Allorché il fatto cominciò ad essere pubblico, il padre del giovane convertito voleva far scomparire ogni traccia dell’accaduto e prese gli oggetti bruciati. Il Superiore del convento riuscì a prendere il quadro e lo portò a Napoli nella Comunità della Missione. Chi vuole, può vedere il quadro dell’anima dannata, conservato nella Casa della Missione – Via Vergini, 51 – Napoli.

Questo è uno dei mille fatti, che registra la storia.

 

FINE

 

Esorcismo

 

(questo esorcismo, se si tratta d’indemoniati, può farlo soltanto il Sacerdote autorizzato dal Vescovo. In tutti gli altri casi…malattie, intemperie, cose avverse, ecc… può farsi da qualunque fedele).

In nome di Gesù Cristo nostro Dio e Signore, e con l'intercessione dell'immacolata Vergine Maria, Madre di Dio, di san Michele Arcangelo, dei santi Apostoli Pietro e Paolo e di tutti i Santi, [e confidando nell’autorità del nostro sacro ministero], fiduciosi intraprendiamo la battaglia contro gli attacchi e le insidie del demonio.

Salmo 67

Sorga Dio, i suoi nemici si disperdano * e fuggano davanti a lui quelli che lo odiano.
Come si disperde il fumo, tu li disperdi; * come fonde la cera di fronte al fuoco, periscano gli empi davanti a Dio.

Ecco la croce del Signore, fuggite potenze nemiche.
Vinse il Leone della tribù di Giuda, il discendente di David.

Discenda su di noi, Signore, la tua misericordia.
Come abbiamo sperato in te.

Noi ti imponiamo di fuggire, spirito immondo, potenza satanica, invasione del nemico infernale, con tutte le tue legioni, riunioni e sette diaboliche, in nome e potere di nostro Signore Gesù + Cristo: sii sradicato dalla Chiesa di Dio, allontanato dalle anime create a immagine di Dio e riscattate dal prezioso Sangue del divino Agnello +. D'ora innanzi non ardire, perfido serpente, di ingannare il genere umano, di perseguitare la Chiesa di Dio, e di scuotere e crivellare, come frumento, gli eletti di Dio +. Te lo comanda l'altissimo Dio, al quale, nella tua grande superbia, presumi di essere simile. Te lo comanda Dio Padre + te lo comanda Dio Figlio + te lo comanda Dio Spirito Santo +. Te lo comanda il Cristo, Verbo eterno di Dio fatto carne + che, per la salvezza della nostra progenie perduta dalla tua gelosia, si è umiliato e fatto obbediente fino alla morte; che edificò la sua Chiesa sulla ferma pietra [di Pietro] assicurando che le forze dell'inferno non avrebbero mai prevalso contro di essa e che sarebbe con essa restato per sempre fino alla consumazione dei secoli. Te. lo comanda il segno sacro della Croce + e il potere di tutti i misteri della nostra fede cristiana. Te lo comanda la eccelsa Madre di Dio, la Vergine Maria + che dal primo istante della sua Immacolata Concezione, per la sua umiltà, ha schiacciato la tua testa orgogliosa. Te lo comanda la fede dei santi Pietro e Paolo e degli altri Apostoli +. Te lo comanda il sangue dei Martiri, e la potente intercessione di tutti i Santi e Sante +.
Dunque, dragone maledetto, e ogni schiera diabolica, noi ti scongiuriamo per il Dio + vivo, per il Dio + vero, per il Dio + santo; per Dio, che ha tanto amato il mondo da sacrificare per esso il suo Figlio unigenito, affinché, chiunque crede in lui non perisca ma abbia la vita eterna; cessa di ingannare le umane creature e di propinare loro il veleno della dannazione eterna: cessa di nuocere alla Chiesa e di mettere ostacoli alla sua libertà. Vattene, satana, inventore e maestro di ogni inganno, nemico della salvezza dell'uomo. Cedi il posto a Cristo, sul quale nessun potere hanno avuto le tue astuzie; cedi il posto alla Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica, che lo stesso Cristo ha acquistato col suo sangue. Umiliati sotto la potente mano di Dio, trema e fuggi all'invocazione che noi facciamo del santo e terribile Nome di quel Gesù che fa tremare l'inferno, a cui le Virtù dei le Potenze e le Dominazioni sono sottomesse, che i Cherubini ed i Serafini lodano incessantemente, dicendo: «Santo, Santo, Santo è il Signore, Dio delle celesti milizie».

Se è recitato da un sacerdote:

Il nostro aiuto è nel nome del Signore
Che ha fatto cielo e terra.

Il Signore sia con voi
E con il tuo spirito.

Se è recitato da un fedele:

Signore, ascolta la mia preghiera.
Il mio grido giunga a te.

Preghiamo

O Dio del cielo, Dio della terra, Dio degli angeli, Dio degli arcangeli, Dio dei patriarchi, Dio dei profeti, Dio degli apostoli, Dio dei martiri, Dio dei confessori, Dio delle vergini, Dio che hai il potere di donare la vita dopo la morte, e il riposo dopo la fatica, giacché non vi è altro Dio fuori di te, né ve ne può essere se non tu, Creatore eterno di tutte le cose visibili e invisibili, il cui regno non avrà fine; umilmente ti supplichiamo di volerci liberare da ogni tirannia, laccio, inganno e infestazione degli spiriti infernali, e a mantenercene sempre incolumi. Per Cristo nostro Signore.
Amen.

Dalle insidie del demonio,
liberaci, Signore.

Affinché la tua Chiesa sia libera nel tuo servizio, noi ti preghiamo.
Ascoltaci, Signore.

Affinché ti degni di umiliare i nemici della santa Chiesa, noi ti preghiamo.
Ascoltaci, Signore.

http://www.preghiereagesuemaria.it/libri/intervista%20a%20melid%20demonio%20dell'impurita.htm

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