Evangelizzazione Archivi - Biblioteca http://bibliotecaneval.altervista.org/category/evangelizzazione/ NEVAL Tue, 30 Dec 2014 23:45:28 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.8.2 http://bibliotecaneval.altervista.org/favicon.ico Evangelizzazione Archivi - Biblioteca http://bibliotecaneval.altervista.org/category/evangelizzazione/ 32 32 Mons. Paprocki: ‘Il tabernacolo torni al centro del Santuario’ http://bibliotecaneval.altervista.org/mons-paprocki-il-tabernacolo-torni-al-centro-del-santuario/ Tue, 30 Dec 2014 23:45:28 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12522 Nuovo articolo su Radio Spada 30 dicembre 2014 by Isidoro     In una lettera pastorale “Ars celebrandi et adorandi” il vescovo Paprocki espone la ricca tradizione e gli insegnamenti della Chiesa in materia di celebrazione e venerazione per l’Eucaristia. Mons. Paprocki racconta anche il movimento deplorevole negli ultimi decenni che ha visto il Santissimo Sacramento […]

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Nuovo articolo su Radio Spada

30 dicembre 2014

by Isidoro

 

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In una lettera pastorale “Ars celebrandi et adorandi” il vescovo Paprocki espone la ricca tradizione e gli insegnamenti della Chiesa in materia di celebrazione e venerazione per l’Eucaristia.

Mons. Paprocki racconta anche il movimento deplorevole negli ultimi decenni che ha visto il Santissimo Sacramento relegato a “cappelle laterali”, che a volte sono niente di più che ripostigli convertiti.

Dispone Mons. Paprocki:

"Mi riferisco a chiese e cappelle della nostra diocesi, in cui i tabernacoli che erano già al centro del santuario, ma sono stati spostati, devono essere restituiti al più presto possibile al centro del santuario in accordo con il progetto architettonico originale . Tabernacoli che non sono al centro del santuario o comunque non in uno spazio visibile, importante e nobile devono essere spostati al centro del santuario; tabernacoli che non sono al centro del santuario, ma sono in uno spazio visibile, importante e nobile possono rimanere." 

Mons. Paprocki ricorda anche ai fedeli che il segno corretto di rispetto per il nostro Signore nel Santissimo Sacramento è genuflettersi. Egli incoraggia anche la più frequente esposizione eucaristica e l’adorazione, così come le processioni eucaristiche pubbliche per le strade

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Il Verbo Eterno da Dio si è fatto uomo http://bibliotecaneval.altervista.org/il-verbo-eterno-da-dio-si-e-fatto-uomo/ Sat, 27 Dec 2014 17:07:06 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12496 Nuovo articolo di Radio Spada 27 dicembre 2014 by ricciotti Tratto dallo scritto del Liguori: Novena del Santo Natale – Discorso I    Ignem veni mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur? (Luc. XII, 49). [1] Solennizzavano gli ebrei un giorno chiamato da essi dies ignis, giorno del fuoco, in memoria del fuoco col quale Neemia consumò […]

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27 dicembre 2014

by ricciotti

Tratto dallo scritto del Liguori: Novena del Santo Natale – Discorso I 

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Ignem veni mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur? (Luc. XII, 49). [1]

Solennizzavano gli ebrei un giorno chiamato da essi dies ignis, giorno del fuoco, in memoria del fuoco col quale Neemia consumò il sagrificio, allorché ritornò co' suoi nazionali dalla schiavitù di Babilonia.[2] Così ancora, anzi con maggior ragione dovrebbe chiamarsi il giorno di Natale, giorno di fuoco, in cui viene un Dio da bambino a metter fuoco d'amore ne' cuori degli uomini. Ignem veni mittere in terram, così disse Gesù Cristo, e in verità così fu. Prima della venuta del Messia, chi amava Dio sulla terra? Appena era egli conosciuto in un cantone del mondo, cioè nella Giudea; ed ivi pure quanti pochi erano quelli che l'amavano nel tempo che venne. Nel resto poi della terra chi adorava il sole, chi le bestie, chi le pietre, e chi altre creature più vili. Ma dopo ch'è venuto Gesù Cristo, il nome di Dio per tutto è stato conosciuto, e da molti amato. Fu più amato Dio dopo la venuta del Redentore tra pochi anni dagli uomini, accesi già da questo santo fuoco, che non era stato amato prima per quattro mila anni, da che gli uomini erano stati creati.

Molti Cristiani sogliono per lungo tempo avanti preparare nelle loro case il presepio,[3] per rappresentare la nascita di Gesù Cristo; ma pochi son quelli che pensano a preparare i loro cuori, affinché possa nascervi in essi e riposarvi Gesù bambino. Ma tra questi pochi vogliamo essere ancora noi, acciocché ancora noi siam fatti degni di restare accesi da questo felice fuoco, che rende l’anime contente in questa terra e beate nel cielo.- Consideriamo in questo primo giorno che il Verbo Eterno appunto a questo fine da Dio si fece uomo,[4] per infiammarci del suo divino amore. Cerchiamo lume a Gesù Cristo ed alla sua[5] santissima Madre, e cominciamo.

Pecca Adamo il nostro primo padre; ingrato a tanti benefici ricevuti, si ribella da Dio, disubbedendo al precetto di non cibarsi del pomo vietato. Dio perciò è obbligato a cacciarlo qui in terra dal paradiso terrestre, ed a privare in futuro così Adamo, come tutti i discendenti di questo ribelle, del paradiso celeste ed eterno, che loro avea preparato dopo questa vita temporale. Ecco dunque gli uomini tutti condannati ad una vita di pene e di miserie, e per sempre esclusi dal cielo. Ma ecco Dio, come ci avvisa Isaia (Cap. LII), che a nostro modo d'intendere par che afflitto si lamenti, e pianga dicendo: Et nunc quid mihi est hic, dicit Dominus, quoniam ablatus est populus meus gratis? (Is. LII, 5). Ed ora, dice Dio, che mi è restato di delizia in paradiso, ora che ho perduto gli uomini ch'erano la mia delizia? Deliciae meae esse cum filiis hominum (Prov. 8, 31). Ma come, Signore, voi tenete in cielo tanti serafini, tanti angeli, e tanto vi accora l'aver perduti gli uomini? Ma che bisogno avete voi e degli angeli e degli uomini per compimento della vostra beatitudine? Voi sempre siete stato e siete in voi stesso felicissimo; che cosa mai può mancare alla vostra felicità ch'è infinita? Tutto è vero, dice Dio, ma perdendo l'uomo – gli fa dire Ugon cardinale sul citato testo d'Isaia – Non reputo aliquid me habere;[6] io stimo di aver perduto tutto, mentre la delizia mia era di stare cogli uomini, ed ora questi uomini io gli ho perduti, ed essi i miseri son condannati a vivere per sempre lontani da me. Ma come può dire il Signore che gli uomini sono la sua delizia? Sì, scrive S. Tommaso, Dio ama tanto l'uomo, come se l'uomo fosse suo Dio, e come se egli senza l'uomo non potesse esser felice: Quasi homo Dei deus esset, et sine ipso beatus esse non posset (Opusc. LXIII, cap. 7).[7] Soggiunge S. Gregorio Nazianzeno, e dice che Dio per l'amore che porta agli uomini par che sia uscito di se: Audemus dicere quod Deus prae magnitudine amoris extra se sit (Epist. VIII).[8] Correndo già il proverbio che l'amore trae l'amante fuori di sé:Amor extra se rapit.

Ma no, disse poi Dio, io non voglio perdere l'uomo; via si trovi un Redentore che per l'uomo soddisfi la mia giustizia, e così lo riscatti dalle mani de' suoi nemici, e dalla morte eterna a lui dovuta. Ma qui contempla S. Bernardo (Serm. I, in Annunc.), e si figura di vedere in contesa la giustizia e la misericordia divina. La giustizia dice: Io son perduta, se Adamo non è punito: Perii, si Adam non moriatur. La misericordia all'incontro dice: Io son perduta, se l'uomo non è perdonato: Perii, nisi misericordiam consequatur. In tal contesa decide il Signore che per salvare l'uomo reo di morte muoia un innocente: Moriatur qui nihil debeat morti.[9] In terra non vi era chi fosse innocente. Dunque, disse l'Eterno Padre, giacché tra gli uomini non v'è chi possa soddisfare la mia giustizia, via su, chi vuole andare a redimere l'uomo? Gli angeli, i cherubini, i serafini, tutti tacciono, niuno risponde; solo risponde il Verbo Eterno, e dice: Ecce ego, mitte me.[10] Padre, gli dice l'unigenito Figlio, la vostra maestà, essendo ella infinita, ed essendo stata offesa dall'uomo, non può esser ben soddisfatta da un angelo ch'è pura creatura; e benché voi vi contentaste della soddisfazione di un angelo, pensate che dall'uomo sinora con tanti benefici a lui fatti, con tante promesse e con tante minacce, pure non abbiam potuto ancora ottenere il suo amore, perché non ha conosciuto sinora l'amore che gli portiamo; se vogliamo obbligarlo senza meno ad amarci, che più bella occasione di questa possiamo trovare, che per redimerlo vada io vostro Figlio in terra, ivi io prenda carne umana, ed io pagando colla mia morte la pena da lui dovuta, così contenti appieno la vostra giustizia, e resti all'incontro l'uomo ben persuaso del nostro amore?

Ma pensa, o Figlio, gli rispose il Padre, pensa che addossandoti il peso di pagare per l'uomo, avrai da fare una vita tutta di pene. Non importa, disse il Figlio: Ecce ego, mitte me. Pensa che avrai da nascere in una grotta, che sarà stalla di bestie; di là dovrai fanciullo andare fuggiasco in Egitto, per fuggire dalle mani degli stessi uomini, che sin da fanciullo cercheranno di toglierti la vita. Non importa: Ecce ego, mitte me. Pensa che ritornato poi nella Palestina, ivi dovrai fare una vita troppo dura e disprezzata, vivendo da semplice garzone d'un povero artigiano. Non importa: Ecce ego, mitte me. Pensa che quando poi uscirai a predicare ed a manifestare chi sei, avrai sì bene alcuni, ma pochi, che ti seguiranno, ma la maggior parte ti disprezzeranno, chiamandoti impostore, mago, pazzo, samaritano; e finalmente ti perseguiteranno a tal segno che ti faran morire svergognato su d'un legno infame a forza di tormenti. Non importa:Ecce ego, mitte me.

Fatto dunque il decreto che 'l divin Figlio si faccia uomo, ed egli sia il Redentore degli uomini, s'invia l'arcangelo Gabriele a Maria; Maria l'accetta per figlio: Et Verbum caro factum est.[11] Ed ecco Gesù nell'utero di Maria, ch'entrato già nel mondo, tutto umile e ubbidiente dice: Giacché, Padre mio, non possono gli uomini soddisfare la vostra giustizia da loro offesa, colle loro opere e sagrifici, ecco me tuo Figlio, vestito già di carne umana, a soddisfarla colle mie pene e colla mia morte in vece degli uomini.Ideo ingrediens mundum, dicit: Hostiam et oblationem noluisti, corpus autem aptasti mihi… tunc dixi: Ecce venio… ut faciam, Deus, voluntatem tuam (Hebr. V, 12).[12]

Dunque per noi miseri vermi, e per cattivarsi il nostro amore, ha voluto un Dio farsi uomo? Sì, è di fede, come c'insegna la santa Chiesa: Propter nos homines, et propter nostram salutem descendit de caelis,… et homo factus est.[13] Sì questo ha fatto un Dio per farsi da noi amare. Alessandro il grande, dopo che vinse Dario e s’impadronì della Persia, egli per tirarsi l’affetto di quei popoli si fé vedere vestito alla persiana.[14] Così appunto par che volle[15] ancor fare il nostro Dio; per tirarsi l'affetto degli uomini, si vesti tutto alla foggia umana, e comparve fatt'uomo: Habitu inventus ut homo (Philip. II, 7). E così volle far vedere dove giungeva l'amore che portava all'uomo: Apparuit… gratia… Salvatoris nostri omnibus hominibus (Tit. II, 11). L'uomo non mi ama, par che dicesse il Signore, perché non mi vede; voglio farmi da lui vedere, e con lui conversare, e cosi farmi amare: In terris visus est, et cum hominibus conversatus est (Baruch, III, 38). L'amor divino verso l'uomo era troppo grande, e tal'era sempre stato ab eterno: In caritate perpetua dilexi te, ideo attraxi te miserans tui (Ier. XXXI, 3). Ma quest'amore non era ancora apparso quanto fosse grande ed incomprensibile. Allora veramente apparve, quando il Figlio di Dio si fé vedere da pargoletto in una stalla su della paglia: Benignitas et humanitas apparuit Salvatoris nostri Dei (Tit. III, 4). Legge il testo greco: Singularis Dei erga homines apparuit amor.[16] Dice S. Bernardo che prima era già apparsa nel mondo la potenza di Dio nella creazione, e la sapienza nel governo del mondo; ma solamente poi nell'Incarnazione del Verbo apparve quanto fosse grande la sua misericordia: Apparuerat ante potentia in rerum creatione, apparebat sapientia in earum gubernatione, sed benignitas misericordiae maxime apparuit in humanitate (S. Bern. Serm. I, de Nat.).[17] Prima che Dio apparisse in terra fatt'uomo, non poteano giungere gli uomini a conoscere quanta fosse la bontà divina; perciò egli prese carne umana, acciocché apparendo da uomo si manifestasse agli uomini la grandezza della sua benignità: Priusquam appareret humanitas, latebat benignitas. Sed unde tanta agnosci poterat? Venit in carne ut, apparente humanitate, agnosceretur benignitas (S. Bern., Serm. I, in Epiph.).[18] E in qual modo poteva meglio il Signore dimostrare all'uomo ingrato la sua bontà e l'amor che gli porta? L'uomo disprezzando Dio, dice S. Fulgenzio, s'era da Dio separato per sempre; ma non potendo più l'uomo ritornare a Dio, venne Dio a trovarlo in terra: Homo Deum contemnens, a Deo discessit, Deus hominem diligens, ad homines venit (S. Fulg., Serm. sup. Nat. Christi).[19] E prima lo disse S. Agostino: Quia ad mediatorem venire non poteramus, ipse ad nos venire dignatus est.[20]

In funiculis Adam traham eos, in vinculis caritatis (Osee XI, 4). Gli uomini si fan tirare dall'amore; i segni d'affetto che taluno loro dimostra son certe catene che gli ligano e gli obbligano quasi per forza ad amare chi l'ama. A questo fine il Verbo Eterno volle farsi uomo per tirarsi con tal segno d'affetto – che maggiore non potea ritrovare – l'amore degli uomini: Deus factus est homo, ut familiarius ab homine diligeretur Deus (UGO de S. Vict., in Lib. Sent.).[21] Ciò appunto par che volesse dare ad intendere il nostro Salvadore ad un divoto religioso francescano, chiamato il P. Francesco di S. Giacomo, come si narra nel Diario francescano a’ 15 di dicembre. Gli si diede a vedere più volte Gesù da vago fanciullo, ma volendolo seco ritenere il divoto frate, il fanciullo sempre fuggiva; onde di tali fughe amorosamente si lagnava il Servo di Dio. Un giorno di nuovo gli apparve il S. Bambino, ma come? Gli si fé vedere con ceppi d’oro in mano, per dargli così ad intendere ch’era allora venuto ad imprigionare lui, e ad essere da lui imprigionato, per più da esso non separarsi. Fatto con ciò ardito Francesco, pose i ceppi al piede del Bambino, e se lo strinse al cuore; ed in fatti di là[22] avanti gli parve di vedersi come nel carcere del suo cuore, fatto suo perpetuo prigioniero, l’amato Bambino.[23] Ciò che fece questa volta Gesù con questo suo servo, ben lo fé con tutti gli uomini allorché si fece uomo; volle già con tal prodigio d'amore esser come da noi incatenato, ed incatenare insieme i nostri cuori, obbligandoli ad amarlo, secondo quel che già aveva predetto per Osea: In funiculis Adam traham eos, in vinculis caritatis.

In diversi modi, dice S. Leone, aveva già Dio beneficato l'uomo; ma in niun modo meglio palesò l'eccesso della sua bontà, che inviandogli il Redentore ad insegnargli la via della salute ed a procurargli la vita della grazia: Diversis modis humano generi bonitas divina munera impertiit, sed abundantiam solitae benignitatis excessit, quando in Christo ipsa ad peccatores misericordia, ad errantes veritas, ad mortuos vita descendit (S. Leo, Serm. 4, de Nativ.).[24] Dimanda S. Tommaso, perché l'Incarnazione del Verbo dicasi opera della Spirito Santo: Et incarnatus est de Spiritu Sancto. È certo che tutte le opere di Dio, chiamate da' Teologi opera ad extra, sono opere di tutte e tre le divine persone; e perché poi l'Incarnazione si attribuisce alla sola persona dello Spirito Santo? La ragion principale che ne assegna l'Angelico è perché tutte l'opere del divin amore si attribuiscono allo Spirito Santo, ch'è l'amore sostanziale del Padre e del Figlio; e l'opera dell'Incarnazione fu tutta effetto dell'immenso amore che Dio porta all'uomo: Hoc autem ex maximo Dei amore provenit, ut Filius Dei carnem sibi assumeret in utero Virginis(S. Thom., III p., q. 32, a. 1).[25] E ciò volle significare il profeta dicendo: Deus ab austro veniet (Habac. III [3]). A magna caritate Dei in nos effulsit, commenta Ruperto abbate.[26] A tal fine scrive ancora S. Agostino (Cap. 4, de Catech.) venne in terra il Verbo Eterno per far conoscere all'uomo quanto Dio l'amasse: Maxime propterea Christus advenit, ut cognosceret homo quantum eum diligat Deus.[27] E S. Lorenzo Giustiniani (De casto connub., c. 23): In nullo sic amabilem suam hominibus patefecit caritatem, sicut cum Deus homo factus est.[28]

Ma quel che più fa conoscere l'amore divino verso il genere umano, è che venne il Figlio di Dio a cercarlo quando l'uomo lo fuggiva; ciò significò l'Apostolo dicendo:Nusquam… angelos…, sed semen Abrahae apprehendit (Hebr. II , [16]). Commenta S. Grisostomo: Non dixit suscepit, sed apprehendit, ex metaphora insequentium eos qui aversi sunt, ut fugientes apprehendere valeant (Hom. V, in Epist. ad Hebr.).[29] Venne Dio dal cielo quasi ad arrestare l'uomo ingrato che da lui fuggiva, come se gli dicesse: Uomo, vedi che per tuo amore io son venuto a posta in terra a cercarti; perché mi fuggi? Ferma, amami: non fuggire più da me che tanto t'amo.- Venne dunque Dio a cercare l'uomo perduto, ed acciocché l'uomo conoscesse meglio l'amore che questo Dio gli portava, e si rendesse ad amare chi tanto l'amava, volle nella prima volta che l'avesse avuto a mirare visibile, apparirgli da tenero bambino, posto sulle paglie. O paglie beate, più vaghe delle rose e de' gigli, esclama S. Grisologo, e qual terra fortunata v'ha prodotte! E qual fortuna è mai la vostra in aver la sorte di servire di letto al Re del cielo! Ah! che voi – siegue a dire il santo – siete pur fredde per Gesù, mentre non sapete riscaldarlo in questa umida grotta, dov'egli ora se ne sta tremando di freddo; ma siete fuoco e fiamme per noi, giacché ci somministrate un incendio d'amore che non vagliono a smorzarlo tutte l'acque de' fiumi: O felices paleas, rosis et liliis pulchriores, quae vos genuit tellus? Non palearum momentaneum, sed perpetuum vos suppeditatis incendium, quod nulla flumina exstinguent, (S. Petr. Chrys., serm. 38).[30]

Non bastò, dice S. Agostino, al divino Amore l'averci fatti ad immagine sua nel creare il primo uomo Adamo, se non si fosse fatto egli poi ad immagine nostra nel redimerci: In homine fecit nos Deus ad imaginem suam; in hac die factus est ad imaginem nostram.[31] Adamo si cibò del pomo vietato, ingannato dal serpente che aveva detto ad Eva che chi avesse assaggiato quel frutto, sarebbe diventato simile a Dio, acquistando la scienza del male e del bene. E perciò disse allora il Signore: Ecce Adam factus est quasi unus ex nobis(Gen., cap. 3).[32] Ciò disse Dio per ironia e per rimproverare l'audacia di Adamo; ma noi dopo l'Incarnazione del Verbo con verità possiam dire: Ecco Dio diventato come uno di noi: Nunc vere dicimus, ecce Deus factus est quasi unus ex nobis (Riccar. de S. Vict.).[33] Guarda dunque, o uomo, parla S. Agostino: Deus tuus factus est frater tuus:[34] il tuo Dio si è fatto come te, figlio di Adamo come sei tu, s'è vestito della stessa tua carne, s'è fatto passibile e soggetto a patire e morire come te. Poteva egli assumer la natura d'angelo; ma no, volle prendere la stessa tua carne, acciocché soddisfacesse a Dio colla stessa carne – benché senza peccato – di Adamo peccatore. E di ciò egli se ne gloriava, chiamandosi spesso figliuolo dell'uomo; onde ben possiamo chiamarlo nostro vero fratello. È stato infinitamente maggior abbassamento, un Dio farsi uomo, che se tutti i principi della terra, tutti gli angeli e santi del cielo colla divina Madre si fossero abbassati a diventare un filo d'erba o un pugno di letame; si perché l'erba, il letame, ed i principi, gli angeli e santi son creature e creature, ma tra la creatura e Dio vi è una differenza infinita.

Ah che quanto più un Dio s'è umiliato per noi a farsi uomo, tanto maggiormente, dice S. Bernardo, ci ha fatto conoscere la sua bontà: Quanto minorem se fecit in humilitate, tanto maiorem se fecit in bonitate.[35] Ma l'amore che ci porta Gesù Cristo, esclama l'Apostolo, troppo ci obbliga e ci stringe ad amarlo: Caritas… Christi urget nos (II Cor. V, 14). Oh Dio, che se la fede non ce ne assicurasse, chi mai potrebbe credere che un Dio per l'amore d'un verme, qual è l'uomo, siasi fatto verme come l'uomo! Se mai accadesse, dice un divoto autore, che voi camminando per una strada, a caso col piede schiacciaste un verme di terra, e l'uccideste; e poi avendone voi compassione, taluno vi dicesse: Or via, se volete voi restituire la vita a questo morto verme, bisogna prima che voi diventiate verme com'esso, e poi vi sveniate; e facendo un bagno dì tutto il vostro sangue, in quello dovrà immergersi il verme e riceverà la vita. Che rispondereste voi? E che m'importa, certamente direste, che 'l verme risorga o resti morto, ch'io abbia da procurar la sua vita colla morte mia? E tanto più ciò direste, se quello non fosse un verme innocente, ma un aspide ingrato, che dopo averlo voi beneficato, avesse tentato di torvi la vita. Ma se mai l'amor vostro verso quest'aspide ingrato giugnesse a tanto che vi facesse già soffrire la morte per rendere ad esso la vita, che ne direbbero gli uomini? E' che non farebbe per voi quel serpe, salvato colla vostra morte, se fosse capace di ragione? Ma questo ha fatto Gesù Cristo per voi verme vilissimo; e voi ingrato, se Gesù avesse potuto di nuovo morire, co' vostri peccati avete già attentato più volte di torgli la vita. Quanto siete più vile voi a riguardo di Dio, che non è un verme a riguardo di voi? Che importava a Dio che voi rimaneste morto e dannato nel vostro peccato, come già meritavate? E pure questo Dio ha avuto tanto amore per voi, che per liberarvi dalla morte eterna, prima si e fatto verme come voi, e poi per salvarvi ha voluto spargere tutto il suo sangue, ed ha voluto patire la morte da voi meritata.

Sì, tutto è di fede. Et Verbum caro factum est (Luca I).[36] Dilexit nos et lavit nos… in sanguine suo (Apoc. I, 5). La santa Chiesa in considerare l'opera della Redenzione si dichiara atterrita: Consideravi opera tua, et expavi (Resp. III, in 2. noct. Circumc.). Prima lo disse il profeta: Consideravi opera tua et expavi. Egressus es in salutem populi tui, in salutem cum Christo tuo (Habach III).[37] Onde con ragione S. Tommaso chiamò il mistero dell'Incarnazione, Miraculum miraculorum.[38] Miracolo incomprensibile, dove Dio dimostrò la potenza del suo amore verso gli uomini, che da Dio lo rendeva uomo, da Creatore creatura: Creator oritur ex creatura, dice S. Pier Damiani (Serm. I, de Nat.);39 da Signore lo rende a servo, da impassibile soggetto alle pene ed alla morte: Fecit potentiam in brachio suo (Luc. II).[40] S. Pietro d'Alcantara in udire un giorno cantar l'Evangelio che si dice nella terza Messa di Natale, In principio erat Verbum, etc., in considerare questo gran mistero, talmente restò infiammato d'amore verso Dio, che in estasi fu portato per lungo tratto in aria a' piedi del SS. Sacramento (Vita, I. 3, c. 1).[41]. E S. Agostino diceva che non si saziava di sempre considerare l'altezza della divina bontà nell'opera della Redenzione umana: Non satiabar considerare altitudinem consilii tui super salutem generis humani (Confess., cap. 6).[42] E perciò il Signore mandò questo santo, per esser egli stato tanto divoto di questo mistero, a scriver sul cuore di S. Maria Maddalena de' Pazzi le parole: Et Verbum caro factum est.[43]

Chi ama, non ama ad altro fine che per essere amato; avendoci dunque Dio tanto amati, altro da noi non vuole, dice S. Bernardo, che 'l nostro amore: Cum amat Deus, non aliud vult quam amari (Serm. 83, in Cant.).[44] Onde poi ciascuna[45] di noi esorta:Notam fecit dilectionem suam, ut experiatur et tuam.[46] Uomo chiunque sei, hai veduto l'amore che ti ha portato un Dio in farsi uomo e patire e morire per te; quando sarà che Dio vedrà coll'esperienza e co' fatti l'amore che tu gli porti? Ah che al vedere ogni uomo un Dio vestito di carne, che ha voluto fare per lui una vita così penosa, ed una morte cosi spietata, dovrebbe continuamente ardere d'amore verso questo Dio cosi amante. Utinam dirumperes coelos et descenderes; a facie tua montes defluerent…, aquae arderent igni (Is. LXIV, 1, [2]). Oh se ti degnassi, mio Dio – diceva il profeta, allorché non era ancora venuto in terra il divin Verbo – di lasciare i cieli e scendere qui tra noi a farti uomo! Ah che allora al vederti gli uomini fatto come uno di loro, montes defluerent, si spianerebbero tutti gli ostacoli e tutte le difficoltà, che ora gli uomini incontrano nell'osservare le vostre leggi ed i vostri consigli. Aquae arderent igni, ah, che a questa fiamma che voi accendereste ne' cuori umani, l'anime più gelate arderebbero del vostro amore. Ed in fatti dopo l'Incarnazione del Figlio di Dio, che bell'incendio d'amore divino s'è veduto risplendere in tante anime amanti! È certo che solo dagli uomini[47] è stato più amato Dio in un solo secolo, dopo che Gesù Cristo è stato con noi, che in tutti gli altri quaranta secoli antecedenti alla sua venuta. Quanti giovani, quanti nobili, e quanti ancora monarchi hanno lasciate le loro ricchezze, gli onori, ed anche i regni, per ritirarsi o in un deserto o in un chiostro, poveri e disprezzati, per meglio amare questo lor Salvatore! Quanti martiri sono andati giubilando e ridendo a' tormenti ed alla morte! Quante verginelle han rifiutate le nozze de' grandi per andare a morire per Gesù Cristo, e così rendere qualche contraccambio d'affetto ad un Dio che s'è degnato d'incarnarsi e di morire per loro amore!

Sì, tutto è vero, ma – veniamo ora alle lagrime – è succeduto lo stesso in tutti gli uomini? Han tutti cercato di corrispondere a questo grande amore di Gesù Cristo? Oh Dio che la maggior parte poi l'han pagato e lo pagano d'ingratitudine! E tu, fratello mio, dimmi, come hai riconosciuto l'amore che ti ha portato il tuo Dio? L'hai ringraziato sempre? Hai considerato che cosa viene a dire un Dio farsi uomo per te, e per te morire?- Un cert'uomo assistendo alla Messa senza divozione, come fanno tanti, a quelle parole che in fine si dicono, Et Verbum caro factum est, non fé alcun segno di riverenza; allora un demonio gli diede un forte schiaffo, dicendo: Ingrato, senti che un Dio s'è fatt'uomo per te, e tu neppure ti degni d'inchinarti? Ah che se Iddio, disse, avesse fatto ciò per me, io in eterno starei per sempre ringraziandolo.[48] – Dimmi, cristiano, che avea da fare più Gesù Cristo per farsi amare da te? Se il Figlio di Dio avesse avuto a salvar dalla morte il suo medesimo Padre, che più poteva fare che abbassarsi sino a prender carne umana, e sacrificarsi alla morte per la di lui salute? Dico più: se Gesù Cristo fosse stato un semplice uomo, e non già una persona divina, e avesse voluto con qualche segno d'affetto acquistarsi l'amore del suo Dio, che avrebbe potuto fare più di quello che ha fatto per te?Se un servo tuo per tuo amore avesse dato tutto il sangue e la vita, non ti avrebbe già incatenato il cuore, ed obbligato almeno per gratitudine ad amarlo? E perché Gesù Cristo poi, giungendo a dare sino la vita per te, non ha potuto sinora giungere ad acquistarsi il tuo amore?

Ohimè che gli uomini disprezzano il divino amore, perché non intendono, diciam meglio, perché non vogliono intendere qual tesoro sia il godere la divina grazia, la quale, come disse il Savio, è un tesoro infinito: Infinitus est thesaurus, quo qui usi sunt participes facti sunt amicitiae Dei (Sap. VII, 14).[49] Si stima la grazia d'un principe, d'un prelato, d'un nobile, d'un letterato, d'una carogna; e la grazia di Dio non si stima niente da taluni, mentre la rinunziano per un fumo, per un gusto bestiale, per un poco di terra, per un capriccio, per niente. Che dici, caro mio fratello, vuoi tu ancora annoverarti tra questi ingrati? Vedi, se non vuoi Dio, dice S. Agostino, se puoi ritrovare altra cosa migliore di Dio:Aliud desidera, si melius invenire potes.[50] Va, ti trova un principe più cortese, un padrone, un fratello, un amico più amabile, e che t'ha amato più di Dio. Va, ti trova uno che possa meglio di Dio renderti felice in questa e nell'altra vita. Chi ama Dio non ha che temere di male, mentre Dio non sa non amare chi l'ama. Ego diligentes me diligo (Prov. VIII, 17). E chi è amato da Dio, qual timore può mai avere? Dominus illuminatio mea, et salus mea, quem timebo? (Ps. II, 26).[51] Così dicea Davide, e così diceano le sorelle di Lazzaro al Signore: Quem amas infirmatur (Io. XI, 3). Bastava lor sapere che Gesù Cristo amava il lor fratello, per credere che gli desse tutto l'aiuto per guarirlo. Ma come all'incontro può Dio, amare chi disprezza il suo amore? -Deh via risolviamoci una volta di rendere amore ad un Dio che tanto ci ha amato. E preghiamolo sempre, che ci conceda il gran dono del suo santo amore. Dicea S. Francesco di Sales che questa grazia di amare Dio è la grazia che dobbiamo desiderare e chiedere sopra ogni grazia, perché col divino amore ad un'anima viene ogni bene.[52] Venerunt… omnia bona pariter cum illa (Sap VII, 11).Perciò diceva S. Agostino: Ama, et fac quod vis.[53] Chi ama una persona sfugge quanto può di disgustarla, e va cercando sempre più di compiacerla. E così, chi veramente ama Dio non sa far cosa avvedutamente che gli dispiaccia, ma si studia quanto più può di dargli gusto.

E per ottenere più presto e più sicuramente questo dono del divino amore, ricorriamo alla prima amante di Dio; dico a Maria sua Madre, che fu così infiammata d'amor divino, che i demoni – come dice S. Bonaventura – non aveano ardire di accostarsi a tentarla: A sua inflammata caritate pellebantur, ut non ausi sint illi appropinquare.[54] E soggiunge Riccardo che anche i serafini poteano scendere dal cielo ad imparare dal cuor di Maria il modo d'amare Dio: Seraphin e caelo descendere poterant, ut amorem discerent in corde Virginis.[55] E perché il cuor di Maria fu già tutto fuoco d'amore divino, perciò, ripiglia S. Bonaventura, tutti coloro che amano questa divina madre, ed a lei si accostano, tutti ella gli accende dello stesso amore, e simili a lei li rende: Quia tota ardens fuit, omnes se amantes, eamque tangentes accendit, et sibi assimilat.[56]

Se taluno ne' discorsi volesse addurre qualche esempio di Gesù bambino, potrà avvalersi degli esempi posti dopo le Meditazioni.

Tratto dallo scritto del Liguori: Novena del Santo Natale – Discorso I

 


 

Note:
1 Nelle ed. del 1760, Venezia, e 1779, Bassano, il titolo è: “Il Verbo Eterno s'è fatto uomo”.
2 II Mach. I, 18.
3 Le ed. napolet. 1758 e 1773 hanno: Presepe.
4 Anche qui nelle ed. venete manca: da Dio.
5 Sua, manca nelle ed. venete.
6 «Ex quo genus humanum exsulat in mundo et premitur a diabolo, quid mihi est hic, id est, in caelo? Quasi dicat: non reputo me aliquid habere in caelo, habendo, scilicet, angelicos spiritus qui sunt quasi nonaginta novem oves in deserto, nisi etiam habeam ovem errabundam in exsilio.” HUGO A SANCTO CHARO, primus Cardinalis O. P., In Isaiam, cap. LII, 5. Opera, Venetiis,»1703, IV, fol. 123, col. 1.
7 “Similiter notabile est quod etiam omnes angelos convocat ad congratulandum, non drachmae, non homini, sed sibi, quasi homo Dei deus esset, et tota salus divina in ipsius inventione dependeret, et quasi sine ipso beatus esse non posset.” Opuscula S. Thomae Aquinatis, Opusculum 63 (spurium), De beatitudine, cap. 7, Secundum principale. Opera, Romae, 1570, XVII, fol. 102, col. 3. – Vedi il nostro vol. I, Appendice 104, pag. 534, 535.
8 “Audendum est hoc etiam pro veritate dicere, quod ipsemet omnium Auctor, pulchro et bono omnium amore, propter excellentiam summam amatoriae bonitatis extra se per providentias omnium rerum exsistit.” DIONYSIUS AREOPAGITA, De divinis nominibus, cap. 4, § 13. MG 3-711.
9 S. BERNARDUS, In festo Annuntiationis B. M. V., Sermo I: n. 11: “Non videbatur quomodo simul possent erga hominem Misericordia et Veritas conservari.” – N. 12, ML 183-588: “Haec (Veritas seu Justitia) dicit: Perii, si Adam non moriatur; et haec (Misericordia) dicit: Perii, nisi misericordiam consequatur. Fiat mors bona, et habet utraque quod petit… Sed quomodo fiet istud? Fieri… potest, si ex caritate moriatur quis, utique qui nihil debeat morti.” – Su quel che segue presso S. Alfonso, dell'insufficienza ed incapacità degli uomini e degli stessi angeli a placare la divina giustizia, e della volontaria oblazione del Verbo, vedi lo stesso Sermone, n. 13 e 14.
10 Is. VI, 8.
11 Io. I, 14.
12 Hebr. X, 5, 9.
13 Symbolum Nicaeno – Constantinopolitanum.
14 “Parthiam petens, cum in otio ageret, primum vestem barbaricam sumpsit: in certum ut accommodaret se incolarum moribus, quod multum existimaret valiturum ad mansuefaciendos homines, si consuetudinem et patrios mores eorum usurparet.” PLUTARCHUS, Vita Alexandri, n. 30. Opera, Basileae, 1573, pag. 556.
15 Bassano, 1779, par che volesse.
16 Testo originale greco: Bonitas et erga homines amor (h filanqrwpia) apparuit Salvatoris nostri Dei. Tit. III, 4.
17 S. BERNARDUS, In Nativitate Domini, Sermo 1, n. 2. ML 183-115.
18 “Priusquam appareret humanitas, latebat benignitas; siquidem et prius erat, nam misericordia Domini ab aeterno est. Sed unde tanta agnosci poterat? Promittebatur, sed non sentiebatur: unde et a multis non credebatur… Sed nunc credant homines vel visui suo… Ecce pax non promissa, sed missa; non dilata, sed data; non prophetata, sed praesentata… Parvulus siquidem datus est nobis, sed in quo habitat omnis plenitudo divinitatis. Postquam enim venit plenitudo temporis, venit et plenitudo divinitatis. Venit in carne, ut vel sic carnalibus exhiberetur, et apparente humanitate benignitas agnosceretur. Ubi enim Dei innotescit humanitas, iam benignitas latere non potest. In quo enim magis commendare poterat benignitatem suam, quam suscipiendo carnem meam?” S. BERNARDUS, In Epiphania Domini, Sermo 1, n. 1, 2. ML 183-112, 113.
19 S. FULGENTIUS, De duplici Nativitate Christi, Sermo 2, n. 6. ML 65-728.
20 “Aegrotare iam coepimus, laboramus, in lecto infirmitatis sumus; sed non desperemus. Quia enim ad medicum venire non poteramus, ipse ad nos venire dignatus est.” S. AUGUSTINUS, Sermo 88, cap. 8. ML 38-543.
21 “Deus homo factus est, ut idem esset Redemptor et Creator, et ut de suo liberaretur homo, et ut familiarius ab homine diligeretur Deus, in similitudinem hominis apparens, et uterque sensus in ipso beatificaretur et reficeretur oculus cordis in eius divinitate et oculus corporis in eius humanitate, ut, sive ingrederetur, sive egrederetur, in ipso pascua inveniret natura condita ab ipso.” HUGO DE S. VICTORE, Miscellanea (inter dubia in Appendice,) lib. 1, titulus 87. ML 177-519.
22 Delle ed. venete, quella del 1760: di là; quella del 1779: da lì; le napol.: di lì.
23 Leggendario Francescano, 15 dicembre: Vita del V. F. Francesco di S. Girolamo, Riformato Scalzo.
24 “Semper quidem, dilectissimi, diversis modis multisque mensuris humano generi bonitas divina consuluit, et plurima providentiae suae munera omnibus retro saeculis clementer impertiit; sed in novissimis temporibus omnem abundantiam solitae benignitatis excessit, quando in Christo ipsa ad peccatores misericordia, ipsa ad errantes veritas, ipsa ad mortuos vita descendit.” S. LEO MAGNUS, Sermo 24, cap. 1. ML 54-203.
25 “Respondeo dicendum quod conceptionem corporis Christi tota Trinitas est operata: attribuitur tamen hoc Spiritui Sancto triplici ratione. Primo quidem, quia hoc congruit causae incarnationis quae consideratur ex parte Dei, Spiritus enim Sanctus est amor Patris et Filii: ut in prima parte habitum est. Hoc autem ex maximo Dei amore provenit ut Filius Dei carnem sibi assumeret in utero virginali: unde dicitur (Io. III, 16): Sic Deus dilexit mundum ut Filium suum unigenitum daret.” S. THOMAS AQUINAS, Sum. Theol., pars III, qu. 32, art. 1.
26 “A Deo exivit (Christus Dei Filius), et in hunc mundum venit, homo factus, secundum operationem Spiritus Sancti. Spiritus enim Sanctus… recte per austrum intelligitur, quia ventus est calidus… Iste igitur (Christus Dei Filius), inquit, ab austro veniet, id est ut veniat iste, hoc Spiritus Sanctus efficiet. Nam propter caritatem suam magnam veniet, propter caritatem suam magnam mittet eum Deus Pater. Caritas autem Patris mittentis, et Filii qui missus est, quid est aliud nisi Spiritus Sanctus. Ergo a Spiritu Sancto veniet, id est ut veniat… Spiritus Sanctus efficiet, et Spiritus Sancti erit operatio, quod eum virgo incorrupta concipiet verum Deum, verumque hominem pariet.” RUPERTUS, Abbas Tuitiensis, In Habacuc, lib 3. ML 168-629, 630.
27 S. AUGUSTINUS, De catechizandis rudibus, cap. 4, n. 8. ML 40-315.
28 S. LAURENTIUS IUSTINIANUS, De casto connubio Verbi et animae, cap. 23. Opera, Lugduni, 1628, pag. 204, col. 2.
29 “Non enim angelos apprehendit, sed semen Abrahae. Quid est quod dicit? Non Angeli, inquit, apprehendit naturam, sed hominis. Quid est autem apprehendit? Non enim apprehendit, inquit, illam Angelorum naturam, sed nostram. Cur autem non dixit, suscepit, sed usus est hac dictione, apprehendit? A metaphora eorum qui persequuntur aversos, et omnia faciunt ut fugientes comprehendant, et resilientes apprehendant.” S. IOANNES CHRYSOSTOMUS, In Epist. ad Hebraeos (II, 16), hom. 5, n. 1 MG 63-45.
30 Non abbiamo ritrovato questa sentenza presso S. Pier Grisologo.
31 “Legimus et fideliter retinemus, quod sub ipso principio nascentis mundi in primo homine fecerit nos Deus ad imaginem et similitudinem suam. Ecce in hac die mutata vice factus est Deus ad imaginem et similitudinem nostram.” Inter Opera S. Augustini, Sermo 119 (inter spurios in Appendice), n. 1. ML 39-1982.
32 Ecce Adam quasi unus ex nobis factus est. Gen. III, 22.
33 “Ecce Adam factus est quasi unus ex nobis… Certe si dicitis ironice quia homo factus est quasi unus ex nobis, nos de cetero dicemus tam fidenter quam veraciter, quia Deus factus est quasi unus ex nobis.” RICHARDUS DE S. VICTORE, De Emmanuele, lib. 1, cap. 19. ML 196-631.
34 “Quis est frater, qui si non redemerit, nullus homo redempturus est? Qui post resurrectionem dixit: Vade, dic fratribus meis (Matth. XXVIII, 10). Frater noster voluit esse; et cum Deo dicimus: Pater noster, hoc manifestatur in nobis. Qui enim dicit Deo: Pater noster, Christo dicit: Frater.” S. AUGUSTINUS, Enarratio in Ps. XLVIII, Sermo 1, n. 8.
35 “Quanti te fecit, ex his quae pro te factus est, agnosce, ut appareat tibi benignitas eius ex humanitate. Quanto enim minorem se fecit in humanitate, tanto maiorem exhibuit in bonitate; et quanto pro me vilior, tanto mihi carior est.” S. BERNARDUS, In Epiphania Domini, Sermo 1, n. 2. ML 183-143.
36 Et Verbum caro factum est. Io. I, 14.
37 Domine audivi auditionem tuam et timui… Hab. III, 2. – Egressus es in salutem populi tui, in salutem cum Christo tuo. Ibid., 13.
38 “Incarnatio Verbi est miraculum miraculorum, ut sancti dicunt, quia est maius omnibus miraculis et ad istud miraculum omnia alia ordinantur.” S. THOMAS AQUINAS, De potentia Dei, qu. 6, art. 2, ad 9. Opera, VIII, Romae, 1570.
39 Quae enim lingua explicare sufficiat, vel quae ratio humana non obstupescat, cum cogitare caeperit quia Creator oritur ex creatura, Factor fit ex factura?” S. PETRUS DAMIANUS, In Nativitate B. M. V., Sermo 2. ML 144-742.
40 Luc. I, 51.
41 GIOVANNI DI S. BERNARDO, Vita, lib. 3, cap. 1.
42 “Non satiabar illis diebus (quando cioè fu battezzato a Milano) dulcedine mirabili considerare altitudinem consilii tui super salutem generis humani.” S. AUGUSTINUS, Confessiones, lib. 9, cap. 6. ML 32-769.
43 CEPARI, Vita, cap. 35. – PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 2, cap. 2, pag. 122.
44 “Cum amat Deus, non aliud vult quam amari: quippe non ad aliud amat nisi ut ametur, sciens ipso amore beatos qui se amaverint.” S. BERNARDUS, In Cantica, sermo 83, n. 4. ML 183-1183.
45 Le ed. napoletane del 1758 e 1779: a ciascuno.
46 “An non lucta, Dilectus meus mihi, et ego illi? Notam fecit dilectionem suam: experiatur et tuam. In multis enim tentat te Dominus Deus tuus.” S. BERNARDUS, In Nativitate B. V. M., Sermo De aquaeductu, n. 16. ML 183-446.
47 Le ed. venete 1760, 1779 hanno: e certo dagli uomini.
48 “Quidam monachus quadam vice stetit in choro cum cantaretur Incarnatus est de Spiritu, etc. Et cum alii fratres inclinarent se, ipse stetit cum erecto collo, et se non inclinavit. Adfuit diabolus dans ei alapam, dicens: “O monache ingrate, quomodo sic stas erecto collo? nonne audis quod cantatur, quod Deus propter te factus est homo? Si propter me miserum tantum fecisset, ego sibi in perpetuum me inclinarem.” MAGNUM SPECULUM EXEMPLORUM, Distinctio 9, Exemplum 75. Venetiis, 1618, pag. 608.
49 Infinitus enim thesaurus est hominibus; quo qui usi sunt, participes facti sunt amicitiae Dei. Sap. VII, 14.
50 “Aliud desidera, si maius, si melius, si suavius inveneris.” S. AUGUSTINUS, Enarratio II in Ps. XXVI, n. 23, in fine. ML 36-211.
51 Ps. XXVI, 1.
52 “QUand je dis qu' il ne faut rien demander ni rien désirer, j' entendis pour les choses de la terre, car pour ce qui est des vertus, nous les pouvons demander; et demandant l'amour de Dieu, nous les y comprenons, car il les contient toutes.” S. FRANCOIS DE SALES, Les vrais entretiens spirituels. XXI. (Euvres, VI, 384. – “Pour ce qui est des vertus, nous les pouvons et devons désirer et demander à Dieu; l'amour de Dieu les comprend toutes.” Méme ouvrage, VI. (Euvres, VI, 93. – Cf. Traité de l'amour de Dieu, liv.2, ch. 22.
53 “Non discernuntur facta hominum, nisi de radice caritatis… Nam multa fieri possunt quae speciem habent bonam, et non procedunt de radice caritatis: habent enim et spinae flores. Quaedam vero videntur aspera, videntur truculenta, sed fiunt ad disciplinam dictante caritate. Semel ergo breve praeceptum tibi praecipitur: Dilige, et quod vis fac. Sive taceas, dilectione taceas; sive clames, dilectione clames; sive emendes, dilectione emendes, sive parcas, dilectione parcas; radix sit intus dilectionis, non potest de ista radice nisi bonum exsistere.” S. AUGUSTINUS, In Epistolam Ioannis ad Parthos (I Io.), tractatus 7, n. 8. ML 35-2033. – Cf. nel nostro vol. I, Appendice, n. 3. pag. 400, 401.
54 “Sicut enim magnus ignis effugat muscas, sic a sua ardentissima mente et inflammatissima caritate daemones effugabantur et pellebantur, in tantum quod solum in modico non erant ausi respicere mentem eius, nec de magno spatio illi appropinquare.” (Non già S. Bonaventura, ma) S. BERNARDINUS SENENSIS, Sermo IV pro festivitatibus B. M. V., art. 3, cap. 2. Opera, IV, Venetiis, 1745, pag. 88, col 1. – Opera, Venetiis, 1591, Quadragesimale de Evangelio aeterno, Sermo 51, art. 3, cap. 2, II, 517.
55 Questa sentenza, non l'abbiamo incontrata né presso Riccardo di San Lorenzo, né presso Riccardo di S. Vittore. – Però, questa eccellenza di Maria, riguardo ai Serafini, nei loro propri caratteri, viene esposta con particolar profondità di dottrina ed ardor di divozione da S. ALBERTO MAGNO, Quaestiones super “Missus”, qu. 61, pag. 112, 113, ossia Mariale, cap. 194, pag. 416, 417.
56 “Quia igitur tota ardens fuit, omnes se amantes eamque tangentes incendit: unde dici potest similis cuidam lapidi pretioso, qui manus se tangentis adurit.” Opera S. Bonaventurae, Sermo I de B. V. M., Lugduni (iuxta ed. Romanam et Moguntinam), 1668, III, pag. 364, col 1. – NOVARINUS, Umbra Virginea, n. 300, pag. 131, col. 2, Venetiis, 1632: “Scite S. Bonaventura…: “ Quia, inquit, tota ardens fuit, omnes se amantes eamque tangentes incendit et sibi assimilat…”

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[Speciale Natale] Cosa rispondere a quelli che ‘Gesù non è mai esistito’ http://bibliotecaneval.altervista.org/speciale-natale-cosa-rispondere-quelli-che-gesu-non-e-mai-esistito/ Thu, 25 Dec 2014 02:23:14 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12473  http://radiospada.org/2014/12/speciale-natale-cosa-rispondere-quelli-che-gesu-non-e-mai-esistito/ Si incontrano ancora interlocutori che – in malafede, o affetti da semplice ignoranza – prentendono d’argomentare la non storicità dei Vangeli, la derivazione pagana dei culti cristiani e, ovviamente, l’inesistenza storica di Nostro Signore. Per loro sfortuna, però, la realtà non può contraddire il Creatore. Vediamo come, attraverso la confutazione delle due principali obiezioni […]

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Si incontrano ancora interlocutori che – in malafede, o affetti da semplice ignoranza – prentendono d’argomentare la non storicità dei Vangeli, la derivazione pagana dei culti cristiani e, ovviamente, l’inesistenza storica di Nostro Signore. Per loro sfortuna, però, la realtà non può contraddire il Creatore. Vediamo come, attraverso la confutazione delle due principali obiezioni degli increduli.

 

d52-th

 

Obiezione n. 1: I Vangeli sono inattendibili / (ergo) Gesù Cristo non è mai esistito.

Gli scritti evangelici si distinguono rispetto a tutti gli altri testi dell’antichità classica per una straordinaria ricchezza di manoscritti. Tutti i testi dell’antichità sono stati copiati a mano dagli amanuensi lungo i secoli, fino all’invenzione della stampa (nel 1450 circa). Questi manoscritti prendono il nome di papiri, codici, pergamene, rotoli, ecc. Quanto maggiore è il numero di manoscritti, tanto più si dice che l’opera è ben documentata. Ad esempio, dell’Iliade ed Odissea ci sono rimasti circa 600 manoscritti. Si tratta di un record. Infatti tutti gli altri capolavori antichi hanno un numero inferiore di manoscritti. Virgilio ne ha poco più di 100, Platone ne ha solo undici e così la maggior parte dei grandi autori dell’antichità. Tacito ne ha solo un paio e talora un unicum. Quando lo storico si domanda invece quanti siano i manoscritti del Nuovo Testamento (quattro Vangeli, Atti degli Apostoli, lettere paoline, lettere di Giovanni, Pietro, Giacomo, Giuda Taddeo, Apocalisse) rimane stupito dalla loro quantità.Abbiamo infatti circa 5.300 manoscritti greci, 8.000 latini, migliaia di traduzioni in lingue antiche quali armeno, siriaco, copto…! Complessivamente più di quindicimila manoscritti (l’elenco completo dei cinquemila manoscritti greci si può trovare in Nestle – Aland, “Novum Testamentum graece”, 27^ ed. Stuttgart, 1993, oppure nel testo di K. e B. Aland sotto citato). Il fatto più importante è che queste migliaia di manoscritti sono concordanti! Riportano cioè tutti lo stesso testo, parola per parola.Ovviamente ci sono errori ortografici o di trascrizione, come in ogni opera umana, ma questi errori non intaccano mai i contenuti fondamentali. Gli amanuensi hanno voluto rispettare con la massima fedeltà il testo originale, senza aggiungervi niente. Se nessuno dunque ha mai dubitato sull’autenticità di Platone o di Tacito, a maggior ragione nessuno dovrebbe dubitare sulla fedeltà di trasmissione dei testi evangelici che hanno migliaia di copie manoscritte. Si noti inoltre che ai più di 15 mila manoscritti bisogna aggiungere tutto il materiale delle citazioni degli scrittori cristiani dei primi tre secoli (i “Padri della Chiesa”) diffuse in tutto il mondo antico, dall’Europa, al nord Africa all’Asia: circa 20 mila citazioni!

E’ chiaro che i manoscritti sono tanto più preziosi, quanto più sono antichi. Anche qui il confronto con gli autori dell’antichità classica è impressionante. Si deve premettere che i manoscritti originali, autografi, scritti di propria mano dagli autori antichi, sono andati tutti perduti. Per lo stesso Dante non abbiamo il manoscritto autografo completo della Divina Commedia. L’autore classico che ha il manoscritto più antico è Virgilio; si tratta di una testo copiato circa 350 anni dopo la morte del poeta. Per tutti gli altri autori classici la distanza tra l’originale e il manoscritto più antico pervenutoci è molto superiore. Per Cesare, ad esempio, il codice più antico risale a 900 anni dall’originale. Per Platone ci sono 1300 anni tra originale e codice più antico. Quando invece gli storici studiano i manoscritti del Nuovo Testamento rimangono stupiti di fronte alla loro antichità. Possediamo centinaia di manoscritti che risalgono ai primi secoli. Per numerosi papiri la distanza tra testo autografo e manoscritto più antico si riduce a poche decine di anni. La datazione viene formulata in base a criteri paleografici (si conoscono le tipologie di scrittura nelle varie epoche), comparativi, archeologici e chimici. Per i manoscritti dei vangeli la documentazione risulta dunque estremamente più attendibile rispetto agli autori classici. I manoscritti più antichi sono: Papiro Rylands (P 52): forse il più antico documento dei Vangeli. Risale al 125 d. C. Fu ritrovato in Egitto e venne datato in base a criteri paleografici nel 1950 dal prof. Roberts. La datazione venne confermata dai maggiori filologi successivi. Quindi il Vangelo di Giovanni non poteva esser stato scritto, come dicevano alcuni studiosi, nel 150 o nel 200 d. C. ma fu scritto tra il 90 e il 100, perché per arrivare da Efeso (dove fu scritto l’originale) all’Egitto dovette intercorrere circa una generazione. Il papiro misura 9 x 6 cm, contiene 114 lettere greche. Papiro Bodmer II (P 66): venne pubblicato nel 1956. Contiene quasi per intero il vangelo di Giovanni. La pubblicazione suscitò grande scalpore tra gli studiosi; il papiro risale infatti a non oltre la metà del secondo secolo. E’ stato datato dal prof. H. Hunger di Vienna nel 1960. Questo manoscritto concorda perfettamente con i manoscritti maggiori del quarto secolo (Cod. Vaticano, Sinaitico, Alessandrino…). Dimostra così una fedeltà rigorosa nella copiatura degli amanuensi. Bodmer XIV, XV. (P. 75) del 200 d. C., papiro Chester Beatty II, (P 46, Bibl. di Dublino): 86 fogli, contiene 7 lettere di S. Paolo e risale al 70 circa ma potrebbe anche essere del II secolo. Vi sono poi i “codici maggiori” che contengono quasi per intero il Nuovo Testamento. Fra questi: il Codice Vaticano (B 03, Roma, Biblioteca Vaticana), 759 fogli; metà del quarto secolo. Il Codice Sinaitico, (01, Londra, Brit. Libr.) 346 fogli. Il Codice Alessandrino (A 02, Londra, Brit. Libr.) 773 pagine, metà quinto secolo. 15 manoscritti del III sec. 40 del IV sec. 43 del V sec.

Le ricerche filologiche degli ultimi anni hanno convinto numerosi scienziati che il frammento più antico in assoluto sia il Papiro P. 7 Q 5 (Rockfeller Lib. Gerusalemme), scoperto a Qumram, studiato da O’ Callaghan dal 1972 in poi. Contiene solo 11 lettere alfabetiche complete ed altre 8 parziali, disposte su 5 righe. Dallo studio di tutte le combinazioni possibili (una ricerca computerizzata – poi contestata – ha analizzato tutte le combinazioni della letteratura greca del Thesaurus Linguae Graece dell’Università di California Irvine: 3.700 autori, 91 milioni di lettere) risulta che l’unica compatibile è quella di Mc 6, 52-53. Questo papiro risale al 50 d. C. (a soli 20 anni dai fatti), in base allo stile paleografico, che è il cosiddetto ornato erodiano, utilizzato fino al 50 d.C. In ogni caso tutti i manoscritti di Qumram non possono essere posteriori al 68 d. C., anno in cui la comunità essena venne massacrata dalla legione romana Fretensis, per cui le grotte con i testi vennero sigillate per evitare la distruzione dei codici. [Fonte e approfondimenti] [Quidisponibili molti approfondimenti sul frammento 7Q5]

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Fonti ebraiche, romane e greche – tutte non cristiane – riportano con ricchezza e concordanza di particolari l’esistenza storica di Gesù. Un nutrito elenco comprende: Giuseppe Flavio, il “Talmud di Babilonia” e le “Diciotto benedizioni”, e le due opere polemiche che vanno sotto il nome di “Toledot Yeschu”; Tallo e Flegonte, l’epistolario tra Plinio il Giovane e Traiano, Svetonio, Tacito; la lettera di Mara bar Serapion, Luciano di Samosata, Celso. E’ da rilevare – dato interessante – come molte di queste fonti non gettino una luce favorevole sui discepoli e sui Cristiani, il che, se rende inaffidabile la loro descrizione della predicazione di Gesù e della fede dei primi discepoli, rende invece più credibile, in quanto “non interessata”, la loro attestazione della realtà storica degli avvenimenti riportati nei Vangeli. [Qui e qui approfondimenti]

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Obiezione n. 2: Natale è una festa pagana / di ispirazione pagana, priva di ogni legame con la storica, effettiva nascita di Gesù Cristo.

Secondo la vulgata corrente la festa del Natale era in origine un culto pagano, quello del Natale Solis Invicti, che cadendo al solstizio d’inverno celebrava la nascita del nuovo corso solare; solo in seguito la Chiesa avrebbe sostituito per motivi pastorali il culto pagano del sole nascente con la festa della nascita del nuovo sole dell’umanità, Gesù. Questa, in estrema sintesi, la storia come ce l’hanno raccontata. In realtà le cose stanno diversamente, ed ora è possibile affermare con precisione che Gesù nacque davvero un 25 dicembre. La scoperta si deve soprattutto ai lavori di due specialisti, Annie Jaubert e Shemariahu Talmon.

Se Gesù è nato un 25 dicembre, il concepimento deve essere avvenuto, ovviamente, 9 mesi prima. E non a caso il calendario cristiano pone al 25 marzo l’Annunciazione a Maria. Ma l’evangelista Luca ci dice anche che giusto sei mesi prima era stato concepito Giovanni Battista. Quel concepimento, che non viene ricordato nella Chiesa d’Occidente, le  antiche Chiese bizantine  lo celebrano solennemente tra il 23 e il 25 settembre, appunto sei mesi prima dell’Annunciazione a Maria. Il Vangelo di Luca si apre con la storia di Zaccaria ed Elisabetta, ormai rassegnata alla sterilità. Sempre da Luca sappiamo che Zaccaria  apparteneva alla classe sacerdotale di Abìa, e che quando ebbe l’apparizione “officiava nel turno della sua classe“.

Ora bisogna sapere che nell’antico Israele i sacerdoti erano divisi in 24 classi le quali, dandosi il turno con una cadenza fissa, prestavano servizio liturgico nel tempio per una settimana, due volte l’anno. Si sapeva anche che la classe di Zaccaria nell’elenco ufficiale era l’ottava, senza conoscere però quando cadevano i suoi turni di servizio. E qui entra in gioco il professor Talmon. Lavorando sui testi esseni di Qumran e sul calendario del Libro dei Giubilei, lo studioso è riuscito a precisare in quale ordine cronologico si susseguivano le 24 classi sacerdotali (per inciso: l’articolo in cui Talmon dava ragione delle sue scoperte risale addirittura al 1958: verrebbe da chiedersi come mai ci siano voluti decenni perché arrivasse al grande pubblico). Alla classe di Abìa toccava il servizio liturgico al Tempio due volte l’anno, ed una di quelle volte capitava proprio nell’ultima settimana di settembre! Le Chiese bizantine avevano dunque ragione a celebrare tra il  23 e il 25 settembre l’annuncio a Zaccaria. Si aveva così un fondamento “storico” esterno all’ambito liturgico, biblico e patristico, di un’antichissima tradizione.

Questa, in sintesi, la successione dei fatti, disposti su un arco temporale di 15 mesi: il 23 settembre l’annuncio a Zaccaria e il concepimento di Giovanni; il 25 marzo, sei mesi dopo, l’annuncio a Maria e il concepimento di Gesù; il 24 giugno, tre mesi dopo, la nascita di Giovanni; sei mesi dopo, il 25 dicembre, la nascita di Gesù. [Fonte]

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Un dossier di grande scorrevolezza sul tema della data di nascita di Nostro Signore e sull’origine della tradizione del 25 dicembre è disponibile qui e ne consigliamo la lettura, soprattutto per la puntualità con cui vengono riportate (e accantonate) le argomentazioni avverse.

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Incarnazione e gnosticismo: due vie, un’eternità http://bibliotecaneval.altervista.org/incarnazione-e-gnosticismo-due-vie-uneternita/ Wed, 24 Dec 2014 00:55:27 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12468 Nuovo articolo di Radio Spada 24.12.2014 by jeannedarc di Alessandro Pini “In propria venit, et sui eum non recepèrunt… Et Verbum caro factum est, et habitavit in nobis” Premessa Tra pochi giorni nel mondo si festeggerà la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo, il Verbo incarnato, il (vero ed unico) Messia promesso ed annunciato dai profeti, […]

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Nuovo articolo di Radio Spada

24.12.2014

by jeannedarc

di Alessandro Pini

“In propria venit, et sui eum non recepèrunt…
Et Verbum caro factum est, et habitavit in nobis”

Premessa

Tra pochi giorni nel mondo si festeggerà la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo, il Verbo incarnato, il (vero ed unico) Messia promesso ed annunciato dai profeti, la seconda persona della SS. Trinità che assunse un corpo per salvare l'uomo schiavo del peccato e per liberarlo dalle mani dei suoi nemici poiché «la nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.» (Ef. 6,12)

La nascita di Gesù a Betlemme svela il mistero dell'Incarnazione, il compimento delle promesse divine circa la redenzione e riconciliazione tra l'uomo e il Creatore «infinitamente» offeso dal peccato dei nostri progenitori e dai successivi tradimenti, tanto che «gli uomini, avendoLo abbandonato, scolpivano statue antropomorfe da adorare offendendo il Creatore».

Manifesta inoltre il sommo amore di Dio per l'uomo, creatura fatta a sua immagine e somiglianza (Genesi), ma degradata dal peccato che gli aveva fatto perdere l'amicizia di Dio e la grazia santificante.

Così San Bernardo: «quale prova migliore della sua bontà poteva dare se non assumendo la mia carne? (…) Nulla mostra maggiormente la sua misericordia che l'aver egli assunto la nostra stessa miseria… grande certo è la bontà di Dio e certo una grande prova di bontà egli ha dato congiungendo la divinità con l'umanità.» (1)

Questa nascita è soltanto l'inizio della Redenzione operata da Cristo, infatti tutta la sua vita fu un'offerta verso il Padre per la nostra salvezza, dalla discesa dal Cielo fino al Calvario, dal freddo della grotta alla gelida punta della lancia che squarciò il suo divin Cuore, e questo dovrebbe farci riflettere circa l'amore di Dio per noi e la nostra colpevole tiepidezza.

« Signore, che cosa è mai l'uomo perché te ne curi e a lui rivolgi la tua attenzione?» (Sal 8,5).

Mistero d'Amore, contrastato dall'invidia e dalla superbia del Nemico, Lucifero, l'angelo ribelle più grande ed eccellente tra gli angeli (Summa Theologiae), il quale – secondo l'opinione di diversi Padri della Chiesa – pronunciò il suo famoso “non serviam” proprio quando gli fu preannunciato il piano divino relativo alla futura Incarnazione del Verbo.

Egli fu seguìto da molti altri angeli ribelli che sdegnati per la «scelta» divina dell'unione ipostatica del Verbo con la natura umana – di per sé inferiore a quella angelica – intrapresero la loro lotta contro Dio e l'uomo da Lui tanto amato.

Dio avrebbe mostrato loro la futura immagine dell'uomo-Dio, Gesù Cristo, comandando di adorarLo e servirLo quale loro Capo e legislatore.

Questa «ipotesi» è supportata anche dal seguente versetto evangelico: «Quando [Dio] introduce il primogenito nel mondo, dice: Lo adorino tutti gli angeli di Dio.» (2)

Coloro i quali rifiutarono l'Incarnazione del Verbo divennero angeli cattivi per loro colpa e furono vinti dalle schiere angeliche guidate da San Michele Arcangelo il cui nome in ebraico significa appunto «Chi è come Dio». (Apocalisse, 12,7)

Questo episodio biblico dovrebbe far tremare i polsi a noi tutti, ma in particolar modo a coloro i quali ancora oggi imitano quegli angeli apostati e ribelli, negando l'Incarnazione di Dio nel seno della Vergine Maria e la sua Risurrezione.

Sembra impossibile che ancora oggi – dopo duemila anni di miracoli, martiri, profezie avverate, la sopravvivenza stessa della Chiesa Cattolica, le innumerevoli conversioni, i santi… – esistono persone che dubitano e/o rigettano la fede in Gesù Cristo e quindi nella SS. Trinità.

Ad essere onesti gran merito va dato a chi ha operato in tal senso, ossia le varie sétte che durante il corso dei secoli si sono succedute e scambiate il testimone nella lotta alla Verità, la cui depositaria e custode resta solo e soltanto la Chiesa Cattolica in continuità con la Tradizione risalente agli Apostoli stessi del Signore Nostro.

Ed eccoci quindi arrivati al nucleo della questione.

La guerra alla Verità, genesi e sviluppi

Abbiamo appena visto come la rivolta di Lucifero sia stata causata dalla superbia e dall’amore disordinato verso la sua natura angelica, che ispirarono a questo magnifico angelo la ribellione al piano di Dio e quindi la lotta alla Verità stessa, al Logos divino incarnatosi in Gesù Cristo.

Questa guerra alla Verità ed in particolar modo alla sua incarnazione, si manifestò fin dal principio in lui, perciò nel Santo Vangelo leggiamo che egli è “il padre della menzogna”, “omicida fin dal principio” ed in lui “non c’è verità” poiché egli “non perseverò nel vero” (Gv 8,44).

Nel Catechismo di San Pio X, compendio della dottrina cristiana, troviamo:

“Gli angeli furono tutti fedeli a Dio?

No, gli angeli non furono tutti fedeli a Dio, ma molti di essi per superbia pretesero essere uguale a lui e da lui indipendenti; e per questo furono esclusi per sempre dal paradiso e condannati all’inferno.”

Nel Catechismo breve promulgato sempre da San Pio X, possiamo leggere:

“I demoni chi sono?

I demoni sono angeli ribellatisi a Dio per superbia e precipitati nell’inferno, i quali, per odio contro Dio, tentano l’uomo al male.”

L’eco di questa ribellione e odio verso il genere umano lo si trova senza ombra di dubbio nell’episodio biblico nel quale il serpente antico (Satana) tenta Adamo ed Eva – suggerendo loro che sarebbero diventati come Dio (Gen, 3,5) – per associarli alla sua ribellione e alla dannazione eterna.

Nostro Signore è quindi venuto sulla Terra assumendo la nostra natura (mantenendo la divinità) per liberarci dai lacci del Maligno, ma egli – ormai escluso eternamente dal Regno – tenta di distruggere il piano di salvezza con la sua attività ed intelligenza, la quale mira alla perdizione dell’uomo in quanto creatura di Dio e quindi ispira continuamente dottrine perverse che combattono la Rivelazione e illudono l’uomo circa il suo essere.

San Tommaso d'Aquino, Duce degli studi, a tal proposito insegna che soltanto Dio è l 'Essere per sé sussistente, causa incausata del mondo, mentre tutte le altre creature hanno l’essere, lo ricevono o lo partecipano: sono enti per partecipazione, mentre Dio è l’Ente per essenza.

«Quanto alla natura dell’essere, solo Dio sussiste unico e semplicissimo;tutti gli altri enti che partecipano l’essere hanno un’essenza che riceve e limita l’essere, e sono composti di essere ed essenza come due princìpi realmente distinti tra loro»

Questa distinzione è fondamentale per non cadere nell'errore che identificherebbe la creatura con il Creatore, l'uomo con Dio in quanto Atto puro.

Dopo questa breve ma necessaria parentesi “filosofica” proseguiamo con il nostro discorso per concentrarci su quella falsa dottrina e vera contro-filosofia denominata gnosticismo; veleno mortale che non appartiene più (soltanto) ad alcune sétte o movimenti, ma è diventato fenomeno di massa, vera e propria mentalità, “mal-senso” che ispirata dal Nemico ha attraversato i secoli e la storia, minando fin dal principio l'esistenza della Chiesa e la purezza della Fede.

Queste dottrine hanno origini antichissime e sono il riflesso del satanico “non serviam” che sviò fin dal principio l'umanità, dando origine ad una tradizione spuria (gnostico-cabalistica), nella quale l'uomo si distacca dalle verità rivelate per creare una propria visione di Dio e del mondo, una costruzione allucinata e fantastica della realtà che non accetta né la Verità, né la Provvidenza.

Questo serpente velenoso (gnosticismo) striscia ed insidia l'umanità che non accoglie la Redenzione operata dal Cristo con la sua Incarnazione, Morte e Risurrezione, e lo fa servendosi dell'orgoglio umano, ferito dal peccato originale e sempre pronto a seguire l'angelo decaduto che propone sempre la via migliore per l'infelicità eterna.

Tali concezioni hanno in comune molti aspetti. Nonostante epoche diverse separano l'una dall'altra, queste dottrine gnostiche-luciferine svelano un unica trama che rende manifesta la lotta tra il Bene e il Male, tra la Città di Dio e quella terrena, tra Dio e Satana.

Elenchiamo sommariamente alcune tesi che uniscono gli elementi di questo disegno in contrapposizione al piano divino di salvezza:

  • il mondo è una realtà degradata dalla quale dobbiamo fuggire, frutto di una frattura ed opera di un Dio malvagio ed oscuro (quello dell'autentica rivelazione mosaico-cristiana).
  • inconcibialità tra materia/carne e spirito, poiché la prima attribuita al dio malvagio (Adonai) e la seconda al dio buono (l'En-Sof) che non è altro che Satana (secondo la dottrina cristiana).
  • la salvezza proviene dall'uomo gnostico che possiede una conoscenza (= gnosi, dal greco), consapevole della propria “deità” e perciò in grado di redimersi e quindi tornare nel mondo perfetto (Pleroma).
  • disprezzo profondo per il limite e la legge morale. La natura e le sue leggi non sono il riflesso della Provvidenza bensì le catene che opprimono l'uomo.
  • azione per la rigenerazione del mondo/ speranza in un futuro migliore, ritorno all'Unità (indifferenziazione sessuale), mito del progresso.
  • l'uomo è DIO. Il mondo e l'uomo sono emanazioni della sostanza della divinità.
  • negazione del peccato.

 

Dopo questo breve elenco appare chiaro che tale visione è in netta contrapposizione con la concezione cristiana che afferma che il mondo e la storia hanno un valore eminente in quanto in essi si incarna il Logos di Dio.

Questa opposizione pervade l'intera storia dell'umanità e si concluderà soltanto con il Trionfo finale di Dio e la sconfitta dei suoi nemici.

Il rifiuto dell'incarnazione del Verbo mostra l'orrore tipicamente gnostico per la materia/carne, e lo scandalo per la scelta divina di sporcarsi con il fango della natura umana svela il vero autore di tali dottrine; ossia Lucifero, il primo gnostico che – come abbiamo già detto precedentemente – si rifiutò di servire ed adorare Gesù Cristo proprio per la sua duplice natura di vero Dio e vero uomo.

E' quindi evidente l'origine dell'odio per la materia da parte gnostica: ricorda infatti all'ispiratore di tale contro-filosofia la sua sconfitta e condanna eterna.

Tale avversione implica una totale disconnessione dell'individuo dalla realtà ed un capovolgimento della stessa, che sovverte ogni principio dettato dalla retta ragione e dal senso comune, per costruire un castello dalle fondamenta immaginarie che prima o poi crollerà, non senza aver mietuto vittime (anime).

Questa opposta visione, queste due vie, entrano necessariamente in lotta l’una contro l’altra; da una parte la Chiesa, dall’altra la Contro-Chiesa, la vera Tradizione si scontra con quella spuria ed il risultato di tale scontro qualifica e denota la società stessa.

 

 

Chiesa e Contro-Chiesa

Don Julio Meinvielle insegna (3) che la vera Tradizione, la cui fonte è Dio stesso (verità rivelate) fu degradata e corrotta da un insieme di culti e dottrine qualificabili con il nome di Càbala, dottrina e pratica magica, esoterica e gnostica che identifica il mondo e l’uomo con Dio e rifiuta la grazia come espressione di amore ed unica via di salvezza per l’uomo, alla quale sostituisce tecniche e riti di origine demoniaca.

Predica il culto dell’Uomo in quanto divino per propria natura e rigetta clamorosamente la salvezza mediante Gesù Cristo; fatto che testimonia la continuità di pensiero tra la tradizione spuria (rabbinico-farisaica) prima della venuta del Salvatore e dopo la sua Morte e Risurrezione (talmudismo cabalistico).

Il pervertimento della Rivelazione – ad opera della Sinagoga infedele – ha dato origine a queste dottrine e, come agì per combattere e sviare l’autentica depositaria (Sinagoga mosaica) dell’Antico Testamento, così fece per la Chiesa Cattolica fin dalla sua nascita, in quanto nuova ed ultima custode e depositaria dell’autentica Tradizione risalente alle origini del mondo.

Così il Meinvielle:

"Vi sono giudei che cercano di distruggere il cristianesimo dall'esterno, perseguitando Cristo e i cristiani; altri dall'interno, corrompendolo con la càbala. Quest'ultimo tentativo produce il fenomeno dello 'Gnosticismo cristiano'. Come tentarono di distruggere il messaggio mosaico della Rivelazione divina, così tenteranno di distruggere anche il cristianesimo".

“Lo Gnosticismo è l'intento di rendere giudaico o cabalistico il cristianesimo”.

Questa ultima frase illumina come un lampo lo stato presente della Chiesa e quindi della società stessa; l’uomo infatti in questi ultimi secoli ha rinnegato Dio, ha rigettato la Verità in cambio di “libertà” per seguire il proprio Io di gnostica memoria o ha creduto al Nuovo Cristianesimo (pancristico) – intriso di gnosticismo – quindi spurio e nocivo.

Infatti possiamo notare come dal Concilio Vaticano II in poi la mentalità gnostica sia penetrata anche all’interno della Chiesa Cattolica, per deturpare la Sposa di Cristo e trascinare milioni di anime all’inferno.

La Contro-Chiesa infatti ha cessato di essere una realtà (completamente) distinta e si è insidiata all’interno della vera Chiesa per conquistarla e promuovere così la falsa dottrina che pretende di salvare l’uomo senza l’aiuto divino, poiché “per la Càbala l’incarnazione esiste nel fatto e pel fatto dell’intera creazione”. (4)

La frase appena citata risale ad un rabbino talmudista del '900, ma è soltanto l’anticipo, il preludio alla nuova dottrina della “Chiesa conciliare” che preannuncia il culto dell’Uomo come ultima fase di una trionfante marcia dell’umanità verso la Felicità. (5)

Anche in questo caso emerge la mentalità gnostica circa la fuga dal reale per correre sfrenatamente verso un mondo nuovo, il mito del progresso che si realizzerà soltanto infrangendo il limite e la legge: ancora una volta il comportamento dell’uomo riflette la ribellione degli angeli decaduti. Niente più dogmi, nessuna Chiesa è necessaria, l’uomo basta a sé stesso e con la conoscenza (gnosis) riuscirà a riscoprire il divino che è in lui e raggiungere lo stato originario, il Pleroma.

Questa malattia (dello spirito) purtroppo ha colpito anche le più alte gerarchie ecclesiastiche, segnando così l’apparente vittoria della Tradizione spuria nei confronti della Verità, offuscata dai suoi stessi ministri, ormai in balìa della modernità caratterizzata appunto dalla menzogna che conduce alla follia, al Nulla, alla morte (eterna).

Il rimedio: la carne di Cristo

Abbiamo appena esaminato – seppur approssimativamente – lo stato delle cose attuali ed è emerso chiaramente che la Chiesa e la società attuale sono pervase dallo spirito gnostico, avversario dello Spirito Santo e mietitore di anime.

In tale contesto, cosa deve fare un autentico soldato di Cristo, quindi ogni cresimato..?

La risposta è nel Vangelo, e nello svolgersi della storia troviamo la conferma alla mirabile dottrina cristiana che promette la libertà a chi persiste nella Verità (Giovanni 8, 32).

La risposta è proprio il Verbo di Dio tanto odiato dalle schiere infernali quanto amato ed adorato dagli angeli fedeli; Egli è sceso dal Cielo per salvarci e assumendo la nostra natura umana ha dato prova di grande amore e fedeltà alle promesse.

L’odio gnostico per la materia, il mondo e quindi per il genero umano (Creazione) puzza di zolfo. Tale sgradevole odore svela però la grande paura di Satana nei confronti della carne di Cristo, la stessa che da sempre conquista le anime e le strappa dagli artigli del dragone infernale.

Qui risiede il vero rimedio alla malattia che ha colpito l’intera umanità, qui troviamo l’antidoto all’incredulità ed alla superbia: l’Incarnazione del Verbo e con essa la Sua carne che fortifica e salva poiché “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.”.

“Fate in modo di non perdere nessuna Comunione – raccomanda S. Margherita M. Alacoque – ; noi non sapremmo dare maggior gioia al nostro nemico, il demonio, che ritirandoci da Gesù, il quale gli toglie il potere che ha sopra di noi”.

Ecco svelato l’odio e il timore per la carne. In essa siamo salvi. Dalle Sue piaghe siamo stati guariti.

Dio ha mantenuto la promessa di salvezza mandando il proprio Figlio nella carne, ma quel Bambino – che contemplarono i pastori e i Magi – noi lo riceviamo nell’Eucarestia, fonte di vita e santità per l’uomo malato che, come la realtà mostra, non può trovare la (vera) felicità se non nell’Infinito.

Questo Infinito noi cristiani lo troviamo realmente nel SS.mo Sacramento, non lo si cerca nella menzogna come fa l’uomo gnostico, non nell’illusione di un futuro paradiso sulla terra, bensì qui ed ora (hic et nunc), Dio ci ha concesso questo straordinario mezzo di salvezza ed in esso troviamo la grazia necessaria per raggiungere il Paradiso.

Egli è veramente l’Emmanuele, Dio con noi. (Matt. 1, 23)

Le apparizioni di Fatima ci ricordano quale sia lo stato appropriato per ricevere la Santa Comunione: innanzitutto bisogna trovarsi in stato di grazia ed è necessario compiere atti di adorazione. L’angelo inviato da Dio infatti si presentò ai fanciulli in adorazione del SS.mo Sacramento, prostrato a terra di fronte all’Ostia Santa, e soltanto successivamente insegnò loro questa bellissima preghiera:

“Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, io Vi adoro profondamente e Vi offro il Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo, presenti in tutti i Tabernacoli del mondo, in riparazione degli oltraggi, sacrilegi e indifferenze da cui Egli stesso viene offeso. E per i meriti infiniti del Suo Sacratissimo Cuore e per l’intercessione dell’Immacolato Cuore di Maria, Vi domando la conversione dei poveri peccatori”.

San Tommaso insegna che Dio invia i Suoi profeti sulla terra ad ogni generazione, non per dare al mondo una nuova dottrina, ma per ricordare ai fedeli ciò che devono fare per la salvezza delle loro anime (Summa Theologiae).

La misericordia e la somma bontà di Dio ancora una volta vennero in nostro aiuto, poiché Egli ben sapeva che gli uomini – in primis “i suoi” – lo avrebbero dimenticato ed abbandonato nella sua prigione d’amore (Tabernacolo).

Conclusione

Noi – uomini del terzo millennio – ci troviamo davanti ad un bivio, lo stesso intravisto da tutti coloro che ci hanno preceduto: “Io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; ti comando di amare il Signore tuo Dio, di osservare i suoi comandamenti, perché tu viva. Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi, io vi dichiaro oggi che certo perirete” (Dt 30, 15-20).

Queste sono le opzioni, non ve ne sono altre, o con Lucifero o con “Colui che è”.

Queste le parole di Dio a Santa Caterina da Siena: “"Figlia mia tu sei colei che non è; Io sono Colui che è".

Ricordiamoci sempre che riceviamo l'essere da Dio, a Lui dobbiamo ogni onore e gloria, Egli è il nostro fine e soprattutto quando infuria la lotta non dobbiamo sottrarci al nostro dovere di Milites Cristi ma difendere – secondo le nostre possibilità – la Verità dachiunque essa sia minacciata.

Accettare l'Incarnazione del Verbo – e con essa la sua Volontà – oppure rifiutarla e militare sotto lo stendardo satanico, infatti “Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro”.

Concludo ricordando che la virtù essenziale per sfuggire alla mentalità gnostica è l'umiltà, “madre, radice, nutrice, fondamento e legame di tutte le altre virtù” dice San Giovanni Crisostomo.

Il Vangelo rincara la dose e ci ricorda che siamo (soltanto) servi inutili (Lc 17,10).

In questo tempo di Natale affidiamoci quindi ai modelli di saggezza ed umiltà che sono Maria Santissima e San Giuseppe suo castissimo sposo. Intercedano essi per noi, affinché in questi tempi oscuri e drammatici, prevalga la Luce che illumina il mondo e ci aiutino a non essere tra coloro che la rifiutano – poiché ancora troppo carnali e superbi – ma tra gli eletti che la accolgono e si lasciano trasformare da essa.

“Da nobis, quæsumus, Dómine, Unigéniti Fílii tui recensíta nativitáte vegetári, cuius cælésti mystério páscimur et potámur.”


(1) Dai “Discorsi” di San Bernardo, abate.
(2) Lettera agli Ebrei (1,6).
(3) “Influsso dello gnosticismo ebraico in ambiente cristiano” J. Meinvielle.
(4) Elia Benamozegh (1823-1900) talmudista, cabalista, è stato uno dei maggiori rabbini italiani del XX secolo.
(5) “Gaudium et Spes” n.° 22 (anno 1965): “per il fatto stesso che il Verbo si è incarnato, si èunito ad ogni uomo”, Giovanni Paolo II (1986): “L’Incarnazione […] significa assunzione di […] tutta l’umanità, di tutto il mondo visibile e materiale”, Paolo VI (1965): «la religione del Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione dell’uomo che si fa Dio. Cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Tale poteva essere; ma non è avvenuto. […]. Una simpatia immensa verso ogni uomo ha pervaso tutto il Concilio. Dategli merito almeno in questo, voi umanisti moderni, che rifiutate le verità, le quali trascendono la natura delle cose terrestri, e riconoscete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, più di tutti, abbiamo il culto dell’uomo.»

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Chi è l’uomo e da dove viene? http://bibliotecaneval.altervista.org/chi-e-luomo-e-da-dove-viene/ Tue, 23 Dec 2014 17:11:46 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12466  ottobre 2014   LA DOTTRINA AUTENTICA DELLA CHIESA       Prima puntata   Chi è l’uomo e da dove viene   Le prime grandi domande antropologiche riguardano l’origine dell’uomo (da dove viene) e la sua essenza (chi è). La Rivelazione offre delle risposte molto precise a tali domande, risposte che il Magistero autentico della […]

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 ottobre 2014
 

LA DOTTRINA AUTENTICA DELLA CHIESA
 
 

 
Prima puntata
 
Chi è l’uomo e da dove viene
 
Le prime grandi domande antropologiche riguardano l’origine dell’uomo (da dove viene) e la sua essenza (chi è). La Rivelazione offre delle risposte molto precise a tali domande, risposte che il Magistero autentico della Chiesa, nel corso dei secoli e sotto le provocazioni incalzanti di varie e opposte eresie, ha ampiamente contribuito a focalizzare e precisare, di modo che il “patrimonio antropologico” di cui dispone la dottrina cattolica brilla per puntualità e chiarezza ed è assolutamente in grado, purché sia conosciuto, di fronteggiare gli errori di ieri, di oggi e di sempre.
Circa l’origine dell’uomo, il libro della Genesi parla molto chiaramente: il primo uomo è stato creato da Dio, prendendo dalla terra la sua parte materiale ed infondendovi direttamente lo spirito o anima razionale (cf Gen 2,7). La prima donna fu “tratta dall’uomo”, e quindi a lui legata per vincolo di generazione diretta (Gen 2,21-22). La creazione tutta – e dell’uomo in particolare – fu opera perfetta (avvenuta in sette giorni e “cosa “molto buona”, come si legge in Gen 1,31), ma successivamente fu rovinata e degradata dal peccato originale commesso dall’uomo su proposta della donna e istigazione dell’antico serpente (Gen 3). Questo peccato provocò i primi grandi disordini e il primo fratricidio di Caino nei confronti di Abele (Gen 4,8) e una successiva massiccia e spaventosa degradazione del genere umano, fino a far “pentire” Dio di aver creato l’uomo (Gen 6,6). Il Signore, tuttavia, anziché far perire l’intera creazione e, in essa, il suo capolavoro, fatto a sua immagine e somiglianza, preferì preservarne una parte eletta (tra cui Noè e i suoi tre figli con relative mogli) per concedere un nuovo inizio all’umanità (Gen 6-9). Infine la superbia prevaricatrice dell’uomo, dopo la consolidazione e la proliferazione dei discendenti di Noè scampati dal diluvio (Gen 10), causò la dispersione e la divisione del genere umano in lingue e razze distinte, come ci insegna l’episodio della torre di Babele (Gen 11). Dopo di che, intorno al 1850 a.C., Dio inizia la sua storia particolare di salvezza con Abramo (Gen 12), da cui prenderà origine il popolo dell’Antica Alleanza (gli Ebrei) e da cui nascerà il Salvatore di tutti destinato ad allargare ad ogni uomo di ogni razza, di ogni luogo e di ogni tempo la sua azione salvifica universale. Questa, in brevissima sintesi, la dottrina biblica sull’origine e il mistero dell’uomo.
Volendo sintetizzare i punti essenziali possiamo dire che: l’universo è una realtà perfetta (questo significa creazione in sette giorni) creata da Dio; l’uomo, anch’esso creato da Dio, è il capolavoro e il vertice della creazione; dal primo uomo discende la totalità del genere umano; i primi uomini hanno commesso un grave peccato che comporta delle conseguenze disastrose su loro, i loro discendenti e sull’intera creazione; da questo peccato parte un processo di progressiva “involuzione” degradante dell’uomo che solo la mano provvidente di Dio riesce ad arrestare, concedendo una sorta di “seconda possibilità” all’umanità.

 

Nell’esporre i dati del magistero su queste questioni non seguirò l’ordine cronologico. I primi due grandi Concili antropologici, infatti (il Concilio di Cartagine del 418 e il Concilio di Orange del 529), come vedremo, sono dedicati a puntualizzare la dottrina cattolica sul peccato originale. A proposito della creazione dell’uomo, invece, è bene cominciare dalle affermazioni dogmatiche del Concilio Lateranense IV (del 1215) che afferma testualmente: “Crediamo fermamente e confessiamo che il solo unico e vero Dio […] con la sua onnipotente virtù, insieme, all’inizio del tempo, ha creato dal nulla, l’una e l’altra creatura, quella spirituale e quella materiale, cioè gli angeli e il mondo, e poi l’uomo, in certo modo partecipe di entrambe, composto di anima e corpo. Il diavolo, infatti, e gli altri demoni sono stati creati buoni per natura, ma sono diventati malvagi da se stessi. E l’uomo ha peccato per suggestione del diavolo” (Denz. 800). Nel prossimo articolo ci occuperemo di confutare le obiezioni della “scienza” (vera o presunta) a tale dottrina. Intanto vogliamo citare un altro importantissimo testo magisteriale, assai più recente, del venerabile papa Pio XII, in cui si condanna l’errore (oggi molto diffuso soprattutto grazie alle tesi darwiniste) del poligenismo, ovvero l’idea che il genere umano possa derivare non da un solo progenitore (Adamo) ma da più ceppi di discendenza. Nell’Humani generis, il Sommo Pontefice, dopo aver in certo modo “aperto” allo studio dei sani dati oggettivi provenienti dalla scienza autentica (anche in tema di evoluzione), ammonisce in questo modo teologi e fedeli: “Alcuni agiscono come se fosse già dimostrata con totale certezza l’origine del corpo umano dalla materia organica preesistente, valendosi di dati indiziali finora raccolti e di ragionamenti basati sui medesimi indizi; e ciò come se nelle fonti della divina Rivelazione non vi fosse nulla che esiga, in questa materia, la più grande moderazione e cautela. Però quando si tratti dell’altra ipotesi, cioè del poligenismo, allora i figli della Chiesa non godono affatto della medesima libertà. I fedeli non possono abbracciare quell’opinione i cui assertori insegnano che dopo Adamo sono esistiti qui sulla terra veri uomini che non hanno avuto origine, per generazione naturale, dal medesimo come progenitore di tutti gli uomini, oppure che Adamo rappresenta l’insieme di molti progenitori; non appare in nessun modo come queste affermazioni si possano accordare con quanto le fonti della Rivelazione e gli atti del Magistero della Chiesa ci insegnano circa il peccato originale, che proviene da un peccato veramente commesso da Adamo individualmente e personalmente e che, trasmesso a tutti per generazione, è inerente a ciascun uomo come suo proprio”. Dunque il Pontefice esorta ad essere anzitutto cauti nell’accogliere quei dati “scientifici” di per sé non formalmente e direttamente contrari alla Rivelazione (= non si può escludere che la materia dell’uomo, come del resto suggerisce lo stesso testo biblico, venga da materia organica preesistente, ferma restando la creazione diretta dall’anima da parte di Dio); ma ammonisce dal rigettare risolutamente quei dati che contrastano con la discendenza del genere umano dall’unico capostipite, dal momento che la dottrina del peccato originale, costituisce il cuore e il perno assolutamente fondante di tutta l’antropologia e la soteriologia cattolica. Se questa cade, come vedremo, cade con lei gran parte della dottrina sull’uomo, su Cristo, sulla Chiesa, sui sacramenti e sui novissimi. E con lei gran parte della nostra santa e divina fede cattolica.
 

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Don Giorgio Bellei commenta Benigni http://bibliotecaneval.altervista.org/don-giorgio-bellei-commenta-benigni/ Tue, 23 Dec 2014 00:42:55 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12455 Claudio Lodovichetti 22 dicembre 2014   Sono d'accordo con Don Giorgio! Benigni non mi è piaciuto e non mi sono piaciuti quei prelati, Bergoglio compreso, che si sono complimentati con Benigni per il suo show. Non mi piaceteeee!!! Il vostro agire non mi piaceeee!!! Allora, non scrivetemi dicendo che sono fuori strada io, perché fuori strada […]

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Claudio Lodovichetti

22 dicembre 2014

 

Sono d'accordo con Don Giorgio!

Benigni non mi è piaciuto e non mi sono piaciuti quei prelati, Bergoglio compreso, che si sono complimentati con Benigni per il suo show. Non mi piaceteeee!!! Il vostro agire non mi piaceeee!!!

Allora, non scrivetemi dicendo che sono fuori strada io, perché fuori strada sono tutti i Benigni e tutti quelli che la pensano come lui!!!

Io sto con Cristo e con quei sacerdoti dalla Fede virile, soldati di Cristo, che non si piegano davanti al rispetto umano e al compromesso col mondo.

Sto con quei vescovi come Burke, Brandmueller, Mueller, che hanno avuto il coraggio di denunciare la cattiva piega dei vescovi modernisti supportati da Bergoglio, che volevano santificare con la Comunione quello che da 2000 anni si chiama ADULTERIOOOO!!!

74 vescovi fedeli a Dio hanno detto NOOOOO!!! A questa bestemmia!!! 
104 hanno detto Sì, tradendo di nuovo Cristo come fece Giuda!!!

Queste cose vanno dette!!!
Queste cose si devono sapere!!! 
Se anche tappereste la bocca di tutti i figli di Dio, parlerebbero le pietreeee!!!

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Il Principe muore per dare la vita al verme http://bibliotecaneval.altervista.org/il-principe-muore-per-dare-la-vita-al-verme/ Mon, 22 Dec 2014 23:56:37 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12443 Nuovo articolo su Radio Spada   by jeannedarc     Sant'Alfonso M. de' Liguori, Novena di Natale   MEDITAZIONE I Dell'amore di Dio in farsi uomo Consideriamo l'amore immenso che Iddio ci dimostrò in farsi uomo per ottenere a noi la salute eterna. Pecca Adamo il nostro primo padre, e ribellandosi a Dio vien discacciato dal paradiso […]

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Nuovo articolo su Radio Spada
 
 
gesu-misericordioso1
 

Sant'Alfonso M. de' Liguori,
Novena di Natale

 

MEDITAZIONE I
Dell'amore di Dio in farsi uomo

Consideriamo l'amore immenso che Iddio ci dimostrò in farsi uomo per ottenere a noi la salute eterna.
Pecca Adamo il nostro primo padre, e ribellandosi a Dio vien discacciato dal paradiso e condannato alla morte eterna con tutti noi suoi discendenti. Ma ecco il Figlio di Dio che vedendo perduto l'uomo, per liberarlo dalla morte si offre a prendere carne umana ed a morire giustiziato in croce.

Ma, Figlio, par che allora gli dicesse il Padre, pensa che in terra dovrai fare una vita umile e penosa. Dovrai nascere in una grotta fredda ed esser posto in una mangiatoia per bestie. Dovrai bambino fuggire in Egitto per scampare dalle mani di Erode. Ritornato dall'Egitto dovrai vivere in una bottega da umile garzone, povero e disprezzato. Finalmente, a forza di dolori, dovrai lasciar la vita sopra una croce, svergognato ed abbandonato da tutti. Padre, non importa, risponde il Figlio, di tutto mi contento, purché si salvi l'uomo.

Che si direbbe mai se un principe, avendo compassione d'un verme morto, volesse diventare egli verme, e facendo un bagno del suo sangue, morisse per dar la vita al verme? Più di questo ha fatto per noi il Verbo Eterno, ch'essendo Dio ha voluto farsi verme come noi e morire per noi, affin di acquistarci la vita perduta della grazia divina. Vedendo egli che con tanti doni a noi fatti non aveva potuto guadagnarsi il nostro amore, che fece? Si fece uomo e ci diede tutto se stesso (cf.. Gv 1, 14 e Ef 5, 2).

L'uomo disprezzando Dio, dice S. Fulgenzio, si parti da Dio; ma Iddio amando l'uomo, venne dal cielo a ritrovare l'uomo. E perché venne? Venne affinché l'uomo conoscesse quanto Dio l'amava e così almeno per gratitudine l'amasse. Anche le bestie che ci vengono appresso si fanno amare; e noi perché siamo così ingrati con un Dio che scende dal cielo in terra per farsi da noi amare? Un giorno, dicendosi da un sacerdote quelle parole della Messa E il Verbo si fece carne, un uomo ivi presente, non fece alcun atto di riverenza; allora il demonio gli diede un grande schiaffo, dicendogli: Ah ingrato! Se Dio avesse fatto tanto per me quanto ha fatto per te, io starei sempre colla faccia per terra a ringraziarlo.

 

Affetti e preghiere
O Figlio di Dio, tu ti sei fatto uomo per farti amare dagli uomini, ma dov'è l'amore che gli uomini ti portano? Tu hai dato il sangue e la vita per salvare le anime nostre, e perché poi ti siamo noi così sconoscenti che, in vece d'amarti, ti disprezziamo con tanta ingratitudine? Ed ecco, Signore, io sono stato uno che più degli altri ti ho maltrattato così. Ma la tua Passione è la speranza mia. Deh per quell'amore che ti fece prendere carne umana e morire per me sopra la croce, perdonami tutte le offese che ti ho fatte.
 
Ti amo, o Verbo Incarnato, ti amo, mio Dio, ti amo, bontà infinita; e mi pento di quanti disgusti ti ho dati, vorrei morirne di dolore. Dammi, Gesù mio, il tuo amore, non mi far vivere più ingrato all'affetto che mi hai portato. Io ti voglio sempre amare. Dammi la santa perseveranza.
 
O Maria, Madre di Dio e madre mia, impetrami tu dal tuo Figlio la grazia di amarlo sempre, sino alla morte.

 

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Sesto comandamento: non commettere atti impuri. Introduzione http://bibliotecaneval.altervista.org/sesto-comandamento-non-commettere-atti-impuri-introduzione/ Fri, 19 Dec 2014 13:00:41 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12414 Sesto comandamento: non commettere atti impuri. Introduzione I DIECI COMANDAMENTI       IL SESTO COMANDAMENTO   Introduzione   Il sesto comandamento rappresenta senz’altro un tema di scottante attualità. Dopo lo sciagurato 1968 e la “rivoluzione sessuale”, il precetto “non commettere atti impuri” è stato letteralmente messo sotto i piedi dalla quasi totalità degli uomini […]

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I DIECI COMANDAMENTI
 
 
 
IL SESTO COMANDAMENTO
 
Introduzione
 
Il sesto comandamento rappresenta senz’altro un tema di scottante attualità. Dopo lo sciagurato 1968 e la “rivoluzione sessuale”, il precetto “non commettere atti impuri” è stato letteralmente messo sotto i piedi dalla quasi totalità degli uomini (cristiani compresi), che ritengono anche di poter pacificare la coscienza grazie al beneplacito dell’odierna cultura contemporanea, nudista, iper-erotizzata e pansessualista. Precisiamo subito, che Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre e che, su questa materia, la Legge di Dio non si è mossa (e mai si muoverà) neppure di un millimetro. Le attuali disgraziate congiunture storico-culturali rendono solo estremamente difficile una perfetta osservanza del sesto comandamento, ma nulla tolgono alla sua cogente, immutata e immutabile obbligatorietà.
L’importanza di questo comandamento la si comprende alla luce dell’estrema importanza che tutta la tradizione della Chiesa ha dato a questa materia, per il semplice motivo che gli atti contrari a questo comandamento sono sempre e comunque “gravi” (si pensi all’antico adagio della teologia morale: “in re venerea non datur parvitas materiae”: “in tema di piaceri venerei non esiste materia lieve”) e, purtroppo, per il loro alto “tasso di attrazione” dovuto al godimento che provocano sono quelli più frequentemente commessi. Conseguentemente sono quelli che danno il maggior numero di clienti all’Inferno. La Madonna a Fatima disse chiaramente che “i peccati che portano più anime all’Inferno sono quelli della carne”, aggiungendo che in breve (eravamo nel 1917) sarebbero venute mode che avrebbero offeso molto Dio. Anche uno dei luogotenenti di questo sciagurato luogo (il cui sinistro nome è “Melid”), ha avuto modo di dire queste parole, durante un esorcismo di cui dà testimonianza il reverendo Padre Giuseppe Tomaselli, morto in concetto di santità: “- Melid, più volte ti ho chiesto negli esorcismi: qual è il peccato che manda più anime all’inferno? Tu mi hai risposto: – Non occorre che io te lo dica; tu lo sai. – Secondo me è l'impurità. – Vedi che lo sai! Tutti coloro che stanno nel pozzo infernale, vi si trovano per l’impurità. Hanno fatto anche altri peccati, ma si sono dannati sempre per questo peccato o anche con esso […] Io, Melid, faccio comprendere a costoro che le parole del Cristo sono da disprezzare e non faccio riflettere che con l’Altissimo c'è poco da scherzare. – A te, Melid, piacciono di più i peccati privati, solitari, che non hanno ripercussioni sugli altri, oppure i peccati che danno scandalo e spingono gli altri al male? – Certamente io preferisco gli scandalosi, perché con essi i peccati si moltiplicano. Il mondo è pieno di scandali e perciò io ed i miei compagni stiamo più vicini agli scandalosi, che sono i nostri migliori aiutanti”.

 

A titolo introduttorio, possiamo dire che questo comandamento è diretto alla promozione e alla tutela della virtù della castità, che non è altro che la capacità di vivere la sessualità in modo autenticamente umano, integrandola all’interno della totalità della persona umana (che è non solo corpo, ma anche emotività, affettività e spiritualità) e nel suo essere intrinsecamente linguaggio di amore atto alla trasmissione della vita. Ad essere casti si impara, ricorrendo fondamentalmente a tre mezzi: volontà ferma di non peccare, fuga dalle occasioni, ricorso ai sacramenti e alla preghiera, specialmente mariana. La castità è una virtù unica, ma che ha diverse espressioni e modalità di esercizio: celibato e verginità consacrata, persone celibi o nubili, fidanzati e coniugati. I consacrati rinunciano all’esercizio fisico della sessualità sublimandola in un amore più grande, che ha Dio come termine esclusivo e tutti gli uomini come terminiinclusivi. Anche celibi e nubili devono vivere la castità nella dimensione della continenza, che ha però come motivo l’attesa di scoprire la propria vocazione o di trovare l’uomo o la donna della propria vita. I fidanzati possono vivere, non certo in età prematura, una molto limitata forma di esercizio della sessualità umana, che sia però polarizzata esclusivamente sulla dimensione affettiva senza raggiungere quella dei veri e propri contatti sessuali. La castità coniugale implica la fedeltà reciproca, l’indissolubilità del matrimonio, l’apertura alla vita nel compimento degli atti coniugali, l’uso ordinato e lecito della sessualità umana. Il vizio della lussuria, che si oppone direttamente alla castità, si esplica nei seguenti atti: uso della sessualità al di fuori della relazione al fine di trarne piacere fisico, unione sessuale tra uomo e donna al di fuori del matrimonio, in forma parziale o totale, adulterio, uso di metodi contraccettivi contrari alla legge morale, rapporti sessuali contro natura, prostituzione, stupro, incesto, pornografia, poligamia, inseminazione, omosessualità, perversioni sessuali, divorzio, convivenze e matrimoni civili. Il fatto che la materia del sesto comandamento sia in se stessa sempre e intrinsecamente grave, ha come conseguenza il fatto che tutti i peccati impuri compiuti con piena avvertenza e deliberato consenso costituiscono veri e propri peccati mortali. 
 
IL PECCATO IMPURO NEL NUOVO TESTAMENTO
 
 
Il punto fondamentale da comprendere è che le numerose proibizioni e divieti coperti da questo comandamento rappresentano una sorta di siepe e baluardo perché possa essere vissuto, felicemente e santamente, uno dei più bei misteri della vita terrena: il mistero dell’amore umano. L’amore, parola oltremodo inflazionata, è ciò che tutti vogliamo e cerchiamo, verso cui ci sentiamo irresistibilmente attratti, ma sovente ne constatiamo tristemente l’assenza o la scomparsa: cerco amore e non lo trovo, voglio amare e non ci riesco… Come mai? Personalmente, quando mi trovo a parlare del tema dell’amore con gli adolescenti lancio una provocazione ironica: “Ricordate, ragazzi, che l’ottavo comandamento proibisce di dire le bugie e alla vostra età spesso se ne dice una grossa quanto una casa”… “Ma che dici, don? Quale sarebbe?”. “Ve lo dico subito, ragazzi. Avete mai detto a qualcuno: ‘ti amo’? Bene, sappiate che in età adolescenziale questa è quasi sempre una bugia… per dire la verità basta sostituire una consonante, mettendo una “m” al posto di una “t”… Mi amo, non ti amo”.
L’amore, infatti, anche e soprattutto quello tra uomo e donna che ne è un po’ l’emblema, consiste fondamentalmente, come ha luminosamente insegnato papa Benedetto XVI nell’enciclica “Deus caritas est”, in un movimento che parte dall’io e termina al “tu”: è un volere il bene dell’altro, desiderare il bene, fare il bene, adoperarsi per la felicità dell’altro… Mi tornano in mente le parole della prima lettera che santa Giovanna Beretta Molla scrisse a Pietro Molla: “dimmi cosa devo fare per renderti felice”… Aveva trentadue anni e stavano per fidanzarsi… Una splendida sintesi dell’amore di coppia: spendermi perché tu sia felice.
Purtroppo questo splendido mistero è stato minato alla radice dal peccato originale e dai molti peccati attuali, per cui dietro tante dichiarazioni d’amore (purtroppo non solo tra adolescenti) c’è spessissimo un neanche troppo celato egoismo… Non far felice l’altro, ma cercare la propria felicità, la propria gratificazione, il proprio piacere attraverso l’altro, talora strumentalizzandolo, a volte addirittura asservendolo. Nient’altro che una colossale bugia o, se si preferisce, una gigantesca illusione.
Pertanto prima di addentrarci nelle singole tipologie di peccato contro il sesto comandamento, è anzitutto da ribadire che i divieti e le proibizioni in tema di morale sessuale sono delle indicazioni e dei moniti che ci indicano le varie modalità in cui questo stupendo mistero creato da Dio, il rapporto tra uomo e donna, luogo dell’amore e della vita, può diventare la tomba dell’uno e dell’altro. Non più un donarsi totalmente fino ad essere “una sola carne” (come insegna Gesù sulla scia del libro della Genesi) per cooperare con Dio alla generazione della vita, ovvero l’amore che si autotrascende nella generazione, ad immaginazione del vortice di vita trinitaria; ma un usarsi per scopi bassi e brutali, rinnegando ed escludendo la vita in via preventiva o, peggio, in via successiva (con l’orribile delitto dell’aborto, di cui abbiamo già ampiamente parlato).
Infine è bene passare in rassegna, come sempre abbiamo fatto, alcuni passi significativi della Sacra Scrittura in merito a questo comandamento, cosa tanto più necessaria in quanto non poche persone (e non solo tra i più giovani) ritengono le norme della morale sessuale cattolica “invenzioni” di qualche vescovo o prete un po’ retro’, demodé, o sessuofobo, completamente al di fuori del tempo e della cultura in cui viviamo. Ci renderemo così subito conto che non solo la Sacra Scrittura ne parla, ma con un linguaggio così chiaro e severo che non lascia adito a dubbi o problemi di interpretazione. Per cui a chi interessa sinceramente cosa Dio pensa, non resta che piegarsi all’evidenza ed eloquenza delle parole che stiamo per ascoltare.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli il corpo non è per l’impudicizia, ma per il Signore. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! O non sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? I due saranno, è detto, un corpo solo. Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà alla fornicazione, pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo! (1Cor 6,13.15-20)
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi
La volontà di Dio è la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito (1Ts 4,3-7)
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati
Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio (Gal 5,19-21)
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi
Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, cose tutte che attirano l’ira di Dio su coloro che disobbediscono (Col 3,5-6)
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti. Si rendano invece azioni di grazie! Perché, sappiatelo bene,nessun fornicatore, o impuro, o avaro – che è roba da idolatri – avrà parte al regno di Cristo e di Dio (Ef 5,3-5)
Dalla lettera di san Giuda apostolo
Ora io voglio ricordare a voi, che già conoscete tutte queste cose, che il Signore dopo aver salvato il popolo dalla terra d’Egitto, fece perire in seguito quelli che non vollero credere. Così Sodoma e Gomorra e le città vicine, che si sono abbandonate all’impudicizia allo stesso modo e sono andate dietro a vizi contro natura, stanno come esempio subendo le pene di un fuoco eterno (1,5.7)
 
L’elenco potrebbe infoltirsi di molto, ma basti quanto detto. Questi passi assai emblematici sono indubbiamente la migliore e più efficace introduzione alla serietà e gravità di questo tema…
 
 
 
 
 
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Vera e falsa misericordia http://bibliotecaneval.altervista.org/vera-e-falsa-misericordia/ Wed, 17 Dec 2014 17:30:10 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12396 Vera e falsa misericordia IL PENTIMENTO DEI PECCATI       La misericordia di Dio è grande, infinita e inesauribile. Essa costituisce, come disse Gesù a santa Faustina Kowalska, l’apostola della “divina misericordia” dello scorso secolo, il primo e più grande attributo della divinità, per cui possiamo e dobbiamo dire, credere e sperare che Dio […]

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IL PENTIMENTO DEI PECCATI
 
 
 
La misericordia di Dio è grande, infinita e inesauribile. Essa costituisce, come disse Gesù a santa Faustina Kowalska, l’apostola della “divina misericordia” dello scorso secolo, il primo e più grande attributo della divinità, per cui possiamo e dobbiamo dire, credere e sperare che Dio desidera darci il suo perdono molto più di quanto possiamo volerlo o desiderarlo noi. La testimonianza di carità infinita data dal suo Figlio Unigenito, che ha indicibilmente patito ed è morto al posto nostro, pagando i nostri debiti, giusto per gli ingiusti, è quanto mai chiara ed emblematica. Dubitare della divina misericordia sarebbe offendere gravemente il Signore.
Tuttavia, detto e affermato con forza quanto sopra, bisogna immediatamente aggiungere che oggi sono diffusissime false e fuorvianti letture della divina misericordia che la trasformano da strumento mirabile di salvezza a vera e propria autostrada verso la perdizione. Per guardarsi da tali false e capziose interpretazioni, bisogna ricordare un principio semplicissimo: Dio perdona tutto, sempre e tutti a condizione che il peccatore sia pentito, ovvero detesti con tutto il cuore e si dolga di aver peccato e, al tempo stesso, abbia il fermo e risoluto proposito di non peccare più. In caso contrario, le colpe rimangono attaccate all’anima del peccatore e un’eventuale confessione diventa solo un tentativo di prendersi gioco di Domine Iddio. Si tratta, come il lettore attento ricorderà, della seconda e terza condizione per una buona confessione: il dolore per il peccato commesso e il proposito di non più commetterlo. Tale requisito, come è evidente e come del resto accade anche per gli altri due, è completamente interiore al penitente; nel senso che, a meno di doni e carismi straordinari, il confessore può solo verificare, sulla base di ciò che emerge oggettivamente e esternamente in sede di confessione, se il peccatore sembra pentito oppure no; in caso positivo deve assolvere il penitente, mentre, in caso negativo, prima di rimandare l’assoluzione, deve fare il possibile per suscitare il pentimento in sede di confessione, aiutando il penitente quanto meno a prendere coscienza della gravità del peccato, del male che esso genera e dei debiti verso la divina giustizia che esso causa. Tuttavia se il fedele afferma di essere pentito e di essere disposto a non più peccare, il sacerdote non potrebbe, senza gravissima responsabilità, ritardare o addirittura negare l’assoluzione. Fermo restando che, qualora il penitente avesse affermato il falso, si macchierebbe di gravissimo peccato e la sua confessione sarebbe, contemporaneamente, nulla (nessun peccato gli sarebbe rimesso) e sacrilega (dando luogo al gravissimo peccato di sacrilegio).

 

L’importanza capitale di questo punto può essere meglio compresa se si medita sulle modalità con cui i sacerdoti muniti di doni straordinari (soprattutto quello della “cardiognosi”, ovvero della capacità di leggere l’interno della coscienza e del cuore dell’uomo) amministravano questo sacramento, negando assai spesso l’assoluzione. San Pio da Pietrelcina, per esempio, la negava spessissimo proprio a causa della mancanza di pentimento che vedeva nel cuore del penitente. Stessa cosa vale per il santo Curato d’Ars e per san Leopoldo Mandic, pur essendo quest’ultimo, a detta di tutti i testimoni, un campione di dolcezza e carità. Per questo motivo sembra quanto mai accettabile la definizione che qualcuno, sulla scia di una certa tradizione ecclesiale, dà di questo sacramento, chiamandolo “sacramento della conversione”, nel senso che richiede e, al tempo stesso, sigilla una scelta profonda di cambiamento, sia nella mentalità che nei comportamenti di vita (secondo la duplice etimologia possibile, greca o ebraica, del temine “conversione”, in greco “metanoia” = cambiamento di mentalità, in ebraico “teshuvà” = cambiamento di direzione, ritorno sui propri passi). Se questo non c’è almeno a livello minimale, la confessione diventa non solo inutile, ma addirittura sconsigliabile. Facendo qualche esempio, chi fa la confessione di Pasqua nella situazione di essere un “disertore” abituale della Santa Messa domenicale, è inutile che si confessi se non ha un minimo proposito quanto meno di provare a riprendere la regolare frequenza alla santa Messa festiva. Stessa cosa si dica per i bestemmiatori abituali, per i lussuriosi e, in generale, come insegna sant’Alfonso, per i peccatori “recidivi”, ossia quelli che, ottenuta l’assoluzione, tornano a commettere a cuor leggero proprio il peccato o i peccati gravi da cui sono stati assolti. Il grande Dottore, patrono dei confessori (seguito in questo “ad litteram” da san Pio), insegnava che un’ulteriore caduta può essere perdonabile, ma già ad una terza caduta, senza che ci siano stati segnali oggettivi di progresso (tempo trascorso, altre occasioni di peccato vinte, etc.), l’assoluzione immediata diventa alquanto problematica, perché pone il confessore nel pericolo di rendersi complice del peccato di sacrilegio. Se pentimento non c’è bisogna percorrere due vie: quella della preghiera e quella della buona formazione, entrambe dirette a provocare nel cuore del peccatore indurito il risveglio di una coscienza che sappia riconoscere e detestare il male e starne lontano come dalla peste. Appena questo accade, si corra pure immediatamente a ricevere l’abbraccio del Padre misericordioso, che, come ci insegna la famosa parabola del Vangelo di san Luca, appena nota il “rientro in sé e il tornare indietro” del figlio peccatore, si affretta a corrergli incontro e a offrirgli il perdono prima ancora che possa parlare. Si mediti dunque sull’importanza e la grandezza del pentimento, che, quando è sincero, ottiene il perdono dell’Altissimo prima ancora di chiederglielo!
 
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Stato islamico, Sako chiede un sacrificio per Natale: «Questa razza di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» http://bibliotecaneval.altervista.org/stato-islamico-sako-chiede-un-sacrificio-per-natale-questa-razza-di-demoni-non-si-scaccia-se-non-con-la-preghiera-e-il-digiuno/ Sun, 14 Dec 2014 18:01:37 +0000 http://bibliotecaneval.altervista.org/?p=12383   Dicembre 12, 2014 Redazione Il patriarca dei caldei chiede alla sua Chiesa di invocare il Signore per il dono della liberazione di Mosul e della Piana di Ninive dai terroristi del califfo Il patriarca Louis Raphael I Sako ha scritto un messaggio (diffuso oggi dall’Agenzia Fides) per invitare i fedeli della Chiesa caldea a digiunare e pregare in occasione […]

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Dicembre 12, 2014 Redazione

Il patriarca dei caldei chiede alla sua Chiesa di invocare il Signore per il dono della liberazione di Mosul e della Piana di Ninive dai terroristi del califfo

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Il patriarca Louis Raphael I Sako ha scritto un messaggio (diffuso oggi dall’Agenzia Fides) per invitare i fedeli della Chiesa caldea a digiunare e pregare in occasione delle festività natalizie per i loro fratelli perseguitati dallo Stato islamico in Iraq, affinché possano tornare nelle case, nelle città e nei villaggi che sono stati costretti ad abbandonare per sfuggire alla violenza dei terroristi di Al Baghdadi.

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DAL 22 AL 24 DICEMBRE. «Nel tempo di Avvento ci si prepara al Natale con il digiuno, la preghiera, la penitenza e le opere di carità», ricorda Sako nel testo. «E soprattutto quest’anno noi viviamo qui e ora in attesa della sua venuta nelle nostre vite e nelle nostre case, mentre il nostro Paese vive circostanze tragiche e dolorose». Per questo il patriarca di Babilonia chiede «a tutti i figli e a tutte le figlie» della Chiesa caldea di praticare il digiuno stretto da lunedì 22 fino alla sera del 24 dicembre, per invocare dal Signore il dono della liberazione di Mosul e della Piana di Ninive, così che tutti i rifugiati possano «ritornare in sicurezza alle proprie case, al proprio lavoro e alle proprie scuole».

«CRISTO CI ASCOLTERÀ». Perché Sako chiede questo sacrificio? Per spiegarlo il pastore dei caldei cita le parole di Gesù riportate nel Vangelo di Matteo: «Questa razza di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» (Mt 17,21). In occasione del Natale e del Capodanno, insiste ancora il patriarca, i cristiani non organizzino feste con musica e balli e «concerti rumorosi», piuttosto si prodighino e spendano le loro energie per sostenere iniziative di solidarietà verso i fratelli che si trovano nell’emergenza. «Ho potuto toccare con mano la loro croce pesante e dolorosa», scrive facendo riferimento alle sue visite tra i profughi riparati in Kurdistan. Il patriarca assicura infine i fedeli che «Cristo ascolterà le nostre preghiere».

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